domenica 21 febbraio 2016

Paura di volare, paura di morire: è ancora una volta zipless

Foto di Debora Lambruschini
Paura di volare
di Erica Jong
Bompiani, 2015

Traduzione di Marisa Caramella

pp. 435
euro 13.00

Donna felicemente sposata cerca uomo felicemente sposato
di Erica Jong
Bompiani, 2015

Traduzione di Vincenzo Vega

pp. 274
euro 18.50



Durante i primi mesi dopo la pubblicazione del mio primo libro avevo ricevuto un sacco di telefonate strane e di lettere da uomini che pensavano facessi tutte le cose che scrivevo, che le facessi con chiunque e dappertutto. Improvvisamente ero diventata una specie di oggetto di pubblica proprietà. Era una sensazione strana.
Ero molto giovane la prima volta che ho letto Paura di volare di Erica Jong, il romanzo scandalo – quando ancora ci si poteva scandalizzare con un libro – sulle avventure sessuali e sentimentali raccontate dalla sua protagonista, Isadora Wing. E l’ho riletto poco tempo fa, in attesa della pubblicazione di Fear of dying, l’ultimo lavoro della Jong, oggi che ho la stessa età della Isadora del primo romanzo.
È sempre un po’ strano rileggere un libro a distanza di tempo, soprattutto quando la prima volta ha coinciso con l’adolescenza e quel modo tutto particolare e in parte irripetibile di sentire una storia. Non ne ero rimasta scioccata allora – erano i primi anni Duemila, dopotutto – certo non lo sono adesso. Quello che mi aveva colpito la prima volta semmai non era stato soltanto il racconto esplicito delle esperienze erotiche della protagonista, quanto il fatto che per una volta a parlare in maniera tanto diretta e sincera fosse una donna: e non mi riferisco solamente al personaggio letterario, quanto soprattutto alla scrittrice che le ha dato vita. Erica Jong non è stata la prima, certo, ma in qualche modo il suo romanzo è rimasto uno dei più rappresentativi dell’epoca e per certi versi il meno convenzionale, ancora attuale. Perché, riferimenti autobiografici o meno, quello che conta – oggi come allora – è che dietro alle avventure di Isadora non ci fosse un Bukowski, Miller o un D.H. Lawrence, ma una donna che conosceva perfettamente i dubbi, le passioni, i sentimenti, della sua eroina. Protagonista che, non lo nego, non mi è mai stata però del tutto simpatica e non certo per la sua vita “scandalosa”, quanto per quella insopportabile dipendenza dagli uomini, l’incapacità di essere davvero libera ed indipendente, che mi sembrava un affronto al femminismo. Oggi non sono più indulgente con Isadora, casomai il contrario, ma resta innegabile che prima di Sex and the City e delle Cinquanta sfumature varie, si mormorava solo “zipless”: il sesso senza cerniera, la fantasia della protagonista, che « ha tutta la velocità e la concentrazione di un sogno e come un sogno sembra libero da rimorsi e sensi di colpa».
E il sesso, naturalmente, ha un ruolo centrale nella storia della Jong, che tuttavia non è solo questo: si, c’è il racconto piuttosto esplicito delle avventure di Isadora, fantasie ed esperienze in giro per l’Europa raccontate con quella libertà che sicuramente all’epoca della pubblicazione del romanzo ha scosso non poco l’America perbenista, scandalizzata da una ragazza capace di parlare del sesso in modo tanto diretto; quelle chiacchiere spensierate che, vent’anni dopo, quattro amiche di Manhattan avrebbero reso glamour e divertenti, ma che all’epoca hanno portato un certo imbarazzo tra critici e giornalisti, molti dei quali erano in difficoltà nel recensire il libro della Jong – in effetti, il dubbio rimane, che facciamo con le citazioni più spinte ma significative? – figuriamoci pensare al tour di promozione tra TV e librerie.
Eppure, dicevo, Paura di volare non è mai stato soltanto un romanzo che parla di sesso, nonostante di quello che ne sia in abbondanza. Come hanno detto critici ben più autorevoli prima della sottoscritta, infatti è, semplicemente, un esempio – forse poco ortodosso, questo possiamo concederlo – di Bildungsroman. Punto. Ed è, caso ancor più straordinario, un romanzo di formazione con protagonista una giovane donna. Libera, emancipata, che riflette su amore, sesso, matrimonio, famiglia, arte, vita. La famiglia, intanto: Isadora è cresciuta a New York in una famiglia di ebrei non proprio attaccati alla tradizione, strampalata e disfunzionale, un rapporto complicato - e chiassoso, quando sono insieme – con la madre e le sorelle e un complesso edipico nei confronti del padre. Benestanti dalla vita bohémien che impariamo a conoscere grazie ai continui flashback, ricordi e riflessioni, che compongono la narrazione. Poi ci sono i mariti: il primo, Brian, conosciuto al college e sposato appena poco più che ventenne, dalla cui relazione Isadora è uscita devastata, per via della schizofrenia di cui l’uomo soffriva e che ha reso impossibile restargli accanto; e l’attuale marito, Bennett, uno psicanalista posato, relativamente taciturno, con il quale per un po’ di tempo ha trovato stabilità e sicurezza. In mezzo, amanti e relazioni, in una sfilata di uomini spesso deludenti, e anni di terapia che, tutto sommato, non sembra finora aver portato molti risultati se non quello di aver scelto proprio uno psicanalista come secondo marito. Relazioni più o meno durature, mai del tutto soddisfacenti, che servono a tentare di calmare l’angoscia di restare sola:
