sabato 19 giugno 2010

L'importanza di chiamarsi Ernest



La locandina della riduzione cinematografica
di Oliver Parker

“The importance of being Ernest”, molto più della traduzione italiana “L’importanza di chiamarsi Ernesto”, è titolo che rispecchia lo spirito della commedia wildiana tutta imperniata attorno alla critica di costume della “rispettabile” società vittoriana… e la respectability è in effetti la parola chiave di questo bijou d’ironia e sarcasmo! Ciò che intendo sottolineare è il fatto che, in lingua inglese, il nome Ernest suona un po’ come “honest” ed è forse per questo che le signorine di buona famiglia, protagoniste della pièce, fanno letteralmente a gara per fidanzarsi con un uomo che porti tale nome. Ma che poi gli uomini in ballo di onesto abbiano solo il nome, ovvero l’apparenza, senza una reale devozione al vero o alla lealtà coniugale, è ciò che manda avanti l’intreccio permettendo all’autore di contestare il perbenismo aristocratico con la sua solita posa raffinata e decadènt. Basti a tal proposito l’affermazione di Jack che, davanti alla fidanzata, replica: “Gwendolen, è terribile per un uomo scoprire che per tutta la vita non ha detto altro che la verità. Potrai mai perdonarmi?” E la futura consorte: “Ti perdono. Perché sento che cambierai certamente.” Siamo al limite del nonsense. Tra una conversazione così e quelle del Cappellaio Matto e della Lepre Marzolina dell’“Alice in Wonderland” di L. Carroll a ben guardare non c’è poi molta differenza. E se non fosse per l’onirismo e la visionarietà che distanzia un’opera dall’altra sarebbe indiscutibilmente palese la comune polemica verso quel “decoroso contegno” che la pudica società inglese amava esibire in pubblico: dal rituale tè delle cinque alle passeggiate in campagna, alle riunioni nei salotti di Londra. E se il primo atto di questa “commedia frivola per gente seria”, come Wilde argutamente la sottotitola, è ambientato proprio nella capitale del regno, il secondo dipana le sue vicende nella campagna di un’aristocrazia terriera che conta per le proprie rendite su titoli e buoni statali; che specula senza intendersi di negotium ma che, come dimostrano la pigrizia mentale di Cecily e la scarsa attenzione per le lezioni di tedesco ed economia politica, ha ancor meno propensione per l’otium. Wilde traccia insomma il ritratto impietoso di optimates ormai fuori dalla storia come quando, discorrendo di politica, Jack confida a Lady Bracknell di non avere opinioni al riguardo, dichiarandosi un reazionario progressista! E se da un personaggio così possiamo aspettarci sentenze assurde e campate in aria, Lady Bracknell invece mantiene una sua “corposità” e una concretezza di idee che si rispecchiano anche in un filo- germanismo nettamente contrapposto a un’idea stereotipica della Francia bohemièn e maledetta, luogo di perdizione e dei “peggiori eccessi della Rivoluzione Francese”, quest’ultima ravvisata come “deprecabile momento”.

Altro bersaglio polemico è la famiglia “vittorianamente” intesa: Algernon: “Nella vita coniugale due è il deserto e tre il numero perfetto.”
Jack: “Questa, mio caro, è la tesi che il corrotto teatro francese ha propugnato per gli ultimi cinquant’anni.”
Algernon: “Si; e che la bella famiglia inglese ha dimostrato vera in molto meno tempo”.
E se i dialoghi tra Jack e Algernon sembrano tendere al paradossale, è perché entrambi sono proiezioni dell’autore che ama far conversazione tra sé e sé e al contempo rispondere alle critiche di quanti vedevano in lui un elemento sovversivo e trasgressivo nonostante il suo successo letterario. Proprio nella prospettiva letteraria e all’interno del dibattito culturale si inscrivono poi certe riflessioni “scomode” che prendono di mira il sistema d’istruzione inglese: “L’ignoranza è come un delicato frutto esotico: come lo si tocca il suo fascino è perduto. Le teorie educative del giorno d’oggi sono fondamentalmente assurde. In Inghilterra comunque, grazie a Dio, l’educazione non produce il minimo effetto. Non fosse così ne deriverebbero gravi inconvenienti per le classi superiori”. Una volta di più il nesso tra potere e ignoranza delle classi subalterne, lo stesso che sarà poi messo in evidenza da Orwell nel noto slogan di “1984”, viene posto in rilievo con cinismo e lucidità. Ma, come per un climax ascendente, più lapidario nella sua causticità è il giudizio del protagonista verso l’altro amico gentleman: “La critica letteraria non è il tuo forte amico mio. Non provartici! Lasciala fare alla gente che non ha frequentato l’università. La fanno così bene loro sui quotidiani!”
Rimanderei infine alla prefazione dello stesso autore al romanzo “Il ritratto di Dorian Gray” per un approfondimento all’affermazione di Algernon, alter ego e portavoce di Wilde, che dichiara: “E’ assurdo definire con regole precise quel che si deve leggere o no. Più della metà della cultura moderna si fonda su ciò che non si dovrebbe leggere.”
In definitiva la pièce ha ben poco della commedia frivola e molto della problematicità di una querelle incentrata sull’ambiguità della disobbedienza, (valore o disvalore?), nell’arte come nella vita…