mercoledì 26 luglio 2017

"Rinascere alla verità": sulle note di Don Fuego

Dio non abita all'Avana
di Yasmina Khadra
Sellerio, 2017

Traduzione di Marina Di Leo

pp. 234
€ 16 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

Ogni celebrità è frutto di una congiuntura. Il pubblico è volubile. Oggi acclama lei, domani acclamerà un altro, e non farà neanche lo sforzo di metterla in un cassetto. Così, da un giorno all'altro, eccola abbandonato a se stesso e senza nessuna prospettiva. (p. 40)
Don Fuego vive per la musica e lo sa bene: senza, si sente «solo un'anonima eco in balia del vento. Non ho più vene, e dunque non ho più sangue; non ho più ossa per tenermi in piedi, né un volto da nascondere» (p. 58). Ma non è solo il canto a trasformare la sua vita: sono la fama all'Avana, i turisti che chiedono selfie e un bis, gli incontri con potenti come Fidel e Gabriel Garcia Márquez, il fascino decadente del Buena Vista Café, gli abiti di scena sgargianti e costosi, le avance delle fan... Con i suoi sessant'anni, Don Fuego ha vissuto esperienze molteplici, ma sempre all'Avana, con un microfono in mano e l'orgoglio di essere un grande artista, riconosciuto da tutti. Certo, non aveva lanciato dischi suoi, ma sapeva far vibrare le canzoni altrui in modo unico. Nonostante fosse ben conscio dei cambiamenti che stava attraversando Cuba con l'indebolimento del potere di Raul Castro, mai si sarebbe aspettato  che il Buena Vista venisse privatizzato, con conseguente licenziamento di tutti (compreso lo stesso Don Fuego). 
All'inizio, il protagonista si rifiuta di abbattersi e si rivolge al centro per l'impiego con la fierezza di chi non ammette la sconfitta, rifiutando che proprio la sua carriera stesse subendo un crollo improvviso. Purtroppo però «la realtà si riprende sempre i suoi diritti, nessuna illusione è in grado di soppiantarla a lungo» (p. 232). E così, Don Fuego si ritrova a vivere a tempo pieno nella rumorosa e sovraffollata casa della sorella, dove gli spazi vengono condivisi da dodici persone. L'unica via di fuga è peregrinare per i vari quartieri, visti attraverso gli occhi talvolta offuscati per via di un bicchiere di troppo. Il dolore è tanto, neanche l'amico di sempre, il trombettista fallito Panchito, riesce a calmare Don Fuego. 
Poi, l'incontro: in una notte come tante, sul tram abbandonato dove spesso il protagonista si rifugia a pensare, compare una ragazza, spaventata e bellissima, giunta all'Avana con il fratello, che è stato però arrestato senza apparenti ragioni. La diffidenza della sconosciuta è notevole, ma Don Fuego resta folgorato dalla sua avvenenza e decide di aiutarla. Inizia così un'incredibile seconda parte, in cui il protagonista riprende a vivere e a sperare, anche solo attraverso la contemplazione della giovane, di cui scopre il nome (Mayensi) e poco altro: ogni tentativo di avvicinarsi a lei innesca reazioni violente e decisamente abnormi. Quale vissuto potrà mai provocare tanto disagio in questa ragazza? 
Don Fuego desidera avere accanto Mayensi, pur riconoscendola selvatica e concentrata sulle proprie ferite, che lei prova a far rimarginare a discapito di tutti gli altri. L'illusione di poterla amare è, d'altro canto, sufficiente a dare una nuova linfa vitale al cantante, comunque conscio della precarietà di quanto sta vivendo, o illudendosi di vivere: «So bene che sto mentendo ma, se c'è una menzogna alla quale aderisco anima e corpo, è questa» (p. 202).
E dunque, il rimescolamento emotivo di Don Fuego provoca un rimescolamento di tutta la storia: aspettatevi un'evoluzione decisamente imprevedibile, mentre tutto viene messo in dubbio, dal lavoro ai sentimenti, dalla famiglia ai desideri per il futuro, dalla giustizia alla vita all'Avana. 
Questo Dio non abita all'Avana è un romanzo scritto benissimo: fin dalle prime pagine non potrete fare a meno di rileggere alcuni passaggi, musicali come le strofe di una canzone (e di questo bisogna ringraziare la traduttrice Marina Di Leo). E poi c'è tutto il mondo sudamericano, conturbante congerie di pulsioni contrastanti, come amore e morte, povertà generosa, demoni interiori che risorgono e si quietano,... E Don Fuego sa qual è il mantra che lo accompagna da sempre:
«Il sacrificio più grande, e forse più legittimo, è quello di sopportare ciò che non puoi impedire, e di continuare ad amare la vita nonostante tutto» (p. 233).

GMGhioni 


Un post condiviso da CriticaLetteraria.org (@criticaletteraria) in data:

0 commenti: