lunedì 27 dicembre 2010

Quando gli dei non c'erano più e Cristo non ancora



Memorie di Adriano
seguite dai Taccuini d'appunti
di Marguerite Yourcenar
G. Einaudi editore, 1951

traduzione di Lidia Storoni Mazzolani

pagg. 317




Ritrovata in un volume della corrispondenza di Flaubert, molto letto, molto sottolineato verso il 1927, la frase indimenticabile: «Quando gli dei non c'erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, c'è stato un momento unico in cui è esistito l'uomo, solo». Avrei trascorso una gran parte della mia vita a cercar di definire, e poi descrivere, quest'uomo solo e, d'altro canto, legato a tutto.
Marguerite Yourcenar, Taccuini d'appunti a "Memorie di Adriano"


Innanzitutto romanzo storico è un'etichetta che calza abbastanza stretta a quest'opera. Questa sommaria classificazione sia dovuta alla concorrenza di due caratteristiche che balzano subito all'occhio: è prosa, indi è romanzo; offre una ricostruzione storica plausibile e puntuale, perciò è un romanzo storico. Benissimo, una generalizzazione comoda. Seguendo questa logica, la Yourcenar sarebbe parente (alla più o meno lontana) di Walter Scott, Manzoni e – perché no – Valerio Massimo Manfredi. Invece basta leggere la citazione sovrastante per accorgersi di un particolare. Si parla di definire e di descrivere, non di romanzare. I confini sono piuttosto labili e contestabili, ma l'intenzione della Yourcenar è prima di tutto centripeta, non centrifuga come quella dei romanzi. Ossia, si tratta di una ricerca a carattere personale, dettata da nessun desiderio di divulgazione mondiale, alcuna velleità di celebrazione e consenso del pubblico e tanto meno brame commerciali. La sua forma ricalca, in un certo senso, quello stile antico, atticista, di narrazione, miscelando pensieri e riflessioni di matrice filosofica a resoconti di eventi. In più punti si ha l'impressione di trovarsi di fronte ad una traduzione dal latino, magari di un Cicerone. Nessuna moderna Spannung e sua successiva risoluzione, né captationes benevolentiae lectoris in forma di colpi di scena, parole accattivanti e maliziose. Ancora dai Taccuini d'appunti:

Nota del 1949: più cerco di fare un ritratto somigliante, più mi allontano dal libro e dall'uomo che potrebbe piacere; solo qualche amatore dei destini umani comprenderà.

Basta la sola figura di Publio Elio Adriano, con il suo carico di carisma, a sorreggere l'impianto narrativo, senza trucchi e senza inganni. Mai ci sogneremmo di parlare di un
romanzo di Adriano, su queste basi. Chi era quest'uomo solo, allora?

Per molto tempo, immaginai il lavoro sotto forma d'una serie di dialoghi, nei quali si sarebbero fatte sentire tutte le voci dell'epoca. Ma, checché facessi, il particolare prevaleva sull'insieme, le parti compromettevano l'equilibrio del tutto. Sotto tutte quelle grida, la voce di Adriano si perdeva. Non riuscivo a dar vita a quel mondo come l'aveva visto e compreso un uomo.
E' un uomo la cui voce si perde in mezzo ad altre sue contemporanee, che, dopo aver amministrato e comandato in solitudine (o quasi) un impero, necessita di un monologo, in forma di lunga epistola, per raccontare la sua versione dei fatti. Una versione autoreferenziale, unica perfettamente aderente a ed esaustiva di ciò che è stato. Perché Adriano è l'impero, l'impero è Adriano. Con lo stratificarsi delle voci, delle opinioni, dei commenti a posteriori quest'uomo solo si sarebbe trovato in scomoda compagnia, un primo violino nascosto tra gli ottoni rumorosi. Il simbolico passaggio di consegne che avviene tra Adriano e Marco Aurelio, nella lunga lettera che costituisce l'opera, è un pretesto effettivamente per far sentire la propria voce.

Adriano, fin dalle prime pagine, dà ad intendere di essersi sempre sentito
imperatore, dalle campagne militari contro i Daci fino alla fittizia adozione ed ascesa al trono. Non è un eccesso di presuzione. Si tratta della consapevolezza del proprio ruolo ideale nel mondo, del suo desiderio di pace e sviluppo culturale concretizzabile appunto solo assurgendo al massimo potere. La sua forza, quella dell'uomo solo. La sua concezione di futuro è un vorticoso avvolgersi su se stesso, lungo la linea del tempo, fino al momento in cui è costretto a passare il testimone.

Importante nella sua formazione è il pensiero greco, sentendosi lui in prima persona fortemente ellenizzato e dimostrandolo pagina dopo pagina. Uno dei brani più belli ed interessanti della prima parte del libro è dedicato, infatti, alla lingua greca, così intensa e con sfumature e caratterizzazioni più feconde del
suo latino. Non per altro, l'intera epistola è indirizzata a quel Marco Aurelio autore dei Τὰ εἰς ἑαυτόν (Colloqui a se stesso).

L'intera narrazione segue così un percorso a
V rovesciata, ripercorrendo la vita dell'imperatore salendo verso un culmine, il Saeculum aureum, per poi ridiscenderne il pendio verso la morte; tematica che apre e chiude la lettera ricongiungendosi ad anello (Ringkomposition). Così si dipana il filo del racconto, rivelando l'unicità dell'imperatore ed al contempo la sua molteplicità, la sua versatilità d'applicazione, in particolar modo nell'ambito delle arti, non lesinando sulla sua fragilità umana. Struggente, al proposito, la storia d'amore efebico con Antinoo, che tinge la seconda parte del libro di una malinconia man mano più scura, dopo la morte dell'amato.

Il mondo femminile intorno ad Adriano non trova, invece, una declinazione amorosa. Fa rapidi accenni alle amanti, non va oltre. All'estremità positiva trova posto Plotina, moglie di Traiano, a cui la tradizione (e senza esplicitarlo anche l'imperatore della Yourcenar) attribuiscono un ruolo di primo piano nell'adozione di Adriano da parte del marito morente. Per lei l'io narrante prova una sincera e profonda affezione, tangibile in ogni parola a lei riferita. Si profila poi Paolina, sua sorella e moglie del suo nemico Serviano, donna arcigna e seriosa. Infine Il rapporto con la moglie Sabina, nipote di Traiano sposata per convenienza, è di affetto-odio, senza implicazioni catulliane. Affetto di Adriano, inquinato quasi dalla compassione per una donna che l'ha dovuto sposare senza amarlo ed odio di Sabina, così profondo che prima di morire...

Disse che si rallegrava di morire senza figli: i miei figli mi avrebbero rassomigliato senza dubbio, ed ella avrebbe provato per loro la stessa avversione che provava per me.

La lingua della Yourcenar, come già detto, è atticista, densa e poco scorrevole per il comune lettore di romanzi; della consistenza di un ragù di lunga cottura (o di una gustosa zuppa di
Gulasch, se si preferisce); si presta facilmente, con le sue ampie argomentazioni, ad essere citata avulsa dal suo contesto d'origine. A ciò è dovuta gran parte del successo extra litteratorum moenia, cioè alla capacità del testo di prestarsi a vari livelli di lettura (anche da qui l'esigenza di farne un film), dall'abbacinante al maieutico, dallo stupefacente al che fa riflettere, che lo legga la portinaia sotto casa o il grande critico letterario del piano di sopra.


Adriano Morea


Questo libro è stato recensito anche da Luxita, clicca qui per leggere la sua recensione.