mercoledì 30 settembre 2009

El Divàn del Tamarit


Divàn del Tamarit
di Federico Garcìa Lorca

Dall’ Ermetismo onirico di Gòngora, al Surrealismo freudiano di Breton, dal linguaggio delle corride, all’algebra intellettuale che mette a paragone realtà ideale ed empirica nella poesia arabo- andalusa dell’ XI secolo, il “Divàn del Tamarit”, canzoniere della Huerta de San Vicente, Granada, nasceva nell’ immaginario di Federico Garcìa Lorca dall’ idea di un Eden in terra, di un “ombelico del mondo”, che per i moriscos era già la città dell’ Alhambra dei racconti di W. Irving, e che per il poeta si compendia nell’ immagine del ciliegio fiorito nella bufera invernale.
Il canzoniere è composto di gacelas e casidas, componimenti rispettivamente della Persia del XIII secolo e dell’ Arabia pagana che esprimono, tramite un oggetto emblematico o il descrittivismo fenomenologico, la cristallizzazione di un sentimento. Ma l’ elemento innovativo sta nel fatto che qui Lorca fa tralucere i fantasmi personali dagli elementi tradizionali e folcloristici come raggi attraverso una cortina oscura, fissandoli poi in simulacri atavici, riconducibili alla filosofia delle forme simboliche di Cassirer o all’ inconscio collettivo di Jung. E ciò solo dopo un’ esplosione di pathos: dal “grito” al “planctus” come forme parossistiche del pianto (“llanto”). Il canto solipsistico peculiare dell’Andalusismo, è accompagnato dallo stillicidio delle lacrime come un flamenco gitano potrebbe esserlo da nacchere e chitarra:

Hay muy pocos àngeles que canten,
hay muy pocos perros que ladren,
mil violines caben en la palma de mi mano.

Pero el llanto es un perro inmenso,
el llanto es un àngel inmenso,
el llanto es un violìn inmenso,
las lagrimas amordazan al viento,
no se oye otra cosa que el llanto
.” *

La teoria della tortura- amore di M. Proust è alla base del rapporto con la donna nella narrazione di un disagio intermittente, derivante da un’ oscura forza di attrazione e repulsione, dalla trasgressione dell’ ethos patriarcale sostenitore di un “machismo” e una misoginia propri di varie società agrarie.
Le immagini che fanno trapelare la paura della castrazione nel relazionarsi alla donna fallica, il cui emblema è la Gorgone, sono anche legate all’ idea della morte simboleggiata dalla luna o “muchacha dorada” dagli attributi boomorfi, dall’ acqua e dalle piante acquatiche come alghe e giunchi. L’ identificazione del poeta con un bambino perso in alto mare è segno della volontà di un “regressus ad uterum”, di ristabilimento della condizione prenatale. Al tempo stesso la figura di un secondo bambino affogato fa pensare a “Un amor” di L. Cernuda in cui l’ io lirico si incarna spesso in un annegato. Può sembrare una contraddizione ma è tipicamente spagnolo affermare la morte mentre si cerca la vita. Si tratta della formula del “vivir desviviendo” di cui si appropriò anche Sciascia per definire la visione siciliana dell’ esistenza.
Altre figure sono riprese dalla simbologia ctonica indo- iranica (formiche, scorpioni); dal paganesimo greco- romano (il nocchiero che traghetta le anime e che qui è una sentinella posta a guardia dell’ ingresso alla Luna, creduta dai popoli preellenistici il regno dei morti); dalla mitologia zoroastriana o manichea (la lotta tra Ahriman e Mithra, tra Tenebre e Luce). L’ anelito di Lorca alla “resurrectio carnis” è tradotta nei richiami al mito di Dioniso o a quello egizio di Osiride- Apis ucciso del fratello Seth… la lotta per la sopravvivenza si traduce in quella del sole, incarnato da un toro, ucciso al tramonto nell’ arena del cielo dalle tenebre (il torero) sicchè la metafora ci autorizza a pensare alle stelle come a “banderillas”:

Flor de jazmìn y toro degollado.
[…]
Y el toro es un sangriento crepùsculo que brama.
[…]
Los jazmines tendrìan mitad de noche oscura,
y el toro circo azul sin lidiadores
”.**

Il “Divàn” di Lorca fonde figure archetipiche con incubi degni della pittura di Goya… L’ allucinazione però è forse il metodo associativo più immediato nel contesto di quello che si configura come un “neo- pindarismo” tutto novecentesco.


* “Pochissimi angeli che cantano,/ pochissimi cani che latrano,/ mille violini stanno nel palmo della mia mano./ Ma il pianto è un cane immenso,/ il pianto è un angelo immenso,/ il pianto è un violino immenso,/ le lacrime imbavagliano il vento,/ non si sente nient’ altro che pianto.”

** “Fiore di gelsomino e toro decollato./ E il toro è un insanguinato crepuscolo che brama./ I gelsomini avrebbero una metà della notte oscura / e il toro un’ arena azzurra senza combattenti.”