sabato 13 agosto 2011

Francesco Piccolo: Momenti di trascurabile felicità



Momenti di trascurabile felicità 
di Francesco Piccolo
Einaudi, Torino 2010

€ 12,50

Pronunciare o ascoltare alcune frasi o parole come: proprio; antibiotico; esatto; non sono sicuro di aver capito; dipende dai punti di vista; non cambi mai; allora lui si gira e fa... e io mi sono girato e gli ho risposto...; non ci ho visto più; ci sono altri valori nella vita; da te non me l'aspettavo una cosa del genere; quei due stanno tanto bene insieme; dagli appennini alle ande; nuoce gravemente alla salute; io sono fatto così; forse è meglio allontanarci per qualche giorno, ho bisogno di un po' di tempo per riflettere; inamidato; ti volevo dire una cosa ma non mi ricordo; oggi capitano tutte a me; si vede che doveva morire; ma lo sai io e lui da quanto tempo ci conosciamo?;
Ecco un rapido campionario di esternazioni, luoghi comuni, contesti situazionali al limite dell'umanoide sopportazione, del perbenismo sciabordante, della noncuranza intellettuale, che incuriosisce a cattura l'attenzione di Francesco Piccolo, impegnato, in questo breviario di solipsismi targato Einaudi, a scandagliare le determinazioni parossistche di quegli insoliti, ameni e fulminanti raptus di allegria, lazzi di spensieratezza, frizzi di ribalderia emozionale, che impreziosicono la monotonia del solido vivere quotidiano, con coloristici e stereotipati Momenti di trascurabile felicità.
E' un coming out, quello dello stesso autore, che impersona percettibilmente l'andamento comportamentale odierno tipico del perfettibile uomo medio, col suo portato ideologico macchiettistico, infarcito di cotale autoironica presunzione, pur tanto necessaria ad una adeguatamente programmatica sopravvivenza suburbana massificata.
L'io meta-narrante, metà poetico metà triviale, si autodefinisce immediatamente con un procedimento diatribico che sposta il fuoco della vicenda dal fulcro più squisitamente ragionativo circa le debolezze e le intemperanze della società standardizzata odierna, al furore estatico verso le personalissime romanticherie melanconiche d'antan, calibrando la ricerca di un senso esistenziale ultimo, insensibile all'ordine costituito dell'ottimo savoir faire italico, con la livella picaresca di una dialettica da paradosso, che cede ben presto le armi sceniche al fascino intimista della più pura, quasi autocelebrativa ricerca di anticonformismo e di originalità.
Così, perciò, continua l'elenco della (in)comunicabilità più allitterante, quindi più ridanciana:
è da escludere; la tensione è palpabile; non casca il mondo; da consumarsi preferibilmente entro; come sgorga dalla sorgente; ma tu hai visto che caldo fa oggi?, io sto fermo e sudo; ma lei è proprio bionda o è castano chiaro?; mettiti un golfino sulle spalle che fa freschetto; ma che voce ha Mina, qualsiasi canzone canti diventa più bella; il difensore è in affanno; non è colpa mia; c'è del marcio in Danimarca; riflesso condizionato; che c'hai da guardare?; chiusura uatomatica e centralizzata; lato per lato per tre e quattordici; varie ed eventuali all'ordine del giorno; frescolana; parentesi graffa; parzialmente scremato; un attimo solo; non l'ho fatto apposta; precarie condizioni fisiche;
Sono davvero precarie le condizioni di questo prolisso uomo comunitario, costituzionalmente incapace di sottoporsi a stress martiriologici di qualunque sorta, paragonabili ad esempio all'agone psicoattitudinale di dover sostenere una fila in banca, o alla fuga senza quartiere attuata con malcerta nonchalance nel bel mezzo di un sovraffollamento da formicaio a lunga conservazione nel più classico dei supermercati, già sdoganate metafore materialistiche dell'ostinato consumarsi di tempo ed energie cui è usa sottoporsi, per legittimazione quasi metafisica, la nostra pacifica e opulenta borghesia postindustriale.
Incapacità antropologica, etica ed estetica, ancora emotiva, quella verbalizzata da un'anima solitaria ma mai sola, che s'innamora perdutamente di occasionali appuntamenti da segreteria telefonica estiva, che rinuncia all'inebriante contatto umano perché ossessionato dalla turbolenta ferraglia di un passaggio a livello, salvo poi edificare una famiglia in conseguenza di un metaforico sottopassaggio stradale. Come a dire: si deve scalpitare, finché si può, ma solo alla luce del sole dell'ostentazione. Internamente, di sbieco, di sottecchi, siamo tutti alla spasmodica ricerca di una frase rassicurante, di un gesto automatico, di una viabilità indotta.
Questo, forse, il fascino misterico di:
libretto delle istruzioni; mi ha fatto un gran piacere risentirti; qualche linea di febbre; questo non ci voleva proprio; tenere fuori dalla portata dei bambini; di sana e robusta costituzione; la parte per il tutto; condizioni a dir poco disagevoli; assolto per non aver commesso il fatto; non me lo sono fatto ripetere due volte; specialmente; felpa; più o meno; dalle origini ai giorni nostri; zona rimozione; giustocollo; tibia e perone; metacarpo e metatarso; chi è dentro è dentro chi è fuori è fuori; sarà stato un colpo di freddo; un minuto solo; la serata volge al termine; dove eravamo rimasti?: è finito il tempo a disposizione.
Discreto, indisponente, non tangenziale: lo scopo di ogni vita, come quello precipuo di ogni scrittura che si rispetti, sembra dispiegarsi, dopo questa lettura garbatamente divertente e metafonicamente linguacciuta, nell'empatico consolidamento di quel sentore tutt'affatto ameno, niente meno che elementare, di sapersi ricongiungere, quanto più possibile, al normale andamento delle cose.



Francesca Fiorletta