lunedì 31 luglio 2017

Alla scoperta della cultura di Uruk con Mario Liverani

Uruk. La prima città
di Mario Liverani
"Economica" Laterza, 2017

1^ edizione: 1998
pp. 136
€ 10 (cartaceo)


Come raccontare il fenomeno sorprendente e sempre affascinante che è accaduto tra il 3500 e il 3000 a.C.? Sì, oltre cinquemila anni ci separano dalla nascita e dall'affermazione della "cultura di Uruk", che ha dato vita all'esplosione dell'urbanizzazione nella bassa Mesopotamia. Ad aiutare la ricostruzione degli storici e degli archeologi, non solo gli scavi, ma anche la presenza di documenti scritti, ovvero tavolette su cui in scrittura pittografica gli antichi hanno lasciato informazioni decifrate solo di recente. 
La città di Uruk, che ha raggiunto ben 100 ettari di estensione, è decisamente affascinante: grazie, probabilmente, a grandi innovazioni avvenute tra il 4000 e il 3500 a.C., come l'adozione del campo lungo irrigato attraverso solchi, lo sfruttamento della trazione animale per l'aratro, la trebbiatrice, il carro a quattro ruote. L'incremento notevole della produttività agricola ha dato avvio a una importante trasformazione dei rapporti strutturali della società: le eccedenze prelevate ai contadini vengono raccolte in centri amministrativi, edifici templari visti come "magazzini templari", via via più complessi e articolati sia nelle funzioni e nei servizi, sia nella professionalizzazione di chi ci lavora. 
L'economia si fonda su una netta bipartizione tra i lavoratori stagionali (pagati con razioni di cibo) e i lavoratori permanenti (che ricevono terre in cambio di corvée per un paio di mesi l'anno). Ma cosa muove l'economia? Oltre alla produzione dell'orzo, facile da coltivare e da conservare, nonché base della dieta mesopotamica, la lana e tutto il suo ciclo di produzione (che parte dall'allevamento di pecore e vede, in parallelo, la preparazione di prodotti caseari) muove l'economia e alimenta il commercio. Infatti, i primi mercanti sono spinti sia dalla vendita delle eccedenze (soprattutto lana e tessuti), sia dall'acquisto dei prodotti assenti o carenti in Mesopotamia, come metalli e pietre preziose utili a mano a mano che l'artigianato si raffina e si fa più professionale (pur non soppiantando mai del tutto la produzione familiare).
In parallelo, anche la scrittura si specializza, trasformandosi da pittografica a cuneiforme: i ritrovamenti non fanno che confermare la nascita della scrittura per esigenze di amministrazione proto-statale. Infatti, lo scriba coincide con l'amministratore e tra i suoi compiti c'è quello di rendersi garante di traffici trasparenti di merci in entrata e in uscita. Così, l'esigenza di maggiore precisione fa sì che anche le misure si raffinino (i mesopotamici contavano su base sessagesimale!), mentre il tempo diventa sempre più importante per stabilire il quantitativo di lavoro richiesto e il pagamento corrispondente (attraverso razioni di cibo e di stoffa). 
Sembra straordinaria la crescita progressiva di questa città-tempio sumerica, anche se bisogna ricordare che i villaggi non vengono mai sostituiti o inglobati. Al contrario, sono proprio i villaggi a produrre le eccedenze di cibo che arrivano al tempio-magazzino e a garantire il sostentamento dei funzionari. La società mesopotamica è infatti profondamente sbilanciata: mentre la popolazione è formalmente libera ma è tenuta a produrre e a consegnare le eccedenze (sostanzialmente senza ottenere niente di concreto in cambio, se non qualche servizio), i funzionari sono formalmente "servi" del tempio/del palazzo, ma hanno maggiori possibilità di arricchimento, sfruttando la loro professionalità. E tuttavia questo disequilibrio ha permesso a Uruk di estendersi e di prosperare per due secoli. Ma cosa ha portato alla crisi e, talvolta, al vero e proprio collasso delle colonie e delle zone più periferiche? 

Mario Liverani, professore emerito di Storia del Vicino Oriente Antico alla Sapienza, in questo saggio riesce a ripercorrere le diverse teorie storiche circa uno dei periodi più sorprendenti dell'antichità. Non si limita a commentare gli studi del passato, ma prende posizione nel ridefinire la fisionomia (comunque multiforme e tutt'altro che scontata) della cultura di Uruk. In un centinaio di pagine, senza mai rinunciare alla chiarezza della divulgazione né alla precisione delle argomentazioni, Liverani traccia un quadro a tutto tondo che, come brevemente e indegnamente riassunto sopra, tocca la società, l'economia, la politica e la religione della civiltà basso-mesopotamica. Sempre nel rispetto della diversità degli antichi, il fascino che lo studioso prova nell'accostarsi a Uruk è palese e anche chi solitamente non si occupa di secoli tanto remoti, non potrà che restare colpito dall'evoluzione di un proto-stato che si fa sempre più organizzato e gerarchizzato.

GMGhioni


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