giovedì 25 maggio 2017

La crisi della politica? Passa attraverso l'uso (o lo stupro) della lingua italiana.

Volgare eloquenza. Come le parole hanno paralizzato la politica
di Giuseppe Antonelli
Laterza, 2017

pp. 144
€ 14 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)


La paralisi che stiamo vivendo si deve anche all'insostenibile leggerezza delle parole: le parole forti di una politica debole. Perché la vera politica torni davvero a contare - sconfiggendo l'antipolitica - bisogna che tornino a contare le idee [...]. Prima di raccontare, bisogna fare i conti con i fatti. Smetterla di usare parole senza le cose. (p. 107)
Pungente, ironico, acuto: potrebbe anche essere divertente il nuovo Volgare eloquenza di Giuseppe Antonelli, uscito pochi giorni or sono per Laterza, se non fosse che l'oggetto della nostra risata è il linguaggio della politica italiana. La piacevolezza del dettato di Antonelli senza dubbio aiuta a digerire un boccone altrimenti molto amaro: la politica italiana ha cambiato sensibilmente il suo modo di parlare, privilegiando lo storytelling alla tradizionale argomentazione. Ma narrare, come sottolinea Antonelli, significa gestire un monologo a cui si può credere o non credere, ma che non si apre al confronto. Le emozioni hanno preso il posto delle idee, accompagnate da una progressiva banalizzazione del linguaggio in uso e dall'aggressività imperante. Volgarità e semplificazione sono un tutt'uno di questa trasformazione, che ci ha fatti passare dal "politichese" degli anni '80, distanziante e lontano dall'italiano popolare, al "gentese", a cominciare dal boom berlusconiano fino a Renzi. 

Davanti alla caduta di credibilità di Tangentopoli e all'impiego sempre più massiccio della televisione per la diffusione dei messaggi e dei dibattiti politici, come continuare ad adottare una lingua alta, che faccia sentire il politico lontano e superiore all'elettore? Via via, negli ultimi dieci anni, le differenze linguistiche si sono appiattite e addirittura non è più possibile distinguere parole "di destra" da altre "di sinistra". 
La lingua ha virato bruscamente, scimmiotta gli errori che compie l'italiano medio (o la sua caricatura), inserisce interiezioni, formule di passaggio colloquiali, emoticons ed emoji, che continuamente suggeriscono: "io politico sono uguale a te". Oltre a questa pericolosa ricerca del consenso attraverso il cosiddetto "ricalco", la lingua politica va in direzione di una "media logic", secondo cui la politica resta subordinata ai media. Questo spiegherebbe, ad esempio, la deriva comica nei vari media: come sottolinea Antonelli, presentando esempi tristemente veri, anni fa nessun politico avrebbe sfruttato strafalcioni grammaticali per entrare nella logica del "retweet" compulsivo e derisorio; né alla radio si sarebbero ascoltate le barzellette (sessiste e da osteria) di questo o quel parlamentare. 
Lo stesso Trump, che secondo alcune ricerche attinge a un bagaglio lessicale pari a quello di un bambino di dodici anni, sceglie brevità, semplicità di vocabolario e iperboli continue per incontrare il favore dei media. 
Si tratta delle regole di base del marketing elettorale e politico, che plasmano continuamente gli slogan, trasformano il privato in pubblico, si sfamano di disfemismi più o meno accesi e, insomma, trasformano i politici in "personaggi". E che dire della loro presenza sui social, dove scrivono tanto ma rispondono poco agli elettori? E come si colloca in questa dimensione Vendola, con il suo linguaggio volutamente ricercato e letterario?

A queste e a tantissime altre domande Antonelli risponde con esempi di testi di discorsi pronunciati dai nostri politici, esperienze più o meno personali, testi di canzone (che da sempre colgono e denunciano le contraddizioni del presente). Il problema è individuato chiaramente ed ora è necessario ripensare la politica, ricordandoci che il mezzo non è mai il messaggio. Dunque, in una interessante pars construens, breve ma sentita ed efficace, Antonelli suggerisce di ridare alla politica le idee e - solo in un secondo momento - preoccuparsi delle parole. Il che, detto da un linguista, è davvero conferma di quanto sia grave la nostra deriva politica, svuotata di idee, riempita di storie che ci distolgano dai problemi reali.

GMGhioni

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