giovedì 24 agosto 2017

Eravamo quattro amici...

Un interminabile inverno
di Alex Boschetti
Edizioni AlphaBeta Verlag

276 pp.
€ 14,00



Albert, Giorgio, Kurt e Peter, quattro uomini legati da un'amicizia indissolubile, siglata da bambini in una notte da lupi e da tregenda in Alto Adige, loro terra d'origine. Un'amicizia che la vita si è incaricata di ridurre a brandelli, almeno per due di loro, Albert e Giorgio, divisi da una terribile disgrazia e da una donna. Bologna e New York sono gli altri due luoghi che vedono il dipanarsi di questo noir, secondo romanzo per Alex Boschetti, sceneggiatore di professione, pubblicato da Alphabeta Verlag.
Partiamo subito col dire che la lettura del libro richiede un lento adattamento alla deriva fisica e psicologica di cui è protagonista Albert, l'io narrante.
La cosa che più mi preoccupava nel corso della lettura, fin dalle prime pagine, era il sentimento di antipatia che non riuscivo a nascondere a me stessa per il personaggio di Albert. Eppure, ben presto, il lettore scopre che quest'uomo, docente universitario di successo e star televisiva di trasmissioni culturali, famoso e in carriera, in realtà è un uomo bastonato dalla vita, un uomo che ha perso tutto, colpito nei suoi affetti più cari.
Nicola, il figlio piccolo, 6 anni, un giorno di due anni prima sparisce improvvisamente e di lui nulla più si sa. Di colpo anche il resto della famiglia si sgretola. La moglie Martina, in preda alla disperazione, e di fatto ignorata dal marito che non riesce a condividere pienamente il suo dolore, cerca conforto tra le braccia del migliore amico di Albert. Il quale così, in pochissimo tempo, viene deprivato dell'identità di padre (gli rimane però una figlia), di marito e di amico. E di lì a poco si scoprirà che pure l'identità di figlio è ormai un ricordo: l'anziana madre soffre di una di quelle malattie terribili che devastano la memoria e quando il figlio la va a trovare in ospedale lo saluta con un «Buongiorno dottore». Senza riconoscerlo. Basterebbe una sola di queste vicende per suscitare nel lettore partecipazione ed empatia. E invece no. Albert è antipatico, duro, scostante, sarcastico, manesco, aggressivo, un po' troppo amante della bottiglia. Poi, la rivelazione. A un certo punto è lo stesso Albert a dire:
Come oggi, anche allora non eccellevo in simpatia.
Ecco, allora ho provato un moto di sollievo per me stessa. E' l'autore che desidera che il suo personaggio susciti antipatia, non sono io lettore-mostro incapace di provare pietà.  E' lo scrittore che non fa niente per rendere il protagonista del suo romanzo empatico, attraente. Stabilito questo patto, la lettura può procedere senza sensi di colpa. E sarà una discesa agli inferi, oscura e senza via d'uscita. Il lettore accompagnerà Albert negli strati più profondi della sua psiche e nell'aridità che ha prosciugato la sua anima. Lo vedrà dibattersi nell'incapacità di dar vita a una nuova relazione. Lo vedrà sporcarsi con gente pericolosa e di infimo rango progettando addirittura l'uccisione dell'ex amico Giorgio. Lo vedrà cercare di raccogliere i cocci delle antiche amicizie. Fino all'epilogo finale. Del quale non dirò nulla.
Dirò invece della scrittura che ho trovato molto maschile. Solitamente non faccio distinzione di genere, la scrittura è piacevole o sciatta, intrigante o monotona, pulita o pesante, chiara o farraginosa. Indipendentemente dal genere dell'autore. Stavolta invece l'aggettivo che mi sembra più adatto è proprio questo: maschile. Recentemente mi è già capitato di pensare a questo attributo per la scrittura de Le otto montagne di Paolo Cognetti. E non è un caso che in entrambi i libri il fulcro della storia sia l'amicizia maschile, un sentimento che può diventare totalitario, ma anche aggressivo e violento se l'amicizia in questione è nata nell'infanzia. E, come nel libro di Cognetti, Bruno e Pietro diventavano adulti senza mai lasciarsi veramente (nonostante la lontananza anche per lunghi periodi), la stessa cosa avviene per Albert, Giorgio, Kurt e Peter. Un'amicizia, come detto, che nasce in Alto Adige, sulle spoglie di una tragedia. Siglata col sangue. E nonostante i quattro bambini, poi ragazzi, poi adulti siano sparsi per il mondo, al di qua e al di là dell'oceano, sono pur sempre le montagne oscure e minacciose dell'infanzia a legarli indissolubilmente. Tanto è vero che tutto si scioglierà tornando al passato. Molto maschile, come dicevo, il racconto di questa amicizia, nelle dinamiche, negli atteggiamenti, nella cupezza di un mondo assoluto che arriva a escludere tutti gli altri. Dolorosissima la scoperta del tradimento: più che per la moglie, Albert soffre per la slealtà dell'amico. Per la rottura di un antico patto di fiducia. Maschile anche la percezione del dolore: di fronte a un bambino che scompare senza più dare segni di sé, ben poco sappiamo del dolore della madre, che possiamo immaginare enorme, devastante. Ma Albert, nel suo egoismo, non lo percepisce; credendo che il dolore sia solo un suo diritto, non lo riconosce in chi gli sta accanto.
La tensione rimane in tutto il romanzo bassa, continua ma bassa, senza cioè picchi di suspense, colpi di scena clamorosi e insospettati (finale a parte) e questo, in un noir, potrebbe essere un difetto. Che diventa uno strumento preciso se invece lo vediamo come il lento dibattersi di un uomo che, come un pesce fuori dall'acqua, sente mancargli l'aria per respirare, l'elemento vitale a cui attingere.
Interessante, oserei dire propria di uno sceneggiatore, l'idea di aprire e chiudere con il passato. Che ritorna, che si perpetua nel presente e determina il futuro. Le radici che non si tagliano mai completamente. Per quanto si possa percorrere la propria vita fisicamente lontano dal luogo natio.
In generale, una buona prova questo secondo romanzo di Boschetti. Con qualche piccola pecca: alcuni luoghi comuni (l'odio per chi dice «un attimino», gli uomini che al volante di Suv non possono essere altro che strafottenti… tutto questo sa un po' di già detto). Qualche uscita che lascia un po' perplessi, del tipo
«in realtà non ho mai amato i colli bolognesi, una copia triste e sbiadita delle mie Dolomiti», dice Albert… che è un po' come paragonare l'Idroscalo di Milano al mare di Sardegna. Oppure
una signora sulla cinquantina, ossigenata e profumatissima, guarda assorta fuori dal finestrino, mentre un raggio di sole le fa luccicare la cotonatura intrisa di lacca.
Suvvia… neanche le bisnonne ormai  si cotonano più…
Qualche errore di editing permane qua e là. Ma, nonostante queste perdonabili (ma per il futuro rimediabili) cadute, il libro è godibile, la scrittura pulita e concisa, i personaggi ben caratterizzati e il finale sufficientemente sorprendente.
                                                                                                                                                  
Sabrina Miglio


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