giovedì 20 aprile 2017

#PagineCritiche - Che cosa legittima il potere in Grecia?

Chi comanda nella città. I Greci e il potere
di Mario Vegetti
Carocci, 2017

€ 12 (cartaceo)
pp. 128



Quando si pensa all'Antica Grecia, una dicotomia netta risuona nelle nostre menti dai tempi della scuola: democrazia ad Atene, oligarchia a Sparta. Ma è proprio così? Il potere in Grecia è stato ben più di questo, ha sperimentato tirannide e anarchia, periodi di transizione, guerre civili che hanno sradicato ogni certezza. Ma è proprio il potere a essere oggetto di tante speculazioni filosofiche e politiche nel corso del V e del IV secolo a.C.: visto che non esisteva un apparato centralizzato di potere, né la trasmissione delle cariche avveniva pacificamente per via ereditaria o per legittimazione religiosa, ogni incarico pubblico andava giustificato. È proprio da questa serie di assenze che muove l'agile e utilissimo contributo di Mario Vegetti, Chi comanda nella città, uscito da poco per i tipi di Carocci, che scioglie tanti pregiudizi e che può aiutare studenti e insegnanti a entrare nella dimensione delle tante sfumature filosofiche della politica antica.

Dopo un'utile introduzione, che delinea la situazione disgregata e pericolosamente autonoma delle pòleis, ci si concentra su quell'incredibile «laboratorio del pensiero politico nell'Occidente» che è stata la Grecia tra il 430 e il 330 a.C. Un interrogativo principale scandiva le riflessioni del periodo: che cosa legittima il potere?

Le varie risposte che hanno provato a darsi i Greci ruotano attorno a cinque tipologie principali: vi è chi ipotizza che sia il principio di maggioranza (plethos) ad avere il potere e a deliberare. Ma attenzione, anche questa apparente democrazia è in realtà meno limpida della vulgata: si ricordano casi di oppressione ideologica della maggioranza, che ha un «carattere violento e coercitivo», votato alla «repressione del dissenso» e, viceversa, a una notevole «pressione conformante». Uno degli interrogativi più forti in merito riguarda la capacità del plethos, di maggioranza plebeo, di governare, visto il deficit cognitivo e lo spirito violento. Se tanti pensatori (Platone e Aristotele, ad esempio) si scontrano e arrivano a esiti differenti sulla possibilità o meno di educare il popolo, la questione pare pacificarsi con l'esperimento di Pericle, in grado di tenere il potere nelle sue mani, in un governo non esercitato dal popolo, ma per il popolo.
Se il principio per legittimare il potere non è quello della maggioranza, può forse esserlo il nomos, termine che racchiude più significati, che mantengono tutti al centro una forte valenza normativa. Non è raro che in questo secolo potere politico e potere legislativo si compenetrino, legandosi con l'etica in una triade inscindibile (cfr. Politico di Aristotele).
Ma la guerra civile tra Atene e Sparta nel V secolo porta nel dibattito sul potere il ruolo centrale della forza, ovvero del kratos: è forse questo il fondamento estremo del potere? Il caso esemplare, passato alla storia come uno dei momenti più violenti della storia ateniese, dell'assedio e della distruzione dell'Isola di Melo (416 a.C.) potrebbe esserne la prova.
O ancora, potrebbe essere l'aretè, la «virtù» (intesa come eccellenza delle prestazioni individuali, sia in politica sia nel campo militare), a costituire un principio fondamentale per un governo efficace. Ed ecco che, nel IV secolo, Aristotele ritiene possibile la pambasileia, ovvero la monarchia assoluta, con un sovrano che si fa lui stesso legge, una sorta di Zeus tra gli uomini. Pare ormai superata la tirannofobia del V secolo e anche Platone, nelle Leggi, suggerisce che un tiranno giovane, magnanimo, con buona memoria e facilità d'apprendere e, ovviamente, coraggioso, potrebbe essere una condizione per raggiungere una costituzione efficiente. E d'altra parte proprio gli esperimenti tirannici del IV secolo vedono, come ricorda Vegetti, il sostegno palese dell'Accademia.
Da ultimo, il potere in Grecia potrebbe essere giustificato dall'episteme, con la convinzione, specialmente nelle opere di Platone, che sia proprio la "scienza" (normativa o regia) a dare legittimità al potere. Dunque, il legame tra politica e filosofia è fortemente sostenuto da Platone, sia nella Repubblica sia nel Politico, in cui si delinea la possibilità di un piccolo gruppo di filosofi al trono, con potere regio assoluto, limitato solo dalla costituzione (tracciata, d'altra parte, dai filosofi stessi). Il rischio della tirannide risuona, certamente, soprattutto quando Platone sostiene che il gruppo dei filosofi ha per unico criterio del buon governo l'imperativo di fare cose utili (con o senza consenso; in linea o contro le leggi).

A fronte di tante fitte riflessioni, che ci siamo qui limitati a riprendere per sommi capi e senza gli importanti rimandi bibliografici indicati nel volumetto, Vegetti riflette su come, alla base di tutte queste riflessioni, vi siano domande ineludibili sulla natura umana, sulla sua capacità di modificarsi (e, in caso, come, quanto e con quali strumenti?) o, al contrario, se sia fissa e destinata a lasciar emergere la sua essenza, qualsiasi educazione o costituzione si offra.
Ed è un interrogativo che non conosce tempo, così come le speculazioni di Platone, Aristotele e tanti altri pensatori qui accennati risuonano nella riflessione politica fino ad oggi.

GMGhioni

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