venerdì 8 ottobre 2010

Invito alla lettura: "Notturno" di Gabriele d'Annunzio

Notturno
di Gabriele d'Annunzio
Garzanti, Milano 2008

I ed. 1921

A un giorno dalla celebrazione del Gran Galà dell’Aeronautica Militare Italiana vorrei ricordare un’opera oggi piuttosto dimenticata nell’ambito della vastissima produzione dell’autore delle odi al moderno aeroplano: il Notturno di Gabriele d’Annunzio. L’ambizione e lo slancio verso l’opera d’arte totale è qualcosa che nel romanzo autobiografico si respira non solo dalle prime pagine ma già dallo stesso titolo. L’idea del “notturno” fonde insieme l’immagine vedutista di un paesaggio avvolto in un bozzolo di tenebre morbide e le melodie cullanti della serenata classica. Un’altra reminiscenza, questa volta virgiliana, si lega al Citerone, detto “notturno” perché nelle ore di oscurità vi si celebravano le feste dionisiache. Suggestivo e lirico ma come sempre prolisso, il linguaggio è quello sinestetico del poeta vate e “indovino” che, attraverso il panismo, interpreta i segni della storia e della natura in un “clangore che brilla”. D’Annunzio scrive nella cecità dovuta a una ferita a un occhio, riportata durante un volo eroico, solo e consapevole che “il cieco è condannato a vedere sempre” come nel caso della maledizione che grava su Tiresia nella tragedia greca. E questa stessa cecità induce l’autore ad ascoltare più attentamente ciò che accade appena al di fuori della tenebra che lo circonda e a percepire un alito artistico- musicale persino nello scroscio dell’acqua sui vetri: "per i capelli, per i lunghi capelli afferrerò la pioggia di marzo sonatrice di crotalo".  Tra sonno e dormiveglia, in uno stato di torpore e incoscienza, subentrano bruschi risvegli:
ogni volta che mi sveglio perdo una terra promessa. 
Accanto a lui però, per colmare il vuoto lasciato dal disinganno, c’è la figlia trasfigurata in una sirena o in “un angelo tunicato che si distacca da una cantoria fiorentina”. Il tentativo di rendere la parola scultorea, di darle una consistenza plastica, un dinamismo, una musicalità, si inscrive sempre nel progetto originario di una trama fantastica, pazientemente tessuta come fa il ragno con la sua tela, e che possa sostituire la realtà grigia e monotona della malattia. Il mezzo creativo è la scrittura:
scrivo come chi caluma l’ancora e la gomena scorre sempre più rapida e il mare sembra senza fondo. 
Si tratta di una scrittura meditativa e assorta che ricerca e dissotterra cause profonde dato che “come gli alberi di fronte al sole obliquo gli atti hanno dietro di loro un’ombra lunga che nessuno misura”. A ciò si aggiungono una retorica e un'enfasi anticipatrici dell'era fascista, con espressioni che alludono a un eroismo velleitario e malcelato come: “sono le mie ceneri e sono la mia fenice” o “la morte non vuole chi la cerca”. Il sacrificio dei soldati sul Carso viene accostato a quello dell’Agnus Dei attraverso l’imitatio Christi e il compito del poeta diviene quello di Giuseppe d’Arimatea che depone i loro corpi nel sepolcro nuovo ed eternatore della poesia. Le analogie sono rafforzate dal fatto che il tempo della narrazione coincide con la Quaresima e si conclude con una Pasqua durante la quale, significativamente, si verifica anche la guarigione del protagonista mentre, nel ricordo dell’esperienza appena trascorsa,
il più bel sorriso umano è il sorriso che luccica sui lembi lacerati del dolore inumano. 
L’impressione ultima però è data dalla mescolanza dell’orrore delle spedizioni e della degenza col ricordo di notti adamantine e della sera d’opale, d’oro e d’ambra; delle acque cangianti della laguna e di un campanile di madreperla che vi si staglia; dell’“odore verde del basso Adriatico” e di una “melodia luminosa” fusi tra loro in un quadro unitario di straordinaria armonia.