domenica 16 marzo 2008

Le parole di Giuseppe Columbo


“Quello che le foglie non dicono”
di Giuseppe Columbo
Cagliari, La Riflessione, 2007

pp. 107


La raccolta poetica di Giuseppe Columbo ospita composizioni che sfiorano i più alti e tradizionali temi della lirica di ogni tempo e di ogni dove. Innanzitutto, l’amore, per lo più contrastato, accostabile alla categoria del “sublime”, in quanto la sua bellezza spesso sembra persino impaurire l’io-lirico. Questa donna, le cui caratteristiche oggettive sono quasi sempre annegate dal sentimento del poeta, manifesta uno spirito forte e libero, talvolta rientra nel topos più tradizionale dell’ineffabile. Qualche volta, il giovane autore si spinge a versi spruzzati d’erotismo, pur mantenendo una sostanziale morigeratezza.

Oltre all’amore e a questo intrecciato, troviamo un altro tema, ovvero l’indagine interiore, gestita con lo scandaglio di parole semplici e quotidiane, accostate in brevi associazioni di versi, quasi aforistici. Se forte è il desiderio di lasciarsi andare alla dolcezza dell’amore (“Quel lento perdersi,/ infinito piacere…” da Ore), talvolta questo viene incupito da un senso di angoscia e di ansia che creano un’atmosfera più cupa. Si pensi, ad esempio, all’ultima lirica della raccolta, intitolata Passi nel ricordo: “Tintinnare nei passi,/camminati tra echi,/ di loro stati,/ a fugar un passato/ ormai calpestato.”. O ancora, un appello stesso alla propria ansia, come leggiamo qui: “Ansia chetati! // Riposati nella tomba/ della pace nuova”.
Tuttavia, il poeta non s’abbandona allo scoramento più completo, ma la speranza sembra destarsi al minimo spiraglio d’amore: “Sorrisi pieni/ regalan Paradiso terreno/ ad un cuore sconvolto”, in cui non è difficile comprendere come sia proprio l’apparizione della donna felice a regalare una pausa all’angoscia e un aprirsi del sentimento.

Molte sono le citazioni letterarie interne ai testi, talvolta addirittura ci sono riprese di arcaismi che riportano a liriche ben anteriori al Novecento. Al contrario, appare molto moderno il gusto per la sintassi rotta, per il versicolo e lo spazio bianco. Tra i tratti distintivi, troviamo poi un uso del tutto personale dei puntini di sospensione, spesso per indicare una reticenza o un’allusione a qualcosa di ineffabile, da capire “tra le righe”… Un uso un po’ insistito, a volte inutile, a volte artificioso, ma bisogna pensare che questi sono i primi tentativi poetici di un autore molto giovane che ha una sensibilità molto spiccata, da imparare a valorizzare con le parole più preziose.


Anathea