martedì 28 agosto 2007

Non ti muovere


Non ti muovere
di Margaret Mazzantini
Milano, Mondadori, 2001

Con una narrazione puntuale, innovativa negli accostamenti e tradizionale per la scelta di lessico preciso e calcolato, la Mazzantini dalle prime pagine afferra il lettore in un vortice difficile da sostenere: un trauma famigliare, un passato difficile che torna a mordere, frase dopo frase, in un pianto che si libera solo a parole. Infatti, la narrazione parte da un gravissimo incidente riportato dalla figlia del protagonista per arricchirsi di flashback continui sulla vita del padre. Si scoprono lentamente ricordi che non si erano mai assopiti, tra cui un legame adulterino che ha lasciato nel protagonista Timoteo la consapevolezza di un amore che non si sarebbe mai estinto, nonostante la morte. Da questi fatti, la Mazzantini muove un dialogo immaginario tra Timoteo, fuori dalla sala operatoria, e la figlia Angela, in lotta per la sopravvivenza: qui, spodestato dal suo ruolo di esimio chirurgo, Timoteo si tuffa in questa confessione-confidenza che dà prova di una grandissima capacità stilistica e narrativa.
Non una volta, malgrado il mio poco tempo, ho pensato che la Mazzantini stesse annoiando il lettore con particolari inutili. Persino l’insistenza di descrizioni squallide e ciniche rivela la fortissima carica d’ispirazione che ha mosso le fila della narrazione, parola dopo parola, ricordo dopo ricordo. Il personaggio di Timoteo, per quanto sembri passivo e subisca persino la presenza della moglie Elsa, è tremendamente attivo nel suo compito indiretto di narratore. L’autrice carica di pathos ogni peccato umano, senza che il personaggio cada mai in autocommiserazione: anzi, le sue reazioni, comprese reazioni fisiche, la mentalità di uomo disilluso, nel pieno della sua età adulta, sono accuratamente sfaccettate, talvolta con una sincerità impietosa. Con accuratezza, la Mazzantini non porta mai il lettore a provare pena per il suo personaggio, quanto, piuttosto, favorisce una certa affezione non calcolata, ma epidermica.
Se la fine, da un lato, sembra scontata, dall’altro ripaga il lettore per la lunga serie di squallori e rinunce di vita di cui è stato osservatore. Senza contare, la bellezza espressiva dell’ultimo capitolo: breve, disilluso come i precedenti, ma estremamente illuminante, si conclude con un pensiero originale e coerente.
Personalmente, se dovessi confessare per cosa ricorderò sempre “Non ti muovere”, direi per le similitudini: del tutto inusitate, sono frasi d’ispirazione profonda. Mai, come in questo libro, negli ultimi anni ho trovato un mix alchemico di stile e trama.
Da leggere assolutamente!