sabato 31 luglio 2010

Il rozzo fratello yankee di Oscar Wilde




Post Office
di Charles Bukowski

TEA, 2009
I ed. 1971


I vent'anni che intercorrono dalla morte di Oscar (1900) alla nascita di Charles (1920) e ancor di più i settantuno fino alla pubblicazione di Post Office, insieme alle dovute ed inevitabili discriminanti sociali, stilistiche e formali, faranno storcere il naso ai più critici di fronte a questo azzardato paragone. Ma mutatis mutandis si può affermare senza alcun dubbio che il signor Charles Bukowski sia il rozzo fratello yankee di mr. Oscar Wilde. I rispettivi loro due personaggi, Henry Chinaski e Dorian Gray, se si fossero conosciuti non sarebbero manco andati d'accordo. L'ubriacone schietto e votato agli eccessi, in piena ribellione con la sua società, e il dandy pulito e raffinato, frequentatore di salotti e amabile conversatore, pieno fino al midollo di very british witness nonostante le sue origini irlandesi. Entrambi però hanno uno spiccato senso individualista, una spiritualità decadente ed edonista che ricerca, ognuno con le sue diverse modalità, il piacere. Sono accomunati inoltre da una incredibile capacità oratoria; dalle loro parole trasuda carisma, che come vischio intrappola le menti e gli ingegni di lettori od ascoltatori (al contrario del più vecchio S.T. Coleridge e l'espediente che sfiora il ridicolo all'incipit del suo "Rhyme of the ancient mariner") Ambedue sono esteti: cultori dell'arte e della bellezza in quanto tale, secondo il famoso aforisma di Walter Pater – art for art's sake –, sviluppano la loro recherche inevitabilmente in senso ostinato e contrario. Una bellezza fatta di arte, quadri e atmosfere goticheggianti si traducono nel linguaggio bukowskiano in sesso, alcool ed eccessi. Charles è volutamente triviale ed immediato, privo di complicati giri di parole, avendo trascorso 40 anni di gavetta nella vita extra litteras, barcamenandosi tra un lavoro e l'altro, prima di approdare alla scrittura. La questione di una sua morale, un suo significato particolare da trasmettere, è da escludere senza dubbio. Bukowski non vuole dare modelli comportamentali, alla stessa stregua di Kierkegaard che non voleva finire sui libri di filosofia. Il suo attacco alla società altamente formalizzata dei Post offices è una conseguenza inevitabile del suo scontro con essa. Se Charles non avesse lavorato alle poste, Henry l'avrebbe seguito autobiograficamente. Il romanzo è una cronaca di una battaglia già consumata, in cui non si finisce di contare il numero dei morti ambo le parti, e che si conclude senza nessun vinto e vincitore. Un'esigenza di scrivere mirabilmente riassunta dalla chiusa di Post Office:
La mattina dopo era mattina e io ero ancora vivo.
Forse scriverò un romanzo, pensai.
E lo scrissi.
Ovverossia: non c'è nessuna motivazione particolare che mi ha spinto a scrivere. O meglio: scrivere è una delle possibili conseguenze del giorno dopo, come i postumi di una sbornia. Scrivere mi dà la conferma di essere ancora vivo. Un po' come il sesso ed la sua intima necessità che porta Henry Chinaski a cambiare 5 donne in 5 differenti capitoli.
La vera problematica da affrontare è, al di là dei gusti personali, in che termini di letteratura rientri Bukowski. I più schizzinosi non ammetteranno il suo andamento rapido ed incalzante, a digiuno di frasi fatte e descrizioni romanzesche, duro e schietto come la realtà; la realtà con gli occhi di Bukowski, però, leggermente deformata da un onnipresente filo d'ironia. Non si può parlare di uno strutturatissimo progetto di scrittura in questo caso, per l'estrema spontaneità del suo stile; ma Bukowski si distanzia da qualsiasi altro sottoprodotto volgare degli ultimi cinquant'anni di scurrilità edita e massificata, per il suo disegno falsamente superficiale, tipico di una scrittura a getto (come quella del contemporaneo Kerouac), che mantiene saldalmente naturali coesione e coerenza, qualità principi di qualsiasi letterato che vuol definirsi tale. A chi non fosse ancora convinto della letterarietà di Bukowski e di chi lo comprende (cioè di chi va oltre la presenza delle parole
tette, culo, scopata e cazzo per farsi piacere uno scritto, non come mocciosetti esaltati da parole grandi e "fricchettoni" che son mocciosetti cresciuti) cito a suggello di questa recensione alcuni aforismi tratti dalla prefazione al Ritratto di Dorian Gray di Wilde:

L'artista è il creatore di cose belle.
[...] Il pensiero e il linguaggio sono per un artista strumenti di un'arte.
Il vizio e la virtù sono per un artista materiali di un'arte.

[...] Ogni arte è insieme superficie e simbolo.
Coloro che scendono sotto la superficie lo fanno a loro rischio.
L'arte rispecchia lo spettatore, non la vita.
Possiamo perdonare a un uomo l'aver fatto una cosa utile se non l'ammira.
L'unica scusa per aver fatto una cosa inutile è di ammirarla intensamente.
Tutta l'arte è completamente inutile.


Adriano Morea



P.S.: Con quest'ultimo post, che verrà pubblicato quando sarò già in viaggio, mi congedo e prendo una settimana di "meritate" o meno ferie. Buone vacanze a tutti voi, colleghi ed utenti!