martedì 12 luglio 2016

Il professore: il romanzo più realista di Charlotte Brontë

Il professore
di Charlotte Brontê
Fazi editore, 2016

Traduzione di Martina Rinaldi

pp. 304
euro 18


Quando nel 1857, a due anni dalla scomparsa dell’autrice, viene finalmente pubblicato Il professore, il mito di Charlotte Brontë è ormai consolidato, legato per sempre alle eroine dei suoi romanzi più celebri e all’immagine di sé stessa che ha scelto di mostrare in pubblico. Una maschera, non sempre corrispondente all’io più vero che invece sembra mostrarsi più reale tra le pagine, nello spirito anticonformista di personaggi femminili che a distanza di due secoli non smettono di affascinare. L’incanto della scrittura di Charlotte Brontë e l’attenta costruzione psicologica dei personaggi, trovano nelle figure femminili dei romanzi della maturità il punto di arrivo del percorso letterario dell’autrice inglese, modelli di una femminilità nuova in procinto di rompere con i tradizionali codici vittoriani, anche solo per un attimo fugace. Donne appassionate, indipendenti, spesso forti del solo vantaggio dato dall’istruzione e dalla necessità di badare a sé stesse, sensibili ai richiami di cuore e corpo, anticipatrici per certi aspetti dei nuovi modelli femminili che caratterizzeranno la fin de siècle inglese, con la New Woman icona culturale e letteraria del periodo.
Perfettamente a proprio agio nell’esplorare la psicologia femminile e le contraddizioni del tempo, sorprende che in questo primo romanzo dell’età adulta Charlotte Brontë scelga invece di porre al centro della storia un protagonista maschile, nel racconto in prima persona per voce di William Crimsworth. Ed è questa la principale debolezza del romanzo, il primo – si diceva – scritto dalla Brontë nel 1846, più volte rifiutato dagli editori che non ne apprezzavano il crudo realismo, e in italiano ripubblicato nei mesi scorsi da Fazi editore in occasione del bicentenario della nascita della sua autrice. Un testo fondamentale, quindi, per comprendere l’evoluzione letteraria della Brontë, ma anche per riflettere – sulla scia dei rifiuti ricevuti dagli editori del tempo – sul panorama editoriale vittoriano alla metà del secolo che imponeva ai propri autori altri modelli letterari capaci di attirare il favore del pubblico, forte ancora delle tendenze gotiche e romantiche.
Il mio racconto non è esaltante e, soprattutto, non è straordinario; ma potrebbe interessare alcune persone che, avendo conosciuto le fatiche della mia stessa vocazione, troveranno nella mia esperienza molti riflessi della loro
Ma è proprio la spiccata componente realistica la forza de Il professore, unita all’attenta indagine psicologica dei personaggi, segno di una sensibilità letteraria che andrà consolidandosi nei lavori più maturi. Racconto di vite e sentimenti ordinari, tra piccole gioie e difficoltà quotidiane, Brontë mette in scena la vita, indaga sentimenti di uomini e donne comuni, in un romanzo che è insieme riflessione intima – in cui non mancano numerosi riferimenti autobiografici, di cui l’opera tutta della Bronte è ricchissima – e critica sociale nei confronti delle complessità e contraddizioni dell’epoca. Ed è anche grazie all’espediente del gender crossing che l’occhio critico dell’autrice riesce efficacemente a farsi interprete di difficoltà, ipocrisie, ruoli e convenzioni dominanti nel mondo entro cui si muovono i protagonisti della vicenda, tra Inghilterra rurale e l’ambiente scolastico di Bruxelles in un continuo confronto/scontro culturale e sociale, dualismo sottolineato anche dall’alternanza linguistica di inglese e francese. Punto di vista esclusivo e narratore della storia, Crimsworth è un giovane squattrinato, di origini e modi aristocratici ed istruito ad Eton, ma deciso a trovare la propria strada affrancato dal denaro e dalle imposizioni degli zii materni che, a distanza di tempo, non perdonano la scelta matrimoniale azzardata della defunta sorella legata ad un semplice commerciante; una rottura definitiva e necessaria tra il giovane e la famiglia materna porta William a cercare l’aiuto del fratello maggiore Edward che, reciso da anni ogni legame con gli zii, si era costruito una solida posizione sulle orme paterne. Ma l’aspro carattere di Edward, la frustrazione per un impiego monotono e insoddisfacente e le continue angherie subite, mettono il giovane a dura prova finchè, per intervento di un nuovo eccentrico amico, William decide di lasciare l’Inghilterra e allontanarsi dalla tediosità di quei giorni, scoprendosi finalmente libero e padrone di quale direzione dare alla propria vita.
Ero giovane, godevo di buona salute; il piacere e io non ci eravamo mai incontrati: non aveva mai indebolito né soddisfatto una sola facoltà della mia natura con i suoi favori. Stringevo tra le braccia la libertà per la prima volta, e l’influenza del suo sorriso e del suo abbraccio ravvivavano la mia vita come il sole e il vento dell’Ovest.
Assaporata la libertà, tenta quindi la sorte a Bruxelles trovando un posto come insegnante di inglese nell’istituto maschile diretto da Francois Pelet, cui presto si aggiungeranno anche le lezioni nella scuola femminile dell’affascinante Zoralde Reuter.

