martedì 6 settembre 2016

La difficoltà di dire "eccomi"

Eccomi
di Jonathan Safran Foer
Guanda, 2016

Traduzione di Irene Abigail Piccinini
Titolo originale: Here I am

pp. 667
€ 22 (cartaceo)


«È facile essere vicini, ma è quasi impossibile rimanere vicini. Pensate agli amici. Pensate agli hobby. Perfino alle idee. Ci sono vicini - a volte così vicini che pensiamo siano parte di noi - e poi, a un certo punto, non ci sono più vicini. Vanno via. C'è un solo modo per tenere qualcosa vicino nel tempo: trattenerlo. Lottarci corpo a corpo. Atterrarlo, come fece Giacobbe con l'angelo, e rifiutarsi di lasciarlo andare. Quello con cui non lottiamo lo lasciamo andare. L'amore non è assenza di sforzo. L'amore è sforzo.» (p. 590)

Quanto è difficile esserci veramente? Nella propria vita, in famiglia, nel lavoro, nella religione, nella società. Quanto è difficile dire "eccomi" alle tante chiamate che riceviamo ogni giorno? Muove dalla crisi, il nuovo romanzo di Jonathan Safran Foer, Eccomi, uscito da pochi giorni per Guanda. Non si parla dell'abusato argomento della crisi economica, ma di una crisi ben più profonda e atavica, quella che ognuno di noi fronteggia da bambino, da adolescente e anche da adulto. La domanda perenne è: chi sono io? E perché sono qui con te, con voi

Ogni personaggio di Eccomi vede messo in crisi il proprio precario equilibrio, tappa fondamentale di crescita per i più piccoli o evoluzione deleteria di rapporti umani per gli adulti. Il tutto avviene entro le mura domestiche, quelle che Julia ha arredato con tanta passione e in cui Jacob lavora come scrittore di una serie tv di successo. Lì, con la famiglia Bloch, scorrazza da molti anni il cane Argo, mentre i tre figli crescono a vista d'occhio: Sam, con la scarsa accettazione del suo corpo, che rifugge adottando un avatar femminile su Other Life; Max, pensoso e a tratti geniale, ora indifferente e menefreghista, ma pieno di spirito e di amore per il cane Argo; Benjy, il minore, vagamente ipocondriaco e a suo modo creativo e curioso del significato delle parole. Di tanto in tanto, sono invitati i nonni, i genitori di Jacob: alla gentilezza e disponibilità di Deborah (personaggio piuttosto sfumato, e proprio per questo poco rilevante narrativamente) fa da contraltare la sfrontatezza del marito Irv, noto sul web per il proprio blog di denuncia pro-questione ebraica. 
La narrazione muove da un episodio spiacevole, avvenuto a scuola: davanti al preside, Julia e Jacob scoprono che Sam ha scritto improperi e parole davvero umilianti. La minaccia è l'espulsione, e subito i genitori si trovano a fare i conti con il ragazzo, che sostiene di non aver mai scritto il biglietto. Allora scatta una prima frattura: Julia vuole spingere Sam a confessare; Jacob crede al figlio. Ma questa in realtà non è che la famosa goccia che fa traboccare un vaso colmo di segreti e di ruoli pre-confezionati:
Nessuno vuole essere una caricatura. Nessuna vuole essere una versione sminuita di se stessa. Nessuno vuole essere un uomo ebreo o un uomo che muore. (p. 232)
Jacob ha un segreto che non ha confessato a nessuno, ma certamente anche il cellulare tenuto nascosto in casa apre un vaso di Pandora ben pieno di bugie. Ma sono pur sempre le bugie di un uomo debole, che vorrebbe fare e non agisce, ma resta quasi bloccato dalla serietà di Julia, in grado di intimorire e zittire tutti gli uomini di casa nonostante la sua fragilità fisica. 
Mentre si pone il problema del Bar Mitzvah di Sam (farlo o meno? Come celebrarlo dopo la punizione per la scuola e un lutto familiare?), arrivano a casa i cugini da Israele, che portano con loro i problemi del loro Paese e lasciano immaginare la guerra ormai alle porte. 
Ed ecco che la storia personale si unisce alla storia di un popolo, tra passato e presente, con uno degli ottimi giochi di prestigio dei tanti a cui ci ha abituati Jonathan Safran Foer. Flashback e presente si intersecano: la famiglia Bloch a Washington e i cugini israeliani, due realtà lontanissime e apparentemente unite solo dalle origini ebraiche, hanno invece molti punti in comune, che emergeranno nel corso del romanzo.
Allora i destini, sempre più precari, corrono verso il loro epilogo, in quella che sembra trasformarsi in una cascata di eventi. Ed è proprio lì che Foer tende l'agguato e cambia stile della narrazione, l'interrompe e poi la segmenta: a noi lettori? Come sempre, occorre accettare il patto, farci trasportare fino alla pagina 663 con la curiosità di chi vuole sapere cosa accadrà al matrimonio di Julia e Jacob, ma anche come Sam uscirà dalla punizione, se accetterà il Bar Mitzvah; o se Max troverà la sua posizione nel mondo e Benjy la smetterà di fare domande su qualsiasi cosa; o se il cane Argo verrà o meno soppresso per abbreviare le sue sofferenze. In fondo, la sua sarebbe un'eutanasia necessaria, paradossalmente la più facile rispetto all'eutanasia di una storia d'amore, di una famiglia, o di un intero popolo... 

Eccomi è un romanzo feroce, ma anche ferocemente bello, scritto con lo stile magistrale di Foer (viene solo qualche dubbio, qui e là, sulla traduzione). Forse è meglio che il lettore ci si dedichi quando la propria vita non è piena di incrinature; anche così, le domande che riecheggiano dal libro sono tante, e non tutte troveranno risposta. 

GMGhioni

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