domenica 31 luglio 2011

Pillole d'autore - Marcel Proust

La corrispondenza di Proust (21 volumi e qualche lettera sparsa) è uno strumento utile per illuminare la sua opera romanzesca. Ma, al di là del valore strumentale, contiene brani di assoluto valore stilistico e tematico. Questa lettera, tratta dal volume antologico Le lettere e i giorni, a cura di Giancarlo Buzzi, “I Meridiani” Mondadori, 1996, alla sua amica di sempre Geneviève Straus ne è un esempio.

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[6 novembre 1908]
Signora,
vi ringrazio infinitamente della vostra lettera così incantevole, divertente, gentile. Quasi contemporaneamente ho letto l’articolo di Ganderax. Mi piacerebbe avervi conosciuta in quel mondo, potervi chiamare “la mia amica di Bas-Prunay”, avere avuto io l’incarico di quella prefazione, sapere tutte quella cose ed essere stato capace di scriverle. In tal caso, credo, le avrei scritte… un po’ diversamente. Non lo dico in polemica con Ganderax, uomo di eccelse qualità, di statura veramente rara oggigiorno e destinata a crescere, e che per parte mia preferisco alla gente di adesso. Ma perché lui che scrive così bene, scrive in questa maniera? Perché parlando del 1871 aggiungere “”anno fra tutti abominevole”? Perché chiamare Parigi “la grande città” e Delaunay “il maestro della pittura”? Perché l’emozione dev’essere a tutti i costi “contenuta”, la bonomia “sorridente”, i dispiaceri “crudeli”, e via di questo passo, tante altre espressioni che non ricordo. Non ci si farebbe caso se Ganderax, quando rivede le bucce agli altri, non fosse convinto di rendersi utile alla lingua francese. Lo dice nell’articolo: “le noterelle a margine che scrivo per dare lustro alla lingua francese e per difenderla”. Niente lustro e niente difesa. I soli difensori della lingua francese (come dell’Esercito ai tempi del caso Dreyfus) sono quelli che l'attaccano.
Questa idea che si ha della lingua francese come di qualcosa che esiste indipendentemente dagli scrittori e da proteggere, è incredibile. Ogni scrittore deve crearsi la propria lingua, come ogni violinista il proprio suono. Tra i suoni di un violinista mediocre e, per la stessa nota, di Thibaut c’è una differenza infinitesimale che è tutto un mondo! Non dico di amare gli scrittori originali che scrivono male. Preferisco – è forse una debolezza – quelli che scrivono bene. Ma costoro non cominciano a scrivere bene se non quando acquistano originalità, quando si creano la propria lingua. La correttezza, la perfezione dello stile esistono, ma non al di qua, bensì al di là dell’originalità, dopo essere passate attraverso errori. La correttezza al di qua – “emozione contenuta”, “bonomia sorridente”, “anno fra tutti abominevole” – non esiste. Sicuro, Signora Straus, il solo modo di difendere la lingua è attaccarla. Perché la sua unità è affidata unicamente alla neutralizzazione dei contrasti, è immobilità apparente che cela una vita vertiginosa e perpetua. Perché “si regge”, si esce bene dal confronto con gli scrittori del passato solo se ci si è sforzati di scrivere in maniera tutta diversa. Quando si vuole difendere la lingua francese, in realtà si scrive tutto il contrario del francese classico. Esempi: i rivoluzionari Rousseau, Hugo, Flaubert, Maeterlinck “reggono” a fronte di Bossuet. I neoclassici del XVIII e dell’inizio del XIX secolo, come la “bonomia sorridente” e “l’emozione contenuta” d’ogni epoca, fanno a pugni con i maestri. Ahimè i più bei versi di Racine :
"Je t'amais inconstant, qu'eussé-je fait fidéle!
Pourquoi l'assassiner? Qu'a-t-il fait? A quel titre?
Qui te l'a dit?",
non avrebbero trovato posto, neanche adesso, sulla “Revue de Paris”. Nota a margine di Ganderax “per dare lustro alla lingua francese e per difenderla”: “Capisco il vostro pensiero. Volete dire: Ti amavo incostante, cosa sarebbe stato se fossi stato fedele. Ma è detto male. Può allo stesso modo significare che, fedele, sareste stato voi. Preposto alla difesa e al lustro della lingua francese, non posso lasciar passare la cosa”.
Non sto facendomi beffe del vostro amico, signora, vi assicuro. So quanto è intelligente e preparato. È un problema di “dottrina”. Quest’uomo così pieno di scetticismo ha certezze grammaticali.
Ahimè, signora Straus, non ci sono certezze, nemmeno grammaticali. E non è una fortuna? Così infatti anche una forma grammaticale può essere bella, giacché bello può essere ciò che reca il marchio della nostra scelta, del nostro gusto, della nostra incertezza, del nostro desiderio, della nostra debolezza. (…)
Che malinconica e folle idea, signora, scrivervi di grammatica e di letteratura. E sto così male! Per amor di Dio, non una parola di questo a madame Ganderax. Per amor di Dio…in cui purtroppo non crediamo né io né voi.
Rispettosamente vostro
Marcel Proust