È qui, mentre William cerca di farsi strada con le proprie forze e costruirsi una posizione rispettabile, che risiede il cuore del romanzo, acceso dallo sguardo critico e attento del giovane professore che si muove in una realtà fino ad allora a lui sconosciuta, cerca di comprenderne equilibri e ambiguità, studiando il carattere delle persone che lo circondano. Al lettore di oggi risulterà non poco fastidioso il forte spirito nazionalista di cui l’opera è intrisa, evidente nelle considerazioni del protagonista circa l’inferiorità intellettuale fiamminga, i ritratti poco edificanti dei cittadini di Bruxelles, il ripetuto confronto/scontro con l’ideale inglese e il pregiudizio religioso verso i non protestanti; appare ugualmente evidente, tuttavia, la critica nei confronti di quegli aspetti della società d’origine che non possono più essere facilmente ignorati, dalla vacua ostentazione della classe aristocratica, al doppio standard di giudizio con cui tale società giudica gli uomini e le donne, queste ultime preparate al solo ruolo di moglie e madre devote. La questione matrimoniale stessa, che sarà centrale nel dibattito intorno alla Woman Question di fine secolo e che affonda le radici negli scritti di John Stuart Mill e Mary Wollstonecraft, si fa sempre più urgente e trova spazio anche in romanzi come questo, dove il rapporto uomo/donna, l’istituzione matrimoniale e il ruolo femminile nella società contemporanea nella loro accezione tradizionale vengono messi in discussione, per dare rappresentazione di modelli in parte nuovi e in contrasto con quello vittoriano. Protetta dalla maschera di gender crossing dietro cui autrice e voce narrante si nascondono, Brontë in questo primo romanzo dava un assaggio del punto cui la sua produzione letteraria più matura di lì a qualche anno sarebbe approdata, il livello di profondità psicologica dei personaggi creati, la costruzione di modelli femminili capaci di rompere alcuni dei tradizionali schemi comportamentali e farsi sentimento e passione, debolezza e forza, umiltà e fierezza, espressione di un sentire che laddove la vita – o, per meglio dire la maschera pubblica – non poteva arrivare riusciva ad essere pienamente sulla pagina.

Foto di © DeboraLambruschini
Se il difetto principale dell’opera, si diceva, è la scelta anticonvenzionale per l’autrice di un protagonista maschile, è una riflessione possibile solo a posteriori, nel confronto con quanto la Brontë avrebbe scritto dopo Il professore, opere nelle quali i personaggi femminili protagonisti rivelano la capacità dell’autrice di cogliere sfumature, dubbi e contraddizioni dell’animo di una donna, e un grado di passionalità sorprendenti. Ma se William Crimsworth, uomo comune che aspira ad una felicità misurata e ogni cosa osserva tanto attentamente – curiosamente con quel difetto alla vista di cui la stessa autrice soffriva –  è anche in questo caso nei ritratti femminili che la scrittura della Brontë si fa più sicura ed originale.
Impossibile infatti non rimanere incantati di fronte al personaggio di Frances Evans Henri, la timida insegnante di umili origini che da figura sfocata sullo sfondo assume pagina dopo pagina contorni sempre più definiti: insieme a Crimsworth ne seguiamo l’evoluzione, scoprendo la vivacità di una mente e un cuore affamati di conoscenza e vita, uscita finalmente dall’ombra per trovare il proprio spazio. E se per certi aspetti oggi fa storcere il naso tanta umiltà ed arrendevolezza, il personaggio di Francis che si va sempre più chiaramente delineando – in un percorso di formazione che ha i tratti del Bildungsroman più tradizionale – è modello di quella nuova femminilità appassionata ed indipendente, che sarà poi più compiutamente sviluppata da Brontë nei romanzi successivi ma di cui, in queste pagine, possiamo ancora una volta trovare una prima traccia. Francis, «così più bella, così ridestata alla vita», non più figura sfocata prende vita e profondità, rivelando l’indole generosa e una mente brillante che, pagina dopo pagina, acquista sempre maggiore fiducia e rifiuta di restare imbrigliata – dalle convenzioni, da ruoli prestabiliti – e svela finalmente tutto il proprio potenziale. L’umile e riservata insegnante, tiranneggiata da allieve e superiori, si rivela una donna brillante ed appassionata, dallo spirito arguto, decisa a migliorare la propria condizione grazie a tenacia e talento, divenendo, per me, il cuore pulsante della storia.

A smorzare il tono spesso un po’ troppo moraleggiante del protagonista, è l’eccentrico amico Hunsden Yorke Hunsden, che con i suoi modi diretti e dominanti porta nella storia vivacità e un mezzo ideale per esprimere senza remore punti di vista forti e – diremmo oggi – non proprio politically correct. Il ricco scapolo, sarcastico e un po’ prepotente, eccentrico ma mai eccessivo, è una figura fresca e perfetto contraltare alla serietà di Crimsworth, un gentiluomo «nonostante il rude guscio che gli piaceva indossare come fosse un soprabito»: imprevedibile ed impulsivo, dai modi rudi in apparenza, si spinge dove l’amico non osa, spronandolo e aiutandolo a farsi strada.  
Per come la vedo io, quando un uomo sopporta pazientemente ciò che gli dovrebbe essere insopportabile, è un fossile.
Messe da parte eccentricità e qualche debolezza, Il professore resta un romanzo fondamentale nel quadro del canone brontiano e i difetti di scrittura – una prosa a tratti troppo ricca e ridondante, la tendenza moraleggiante del protagonista, l’acceso nazionalismo di cui è intrisa – sono presto superati dalla capacità dell’autrice di raccontare con maestria una storia di vite e desideri comuni, di non cedere al pathos e allo straordinario, incontrando forse più facilmente il favore dell’ambiente letterario del tempo, ma scegliendo invece la realtà e la vita come fonte primaria di ispirazione.
E se la strada verso la pubblicazione del manoscritto è stata ostacolata da ripetuti rifiuti, Bronte all’apparenza non ha avuto dubbi sulla direzione da prendere:
I romanzieri non dovrebbero mai consentire a sé stessi di stancarsi dell’indagine della vita reale.
La vita pulsante, di uomini e donne, alla ricerca di quella «coppa di felicità misurata e composta»

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