mercoledì 26 maggio 2010

Dormono sulla collina. Invito alla lettura dell'Antologia di Spoon River


Antologia di Spoon River
(Spoon River Anthology)
di Edgar Lee Masters

edizione italiana consigliata: Einaudi, 2009
a cura di Fernanda Pivano

Nel 1607, ad Heidelberg, fu ritrovato un codice (poi denominato Antologia Palatina) che conteneva una ricchissima raccolta di epigrammi in lingua greca. Secondo la natura multiforme del genere – l’epigramma nasce, per definizione, come iscrizione encomiastica o funeraria, ma si apre presto ad argomenti come la satira sociale, l’erotismo, mantenendo come caratteristica peculiare la brevitas – i temi trattati erano moltissimi. Il libro VII, in particolare, conteneva epigrammi funerari, caratterizzati da una varietà di tono che spaziava da una composta malinconia a un’ironia tipica della satira. Esemplare di questa tendenza, per darne un’idea, l’epigramma di Leonida di Taranto dedicato a Maronide, vecchia beona, che nella sua tomba geme non per la nostalgia dei suoi figli o del marito malato, ma per la coppa vuota dalla quale non potrà più bere.

Questo preambolo “classicista” non è fine a se stesso. L’Antologia Palatina, infatti, offrì un modello dinamico e poliedrico a Edgar Lee Master quando – erano i primi anni del XX secolo – decise di raccogliere in un libro i volti e le storie dei due paesi della sua vita, Lewinston e Petersburg. Ciò che ne nacque fu, appunto, una raccolta di epigrammi funerari, un’Antologia dell’immaginaria Spoon River. L’Antologia Palatina fornì una base ideale su cui sviluppare una vena affabulatoria prorompente, tale da costruire un vero e proprio epos del villaggio e dei suoi abitanti.
Ma, attenzione, si tratta sempre di un epos moderno, e soprattutto americano: i Poeti, per Edgar Lee Masters, sono i “ruggenti” Omero e Walt Whitman. In quest’epos trovano spazio i dibattiti politici, l’anelito alla democrazia, litigi d’affari, la guerra, persino un crash finanziario e il fallimento di una banca. Il tutto ricondotto alla prospettiva del singolo – anzi, di più singoli, perché molti eventi sono presentati da punti di vista incrociati (moglie e marito, per esempio, o la vittima e il suo assassino), che offrono uno sguardo d’insieme su un gioco di illusioni e menzogne che, sub specie aeternitatis, ha tutto il sapore di un sarcastico scacco matto.

Come mai, ditemi,
io, il più dotto degli avvocati,
che conoscevo Blackstone e Coke
quasi a memoria, che feci la più bella arringa

mai sentita in tribunale, e scrissi

una difesa che meritò l'elogio del giudice Breese -
come mai, ditemi,
mi trovo qui senza un segno, dimenticato,
mentre Chase Henry, l'ubriacone del villaggio,
ha un blocco di marmo, sormontato da un'urna,
su cui la Natura, in vena d'ironia,

ha seminato un'erbaccia in fiore?
(Il giudice Somers)

Ogni ritratto ha una sua individualità irripetibile e parla da una propria, sospesa solitudine di ombra. A molte storie di Spoon River si può applicare perfettamente la bipartizione di Lessing per l’epigramma, costituito da Erwartung (attesa) e Aufschluß (conclusione, sententia finale).
Gli ultimi messaggi di coloro che “dormono sulla collina” racchiudono, ciascuno nello spazio di una dozzina di versi, una vita intera, o il momento decisivo che ha cambiato per sempre questa vita – che, spesso, ne ha segnato la rovina; o il significato che a questa vita si voleva dare, spesso una pretesa di immortalità o di giustizia; ancora, una giustificazione coi posteri per le proprie azioni, un’ammissione di colpe o viltà.

Perché l’amore mi fu offerto ma fuggii le sue lusinge;
il dolore bussò alla mia porta ma ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma paventai i rischi.

Eppure bramavo sempre di dare un senso alla vita.

Ora so che bisogna alzare le vele

e farsi portare dai venti della sorte

dovunque spingano la nave.
Dare un senso alla vita può sfociare in follia

ma una vita senza senso è la tortura

dell’inquietudine e del vago desiderio –
è una nave che, bramando il mare, ne ha paura.

(George Gray)


L’Antologia di Spoon River resta, infatti, in bilico tra la malinconia delle ombre e la frenesia vitale di cui queste sono il simulacro. Nel vers libre di Edgar Lee Masters – “meno del verso e più della prosa” secondo le sue stesse parole – risuonano voci che, pur raccontando delle loro tribolazioni, dei loro figli in guerra, del denaro perduto o di geni sprecati o sopravvalutati, hanno in sé l’eco di qualcosa che è stato e non è più. Tremendamente classici nella loro modernità, gli abitanti della collina protendono dalle loro tombe sguardi senza tempo, richiedono di portare un messaggio.

Noi aleggiamo in questo luogo – noi, le memorie,
e ci copriamo gli occhi per timore di leggere:

“17 giugno 1884, all’età di 21 anni e 3 giorni.”
E tutto è cambiato.

E noi – noi, le memorie, restiamo qui sole con noi stesse,

perché nessun occhio s’accorge di noi, né saprebbe perché siamo qui.

(…) Tutto è dimenticato, tranne che da noi, le memorie,

che siamo dimenticate dal mondo.

(Edith Conant)


Quel messaggio è nel loro corpo dissolto, nel significato delle loro azioni e dei loro ideali, nei loro ritratti inciso in forma di epigrammi. Ritratti entrati nella storia e immortalati da Fabrizio De André, che nel memorabile album Non al denaro, né all’amore né al cielo (1971) ripropose quei volti, con delle ballate che rivestirono le storie di Edgar Lee Masters di struggente incisività.

Forse credi, viandante, che il Fato
sia una trappola al di fuori di te,

che puoi evitare grazie all’uso di cautela

e saggezza.

Così tu credi, osservando le vite di altri uomini,

come uno che, vestito da Dio, si chini su un formicaio
vedendo nei loro problemi la possibile soluzione.

Ma addentrati nella vita:

col tempo vedrai il Fato avvicinarsi

nella forma della tua immagine nello specchio;

oppure mentre siedi solo al focolare,

e all’improvviso la sedia accanto a te avrà un ospite,

e tu riconoscerai quell’ospite,

e gli leggerai il vero messaggio negli occhi.

(Lyman King)

L. Ingallinella