venerdì 11 febbraio 2011

Quel barbaro di Baricco

I Barbari. Saggio sulla mutazione

di Alessandro Baricco

Universale Economica Feltrinelli 2008

pp. 213 ca
€ 7,50


Nonostante il bel sottotitolo che campeggia sullo sfondo fin dalle passate edizioni, più che di saggio organico ed elucubrato si tratta bensì, come specifica l'autore in una stringata prefazione, di una serie di trenta articoli pubblicati con il quotidiano La Repubblica e poi successivamente qui raccolti in volume. Senza revisioni e limae labores che ne avrebbero pregiudicato l'immediatezza e la spontaneità. Secondo i più cattivi, anche segno di svogliatezza e mancanza di tempo materiale. In ogni caso I Barbari, dalla sua prima pubblicazione nel 2006, è diventato una specie di Cult della saggistica, una di quelle chiavi un po' glamour, di cui con piacere ci si riempie la bocca per scassinare a parole le serrature della società contemporanea e veder un po' che cosa c'è dietro. Ma è davvero utile? Vediamo.

Secondo Baricco è in atto, in sordina ma non tanto nascosta, una mutazione della società e dell'uomo, per dirla con parole sue ci starebbero "nascendo le branchie". Ci viene proposta una passeggiata con l'autore lungo i percorsi più o meno impervi delle sue supposizioni, accompagnati da sue osservazioni, ricordi e soprattutto la sua corporea presenza fisica e tangibile in ogni anfratto recondito di pagina. Si parla di saccheggi, ovvero di significanti tradizionali che perdono il loro significato vetusto (in particolare vino, calcio e libri) a favore di uno nuovo dettato dalla stirpe mutante. In fior di metafora, villaggi depredati e ripopolati da diverse genti. In seguito si passa ad analizzare più da vicino questa nuova razza, delineandone prima i valori e poi provandone a fare un ritratto più o meno somigliante.

Non è né il luogo né il momento adatto a fare una rassegna di ritrovati e scoperte altrui, indi sottolineo semplicemente l'estrema coerenza stilistica e formale di Baricco. A titolo esemplificativo: parla di spettacolarità. La gente di cui tratta è ammaliata dallo spettacolo, dall'esagerazione in un certo senso delle forze in campo. Allo stesso tempo lui stesso cade in affermazioni ferme, assolute, fisse, senza ombra di dubbio giuste ed universali. Eccolo qui lo spettacolo, chi non si divertirà ad esprimere assenso o a dissentire ad uno che dice "il Milan è la squadra più forte di tutti i tempi?" (il mio è un esempio non tratto dal testo in oggetto). O ancora: i barbari si fanno forieri di una diffusa superficialità, non vogliono andare a fondo, ma conoscere in modo trasversale, tendendo a reperire le informazioni di cui hanno bisogno al di fuori dell'ambito in cui si trovano (cercare riassunti di un libro su internet ad esempio). Questo libro è costruito senza nessuna base antropologica o sociologica, da un narratore a cui piace raccontare in lungo e in largo spaziando sulla superficie piana e liquida del pensiero senza mai affondarci, come un novello Gesù Cristo. Per di più la supposta fame di sapere sulle fonti, sui termini e sui personaggi presumibilmente ignoti ai più viene soddisfatta da un glossarietto a fine volume, quindi fuori dal proprio luogo d'origine. Significa voler conoscere il sapore dell'acqua del Vulture e comprarsi una bottiglia di Gaudianello. Eppure la sete si è calmata.

Le idee proposte sono, al di sopra di ogni dubbio, interessanti e dotate di una certa applicabilità, anzi un valido riscontro reale appena riposto sul comodino il volumetto. Sicuramente lacunoso, argomentato non nel migliore dei modi, fin troppo facile a leggersi e a figurarsi. Non era lo stesso, però, che si diceva qualche secolo addietro riguardo al romanzo? Alla forma principe della letteratura odierna?

La sua forza, in una successiva analisi, si rivela essere il carisma dell'autore. Nessuno finirebbe di leggerlo se non ci fosse questa specie di spirito guida autoriale a far da Cicerone. Il barbaro è fortemente individualista, si immedesima con facilità nel singolo, non nel nulla dell'oggettività.

La debolezza? La presunta timidezza dell'autore. Ma come? Il carismatico Baricco timido? Sì, Baricco è timido. Quello stesso Baricco spesso raffigurato con un piede più in là, in una direzione o nell'altra, nel limbo tra commerciale (e cioè quel che è scritto per vendere) e intellettualoide. Ebbene lui non ammette, eppure è palese guardandolo dall'alto, che anche a lui sono spuntate le branchie, le stesse che per D'Annunzio ieri e Moccia oggi sono state inestimabili fonti di guadagno. Se ne vergogna, le copre, ma vengono fuori comunque. E allora cosa fa? Ci scrive un libro. Un libro sulla mutazione che anche lui ha subito o sta subendo, per rendere consapevoli nuovi barbari e per segnalare in un certo qual modo la presenza della sua razza.
Un barbaro che scrive per barbari. Esattamente come in questa recensione.

Adriano Morea

Anche Gloria ha scritto su questo libro, tempo fa, poco dopo la pubblicazione: clicca qui per leggere la recensione