In America scegliere di essere qualcosa di diverso dalla metà di una coppia è un’eresia. La solitudine è anti-Americana. La si può perdonare a un uomo, specialmente ad uno “scapolo sensazionale” [...]. Ma si suppone sempre che una donna sola sia stata abbandonata, mai che abbia scelto di vivere così.
Una libertà che Isadora dovrà imparare e che, anche oggi, in molti casi sembra difficile da accettare. Insoddisfatta del proprio matrimonio, Isadora cerca altrove quella passione che Bennett non sembra più condividere e, tra sesso e analisi - perché quale amante poteva scegliere, Isadora, se non l'ennesimo psicanalista! - si allontana dal marito e in viaggio per l'Europa assecondare il desiderio e trovare delle risposte. Tra sensi di colpa, sesso, fantasmi del passato, solitudine e paure, Isadora cerca di scoprire sè stessa e smettere, finalmente, di aver paura di volare.
Oggi come allora, quello che non riesco del tutto a perdonare ad Isadora, non perdono alla Jong, è il limite principale di questo romanzo, per altri aspetti decisamente innovativo: quella dipendenza dagli uomini, dicevo, quel terrore della solitudine che costringe la protagonista a cedere al conformismo, accontentandosi di legami così evidentemente difettosi, quel sentimentalismo con cui affronta ogni esperienza – zipless a parte, naturalmente – quando invece da lei, così diretta ed emancipata, ci saremmo aspettati un pizzico in più di coraggio nell'ammettere che a volte alcune esperienze poco o nulla avevano a che fare con l'amore e che, per alcune, la gabbia dorata del matrimonio non allontana lo spettro della solitudine.
Non riesco a non fantasticare su altri uomini quando faccio sesso con mio marito. Cosa voglio davvero: avventura o sicurezza? I rapporti con gli uomini sono insoddisfacenti, ma non sono capace di sopravvivere senza. So che i modelli convenzionali del modo in cui una donna deve apparire e agire sono fesserie, ma mi sento obbligata a conformarmi. Perché non riesco a dimenticare tutto questo e a concentrarmi sulla scrittura? Non riesco a non fantasticare …
Ancora odio quella frase «non sono capace di sopravvivere senza [gli uomini]». Limiti e difetti di questa storia che tuttavia siamo presto riuscite a perdonare di fronte a tutto il resto: perché, come dicevamo, al di là del sesso, dei sentimenti, del senso di colpa e delle insicurezze di Isadora, c'è il coraggio di dire senza mezzi termini o falsi perbenismi quello che altre donne pensavano in quegli anni, che pensano ancora, preoccupate del giudizio. L'istinto materno, per esempio, che non tutte possiedono o scelgono di assecondare:
Come fa la gente a decidere di avere un figlio, mi chiesi. Era una decisione terrificante. E in un certo senso era una decisione così presuntuosa. Prendersi la responsabilità di una nuova vita quando non c'era modo di sapere come sarebbe stata. Supponevo che la maggior parte delle donne rimanevano incinte senza pensarci perché se per un attimo si fossero fermate a considerare che cosa voleva dire veramente una cosa del genere, sarebbero state senz'altro sommerse dai dubbi. Non avevo nemmeno un po' della cieca fede nel destino che le altre donne sembravano avere. Volevo sempre avere modo di controllare il mio destino. La gravidanza mi sembrava una terribile rinuncia a questo controllo.
Foto di Debora Lambruschini
Troppo complicata, irrisolta, Isadora per decidere consapevolmente di mettere al mondo un figlio e troppo imperfetti gli uomini della sua vita per diventare padri. È chiaro, quindi: non è certo solo il sesso raccontato in modo esplicito ad aver infiammato il dibattito intorno a questo libro, non dopo tutti questi anni. Ed è proprio qui, a mio modesto parere, che risiede la forza del romanzo della Jong, e il motivo per cui lo rileggiamo con piacere, condividendo oppure no il pensiero e le scelte della sua protagonista, perché Isadora rappresentava un modo di essere femminista del tutto nuovo e inaspettato, più moderno forse, certa che sia possibile amare ed essere amata dagli uomini senza, secondo lei, tradire il femminismo; una donna che può parlare di sesso senza imbarazzo e vivere le proprie fantasie, anche se per un attimo. Non rinunciare a niente, è questo il messaggio per me più attuale e liberatorio del libro e che deve valere ancora oggi, accettare che possiamo essere tutto, che meritiamo di avere tutto, conformiste oppure no. E se a tratti la piagnucolosa, incontentabile Isadora riesce ancora ad irritarmi e probabilmente non verrò mai del tutto a patti con il suo conformismo, resta il fatto che in fondo sono proprio questi limiti a renderla meno personaggio letterario, ma un’antieroina in carne ed ossa, con difetti e contraddizioni.

