domenica 21 dicembre 2008

I figli africani di Dante

I figli africani di Dante
a cura di Giuseppina Commare
c.u.e.c.m. - 2006
pp. 182, 13 €


“Non sono africana. L’Africa è in me ma non posso tornare.
Non sono taìna. Il taìno è in me ma non c’è ritorno.
Non sono europea. L’Europa vive in me, ma la mia casa non è là.”

(Aurora Levin Morales)

“Se vuoi sapere chi sono
Se vuoi che ti insegni ciò che so
Cessa momentaneamente di essere ciò che sei
E dimentica ciò che sai.”

( Bakar Salif)


Non tutti probabilmente sanno che la carta geografica che normalmente utilizziamo è la proiezione di Mercatore, adottata convenzionalmente come rappresentazione della superficie terrestre perché più agevole nella navigazione. Ma la carta che raffigura i Paesi del mondo in proiezione equivalente alla loro superficie è quella di Peters: in essa la Groenlandia diminuisce di dimensioni, l’ Africa cresce in estensione e l’Europa, che una volta patchwork di imperi coloniali aveva portato avanti una prospettiva eurocentrica, si ritrova relegata ad una posizione più marginale… La carta di Peters dà la vera dimensione di un mondo che si avvia verso un processo di creolizzazione su larga scala ed in cui presto non vigerà più la supremazia di un unico centro bensì un sistema di potere multipolare.
“I figli africani di Dante” è la raccolta, antologizzata e commentata da Giuseppina Commare, degli scritti di alcuni dei cosiddetti “migrant writers”, coloro che, giungendo dall’estero, hanno scelto la lingua italiana come veicolo di idee e strumento di confronto sulle implicazioni del “racial mix”.
I titoli delle varie sezioni (capitoli e singoli paragrafi) ricalcano i temi affrontati e perspicacemente analizzati dall’autrice la quale spesso accosta e raffronta la loro poesia e prosa a quella degli autori italiani, e più in generale europei, del canone. Per quanto concerne i brani di letteratura migrante si tratta di testi tratti da “I sommersi” ed “Inverno” di Imed Mehadheb (Tunisia), “Pagine di diario” di Gertrude Sokeng (Camerun), “Imbarazzismi. Quotidiani imbarazzi in bianco e nero” di Kossi Kombla Ebri (Togo) ed infine “Questa pelle è pulita. Diario di uno straniero in carcere” di M. (Senegal).
Problematiche che toccano la vita della gente comune: dall’ immigrazione clandestina all’ adozione, dalle professioni degli stranieri in Italia alle false accuse contro di loro, la vita nelle carceri, l’approccio dei bambini negli istituti per l’infanzia.
Così Walcott, poeta della remota St. Lucia e Nobel della letteratura caraibica, parla della sua condizione di “figlio di simbiosi”:
“Io sono solamente un negro rosso che ama il mare,
ho avuto una buona istruzione coloniale,
ho in me dell’olandese, del negro e dell’inglese,
sono nessuno, o sono una nazione.
[…]
Dove mi volgerò, diviso fin dentro le vene?”

Ed aggiunge:

“Si diventa altri altrove.
[…]
Io sono l’ uomo nuovo.
Un ibrido non può mutilare, perché lui stesso è nato da
Tante culture che si sono mutilate tra di loro.”

Un libro per far riflettere sul fatto che i nostri non sono più tempi maturi per la mera tolleranza bensì per un’ accoglienza scevra da pregiudizi.

Esposto Ultimo Eva Maria