mercoledì 27 luglio 2011

L'inconveniente di esistere

L’inconveniente di esistere
Fabio Carapezza
Demian Edizioni, Teramo, 2011
pp. 150



Dopo un ormai lontano esordio in poesia (Pezzi di vetro, Ibiskos, 1993), Fabio Carapezza esordisce nell’ambito narrativo con i quindici racconti di L’inconveniente di esistere.

Percorre il libro una concezione meccanicista dell’esistenza, un determinismo senza anima e senza senso che i personaggi – emarginati, esclusi, fragili – subiscono, spesso senz’altro scampo che non sia la morte.

Piuttosto diversificate, a vantaggio della varietà di lettura, sono invece le soluzioni narrative (dalla terza persona alla prima, dalla seconda alle intromissioni della voce del narratore) e le situazioni narrative: la distopia di «Homochip 2010», dove un inquietante programma di “digitalizzazione dei sentimenti” presentato in una megaconferenza da un fantomatico Dottor F. (stessa iniziale del nome dell’autore!) permetterà il controllo assoluto delle coscienze e il raggiungimento di una felicità indotta, sulla scia del Mondo Nuovo di Huxley; controllo che sembra essersi già avverato in racconti come «Poeti in vetrina» e «Coniglio pazzo fa i miracoli» in cui il protagonista, in una situazione dapprincipio normale – l’avvicinarsi a una vetrina, il guardare la tv – viene scaraventato, attirato dalle luci dello spettacolo e del consumo, in una massa informe, meccanizzata, da incubo.

Ci sono poi richiami intertestuali fra i vari racconti: la sciarpa grigia di un barbone nell’omonimo racconto riappare citata in «Vita», lo scrittore di «Homochip 2010» viene catturato in «Al quarto turno di notte» per la sua attività artistica eversiva: trovate che contribuiscono all’unitarietà della raccolta.

Una situazione narrativa ricorrente è l’incontro con il diavolo, il Male personificato (non è un caso che, sul retro di copertina, campeggi una citazione dal Faust di Goethe) e i suoi travestimenti: ora è un losco figuro in un porto («Ultimo giorno»), ora un cinico quasi simpatico nei sotterranei di una banca («L’inconveniente di esistere»).

Travestimenti: il libro si apre con «Carnevale», prosa non narrativa, ritmica, imperniata sull’esclusione del bambino che «non ha il vestito». Il Carnevale non è più rovesciamento dell’esistente, riscatto del popolo nei confronti del potere, ma ennesima occasione di far gruppo contro qualcun altro. E isolato è anche il ragazzo che, nel racconto «Gli angeli bevono Coca-Cola?» rischia la vita nelle corse clandestine di moto, perché la sua estrazione e le sue motivazioni sono assai diverse dai ragazzi agiati e annoiati che fanno la stessa cosa. Qui la morte viene solo sfiorata, c’è un dialogo surreale tra l'Angelo e il ragazzo, prima che questi entri in coma: dialogo che mette in campo l’ironia beffarda ma benevola del primo e l’irruente visceralità, e ingenuità, del secondo, in un vivace contrappunto.

Il dialogo, di stampo filosofico – Fabio è laureato in filosofia – non mira tanto a una sintesi, ma può avere il senso di una beffa, come in «Pesciolino rosso», nel quale l’abitante della boccia ascolta impassibile e indifferente il monologo rabbioso e disperato di un moribondo; o può mettere in crisi il male e il senso di scacco, come il ragno che ne «L’inconveniente di esistere» interloquisce col protagonista, di cui è positivo alter-ego, realizzato nel fare bene ciò che è chiamato a fare, sia pure una ragnatela: nel «forse» con cui si chiude il racconto – e il libro – non c’è incertezza, c’è finalmente una positiva fiducia nella vita e in se stessi.

Prima ho parlato di personaggi, ma farei meglio a dire che si tratta di personificazioni, rappresentazioni di assoluti, sdoppiamenti di pulsioni: nei racconti non prevale quasi mai l’interesse per la restituzione di un personaggio verosimile, ma una stilizzazione avviata già nei nomi degli stessi: “Irrisolto”, “Vita”, “Futuro”, “Essere”, “Ragazzo”, ad esempio; stessa sorte tocca alle città di “Guadagno” e “Profitto”.

Non c’è solo il male subìto, c’è anche quello perpetrato: in alcuni racconti esso s’annida nel protagonista, sembra iscritto nel suo DNA e può sfociare contro ogni logica previsione del lettore («La gelataia») o all’insaputa del protagonista stesso, come in «Ultimo giorno», che sembra rifarsi a Dottor Jekill e Mister Hyde. Questi sono, a mio avviso, i racconti più deboli, suonano più gratuiti e sembrano rimanere più in superficie degli altri.

Il libro dà il meglio di sé quando elabora più liberamente i grandi topoi e antecedenti richiamati, quando abbandona un certo maledettismo (che qua e là gonfia il pur scorrevole stile con enfasi, in maniera forse non necessaria) e lascia che il messaggio emerga indirettamente dal narrare, con un’urgenza meno esposta: come avviene nei racconti «La vita dura una neve» e, soprattutto, «Non andare nello stagno».

Nel primo una viaggiatrice, Lea, in Australia al tempo della narrazione, incontra fortuitamente Zak, che vuole costruirsi un bar nella carcassa di un vecchio aereo: un piccolo episodio raccontato con freschezza, dove il sottrarsi dei due protagonisti all’iter borghese, all’assimilazione della società, non porta a un’esclusione risentita, ma un’opportunità, perché «è meglio pensare a rendere il mondo una cosa interessante coi propri progetti, piuttosto che perdere tempo a scavare nel passato».

Nel secondo, protagonista è Gigino, un bambino daltonico che vive in campagna ed è inseparabile dalla sua grotta, e al tempo stesso irresistibilmente attirato dallo stagno, novello Narciso: notevole è la capacità d’immedesimazione – linguistica e di sensibilità – dell'autore nel bambino, la grazia poetica, la partecipazione nel descrivere i suoi curiosi gesti:


Il pomeriggio seguente, alla grotta, Gigino era molto eccitato: prese alcuni sassolini, non tutti quelli di cui disponeva nella saccoccia, li dispose a semicerchio affondandoli per metà nella sabbia. Si era formato qualcosa che assomigliava a un arcobaleno. Poi Mirka capì e, presi i rimanenti sassolini, completò la figura mezza segnata nella sabbia. Venne fuori la forma circolare dello stagno.



E circolarmente, come lo stagno attorno a Gigino, si chiude il racconto: con il ripetersi del richiamo incipitario «Gigino, Gigino!» in una situazione più tragica, eppure più dolce.



Davide Castiglione







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