lunedì 16 agosto 2010

I NOSTRI GIORNI DELL'IRA



John Steinbeck
Furore
Bompiani, Milano 1962

1^ edizione: 1939

Nell’Oklahoma degli anni ’30 arrivano la siccità e i mezzi agricoli e centinaia di mezzadri sono costretti a sloggiare. Lasciare la terra che hanno coltivato per decenni e che ha dato loro di che vivere. Lasciare la casa dove sono vissuti e dove sono nati i loro figli. Lasciare le loro solide certezze e dimenticare quella loro vita ed essere costretti a cominciarne un’altra.

È la storia di una migrazione dall’Est all’Ovest negli immensi Stati Uniti delle opportunità. Un viaggio verso la California in cerca di lavoro raccontato realisticamente seguendo le vicende della famiglia Joad. Non tutti ce la fanno: chi muore, chi decide che quel viaggio non fa per lui, chi non resiste ad una realtà così misera e fugge le proprie responsabilità.

I Joad conoscono la dolorosa povertà, incertezza, l’indifferenza e il razzismo dei loro connazionali. Subiscono abusi sui lavoratori e le dure repressioni degli scioperi. Ma anche la solidarietà di chi è nelle loro stesse condizioni e di chi si dimostra consapevole e comprensivo. Provano cosa significa vedere la propria famiglia andare in frantumi, ma trovano sempre la forza di resistere fino all’ultimo, tragico, umano finale.

Steinbeck fa attenzione ai fatti, a ciò che accade alla famiglia Joad, quella che potrebbe essere una delle tante famiglie degli Usa. Fa attenzione al viaggio, alla terra che quei poveri cristi sono costretti a macinare. Fa attenzione alla società che fa da sfondo alla loro sventura: scioperi, subbugli, malcontento. Lavoro sottopagato, centri dove possono trovare accoglienza, la voglia di andare avanti tipica di chi è vissuto sempre con poco. Ma riesce, Steinbeck, a fare attenzione anche alle facce di quella gente che vede la sua vita disfarsi da un giorno all’altro. Come si comporta un vecchio, la donna di casa e il giovane. Certo, l’autore usa dei personaggi un po’ stereotipati, il tipico anziano duro d’America che va avanti ad “aceto e piscio”, la donna casalinga che è forte e non si da mai per vinta e che è il vero motore della famiglia anche quando i mezzi di trasporto non vanno e che da buona madre riesce a reggere le pretese, i rimpianti, i problemi dei figli. I figli, che sono scapestrati, che danno filo da torcere, ma che sono figli e che stanno su quella barca dove la vita ancora continua e quindi sognano una famiglia ed un figlio che sta per nascere, qualcuno s’innamora, qualcuno ammazza, qualcun altro non vuole saperne di continuare. Steinbeck da buon realista, ha voluto fare un bozzetto di una famiglia e così ha messo tutti i possibili personaggi a posto suo con i caratteri che già ci aspettavamo senza meravigliarci di nulla. Ed è forse proprio per questo che i Joad funzionano ed arrivano dall’altra parte degli Usa, perché sono una famiglia che a volte ci fa piangere e spesso anche ridere (come quando i piccoli non capiscono cosa sia lo sciacquone e pensano di aver rotto il bagno), e sono una famiglia americana con dentro tutti i tipi che si possono incontrare in famiglia (insomma non tutti i figli sono dei gran lavoratori e degli sfaccendati, ognuno è a modo suo, nessuno che rassomigli all’altro) e in più Steinbeck ci mette dentro un predicatore che si trova in crisi, che ha perso le sue certezze sulla vita e sulla religione e le sue riflessioni fanno da sfondo alla crisi umana che i nostri vivono. Anche Dio ci ha abbandonato? O Dio non può far nulla in questi casi, contro ciò che viene nella tua terra con quei trattori del demonio? Così infarcito di Scritture, il povero predicatore avrà pensato che se nella Bibbia non ci sono macchine ora noi non sappiamo cosa fare e non abbiamo nulla da dire. I Joad lo sanno: andare in California, a tutti i costi.

Ma perché leggere oggi un libro così lungo e a dire la verità nemmeno tanto fresco nella lettura? (alcuni momenti vanno avanti un po’ come dei vecchi trattori appesantiti). Rileggerlo perché di nuovo cittadine d’America si spopolano non per l’arrivo di macchine, anzi, perché le macchine sembra che se ne vadano o che perlomeno non se ne producano. E così se ne vanno i ristoranti, i bar, i locali, le librerie … e dove si va? A cercare un lavoro, proprio come i Joad. E sembra non ci sia una Terra Promessa come era la California per contadini di Furore. Solo che adesso lo si sa prima di partire e non c’è nemmeno al speranza di andare.

Rileggerlo oggi, perché sempre di più l’uomo migratore è l’uomo che risponde vivamente all’affacciarsi del nuovo (pericolo? nemico? o semplicemente mondo?). Rileggerlo oggi perché sono le forzature che ci spezzano le radici a disgregare la famiglia, una famiglia già di per sé dissestata dalle migrazioni lavorative di 24h. Una famiglia che per quanto dissestata, deve trovare la forza di arrivare di California.