giovedì 2 agosto 2007

Un infinito numero


Sebastiano Vassalli
Un infinito numero
Torino, Einaudi, 1999


Come nella maggior parte delle opere di Vassalli, il presente merita di essere spiegato alla luce del passato. Molto spesso, infatti, abbiamo apprezzato le opere dello scrittore genovese per la facilità con cui andavano ad indagare la storia, affondando la penna in un calamaio ben consolidato.
Questa volta, l'attenzione è puntata sulla storia etrusca, mirando a sciogliere interrogativi comuni: perché gli Etruschi, nonostante fossero un popolo avanzato, non hanno lasciato nulla di scritto? E come i Romani hanno attinto alla loro cultura?
Anziché affrontare i quesiti dall'esterno, Vassalli muove calandosi in un personaggio storicamente minore: Timodemo, schiavo, poi liberto dello stesso Virgilio della tradizione. Forse questo personaggio minore, appartato e poco documentato, è stato occasione per indagare in un mondo che molti considerano arci-noto, quale la Roma augustea. Si coglie, in particolare, il momento del viaggio che Mecenate, Virgilio e Timodemo compiono in Etruria: emergeranno da qui punti di vista completamente diversi che getteranno una luce del tutto anticonformista sui Romani. Persino Enea, eroe indiscusso della tradizione latina, non verrà risparmiato: violento, macabro, coinvolto nell'ansia di conquista della stessa stirpe a cui darà origine.
Non bisogna, tuttavia, dimenticare che Vassalli unisce a informazioni documentate una buona patina di invenzione, come ogni romanzo richiede. Al lettore si chiede, dunque, uno spirito critico e la capacità di apprezzare i salti temporali, flashback e forti sensazioni che donano al libro una forte capacità di coinvolgimento.

GMG