venerdì 21 luglio 2017

Sulle tracce di Widforss, il pittore del Grand Canyon


L'arte della fuga
di Fredrik Sjöberg
traduzione di Fulvio Ferrari
Iperborea, 2017
(prima edizione svedese 2006)

190 pp.
16,00 €


Ogni vita umana è un labirinto. Se si trova l’ingresso, ci si può aggirare dentro all’infinito.
Scandagliare la vita di un artista che in patria ha lasciato poche tracce di sé, fino a dargli nuova linfa: è proprio quello che fa Fredrik Sjöberg, biologo svedese, studioso di scienze naturali, giornalista, scrittore, collezionista e appassionato d’arte. A un certo punto della sua vita, Sjöberg, colpito dalla visione di un pino dipinto ad acquerello, decide di approfondire l’opera e l’esistenza del pittore che con tale maestria e delicatezza ha riprodotto su tela quel pino.  Un pittore che sembra svanito nelle brume del passato. Il risultato di questa indagine biografica è L’arte della fuga, un gustoso saggio-romanzo edito da Iperborea.
Un centinaio di quadri vennero semplicemente svenduti. Dove saranno adesso? Suppongo in oscuri ripostigli e vecchie soffitte, o appesi su tappezzerie a fiori in lontane casette delle vacanze. In fondo sono solo acquerelli, un po’ irreali, di un pittore che nessuno ricorda.
Sic transit gloria mundi. Per fortuna, a volte, succede che uno scrittore decida di togliere la polvere depositata dal tempo. E di riconsegnare ai posteri una vita dimenticata. È quanto accaduto a Gunnar Widforss, acquerellista vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, tanto sconosciuto in Europa quanto acclamato negli Stati Uniti. Sfuggitogli a un’asta il quadro con il pino di Widforss, Sjöberg si lancia sulle tracce del pittore che ben presto lasciano la Svezia e il Vecchio Continente per riapparire negli Stati Uniti, sullo sfondo dei maestosi paesaggi della California, tra il Grand Canyon e la Death Valley. Nella grande America Widforss arriva dopo anni in viaggio attraverso l’Europa, un periodo nero in cui la sua abilità di pittore o a volte anche di imbianchino a malapena gli consentiva di mettere insieme il pranzo con la cena. Dall'altra parte del mondo, invece, la svolta: ecco che anche per lui si realizza l'American dream e l'acquerellista diventa una gloria nazionale, il pittore ufficiale dei Parchi nazionali. Sue le vedute più belle del Grand Canyon, rappresentato in tutte le sfumature di colore, profondità e maestosità, che solo chi ha potuto affacciarsi sull’orlo di questa magnificenza della natura può comprendere appieno. Sue le visioni desertiche e quasi oniriche della Death Valley, quella landa d’America le cui temperature rendono così appropriato il nome di Valle della Morte. Suoi i panorami più suggestivi dello Yosemite Park, con la cupola dell’Half Dome (la montagna più riprodotta degli Stati Uniti) che campeggia in tutta la sua imponenza sulle vallate sottostanti. Diventa talmente famoso in America che tuttora una delle cime del Gran Canyon è a lui intitolata e il sentiero per raggiungerla si chiama proprio Widforss Trail. Mentre, nel contempo, in Svezia su di lui calano le ombre dell’oblio.
E ci voleva proprio uno come Sjöberg, preciso e paziente studioso di mosche, per rimettere insieme i pezzi del puzzle della biografia di Widforss. Un compito arduo, portato a termine tra giri di telefonate alla ricerca di lontani parenti ancora in vita, studi in archivi polverosi, lettura di lettere personali. Per ricostruire la vita di questo signor nessuno in patria, dimenticato persino dai nipoti. Uno dei temi principali di questa biografia sui generis è proprio il terrore di essere dimenticati, quell’horror oblivionis che è una caratteristica molto umana. L’autore, resosi conto ben presto, che a nessuno è mai venuto in mente di occuparsi seriamente di questo pittore, decide seduta stante di farsi ultimo amico di Widforss, di essere quel braccio teso che lo toglie dalla dimenticanza colpevole in cui è precipitato.
C’è da dire che il povero Widforss venne al mondo in un momento artistico che più intempestivo non avrebbe potuto essere. Che cosa mai poteva dire un acquerellista innamorato della natura e della luce dopo l’ubriacatura artistica degli Impressionisti? Dove mai poteva andare un pittore di pioppi e pini e laghi e monti quando ormai il gusto del pubblico si volgeva verso la pittura metafisica di De Chirico, verso l’avanguardia dei futuristi, verso le visioni cubiste di Picasso, verso il colore di Matisse?

L’America invece era il Nuovo Mondo, in tutti i sensi. Vergine, plasmabile, impressionabile. Un mondo di cui Fredrik Sjöberg (e sta proprio in questo la gustosità del libro) ci sa raccontare aneddoti e vicende, che, rispetto al nocciolo della trama, rappresentano interessanti punti di fuga. Ecco la visione dei cammelli sulla Route 66, che secondo alcuni potevano sostituire i cavalli per la loro capacità di sopportare pesi e di resistere alla sete. Ecco le divagazioni sulla nascita dell’industria del chewing gum. Ecco le riflessioni amare sullo sterminio degli indiani d’America, poi cacciati nelle riserve (tradotto, i luoghi più inospitali del Paese). Sempre tessendo le fila della vita di Widforss, che tutto questo sfiora o tocca. Come, per esempio, la nascita del magazzino H&M, dove la M sta per Mauritz, secondo nome del pittore, nonché nome del padre.
E per finire la chicca finale, il segreto, un evento nella vita di Widforss tenuto ben nascosto. Un segreto che Sjöberg sarà tra i pochi a conoscere. E che ci svelerà verso la fine del libro.
Insomma una lettura davvero particolare offre questo agile volume, ravvivata dalla scrittura così nordica di Sjöberg, ironica, leggera e disincantata, un tratto che traspare soprattutto negli innesti personali della vita dell’autore, quando svela di sé la propria incapacità di trarre profitto e divertimento dai viaggi, quando ci racconta la propria passione per le piccole bellezze della natura, siano esse mosche o colibrì codalarga, o quando ci mette a parte delle proprie disavventure con le auto prese a noleggio.
Per questo il libro sfugge a ogni classificazione, è biografia, è romanzo, è letteratura di viaggio, è autobiografia...

Sabrina Miglio

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