A spingermi a rileggere Paura di volare è stata, dicevo, l’uscita dell’ultimo romanzo della Jong, Fear of Dying (perdonatemi, ma il titolo scelto per l’edizione italiana proprio non mi va giù) in cui Isadora, chiariamolo subito, non è la protagonista ma un personaggio secondario. Certo qualcosa di lei e di quello che è stata la sua vita, quasi trent’anni dopo aver varcato la soglia di quell’albergo a Londra in attesa del ritorno di Bennett, riusciamo a scoprirlo; ma Isadora resta sullo sfondo, per lasciare il posto alla reale protagonista di questo libro, Vanessa, un’ex attrice di successo ora impegnata a vivere il ruolo di moglie di un ricchissimo uomo d’affari di vent’anni più vecchio. Come l’amica, anche Vanessa combatte contro le proprie paure, in quello che in un certo senso può essere letto di nuovo come un romanzo di formazione, nonostante la quasi sessantenne protagonista abbia superato di un bel po’ l’età e le tematiche ideali che siamo abituati ad attribuire ai protagonisti di questo genere. E, ancora una volta, la necessità di rompere nuovi tabù: in questo caso raccontando il desiderio e il sesso over 60, ma anche il terrore della morte e del tempo che passa, sempre con quel tono diretto e spregiudicato che caratterizza gli scritti della Jong. La sua Vanessa è una donna ancora attraente che non è pronta a rinunciare alla passione, come invece sembrerebbe aspettarsi la società da una donna della sua età e del suo status, perché la stabilità sentimentale non può essere abbastanza:
Mi ci sono voluti anni per trovare un matrimonio da cui non volessi scappare, eppure continuavo ad avere fantasie di fuga. Forse erano le fantasie di fuga a far sì che non scappassi. Forse la fantasia è l’unico sistema per far durare il matrimonio, o la vita.
E poi, il confronto con la vecchiaia e la morte, degli anziani genitori soprattutto, qualcosa a cui, in fondo, non si arriverà mai preparati. Genitori imperfetti e, di nuovo, una famiglia chiassosa e problematica, rapporti non sempre facili, che questa storia racconta, ancora una volta, senza falsi moralismi:
Sapevo che la sua morte non sarebbe stata semplice per nessuno di noi. In fondo avevo passato molte ore rimpiangendo mio padre, e cos’è un padre rispetto a una madre? Non è nemmeno un parente, come si dice per i mariti. O, come ha detto Margaret Mead: “La madre è una necessità biologica, il padre un’invenzione sociale”. Ma un padre di figlie è un uomo che è stato messo alla prova. E, in genere, è risultato carente.
Gli uomini che escono da queste pagine, esseri imperfetti, deboli, contraddittori, da odiare e amare in egual misura, le relazioni e i compromessi, maternità e figli problematici, antiche paure difficili da superare. E il tempo che passa, forse l’ultimo tabù della nostra epoca, insieme alla morte:
Mentre tornavo verso casa con Belinda, pensai a quanto sia impossibile spiegare ai giovani cosa succede quando scopri di non essere immune dalla morte. Tutto cambia. Guardi il mondo in maniera diversa. Quando sei giovane, ti manca la prospettiva. Pensi che la vita duri per sempre: giorni e mesi e anni che si succedono all’infinito. Pensi di non dover scegliere. Pensi di poter sprecare il tempo con droghe e alcol. Pensi che il tempo sarà sempre dalla tua parte. Ma il tempo, già tuo amico, diventa tuo nemico. Galoppa via man mano che invecchi […]

di Debora Lambruschini

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