venerdì 22 gennaio 2016

Lu pueta canta pi tutti (anche in inglese). Piero Carbone e la Sicilia come metafora globale

The Poet Sings For All / Lu pueta canta pi tutti
di Piero Carbone
Legas, 2014

ed. bilingue
trad. inglese di Gaetano Cipolla

pp. 90
$ 12 (10)




Il progetto editoriale "Pueti d'Arba Sicula" (poeti d'alba siciliana), voluto e diretto da Gaetano Cipolla per i tipi newyorkesi-canadesi dell'editore Legas, rientra in una precisa strategia che lo stesso Cipolla precisa nell'introduzione alla silloge bilingue del poeta racalmutese (provincia di Agrigento) Piero Carbone, The poet Sings For All / Lu pueta canta pi tutti, tredicesimo volume di questa serie editoriale. Si tratta, come specifica il direttore di collana, "di presentare al mondo anglofono alcuni dei migliori poeti che la Sicilia ha prodotto attraverso i secoli. La giustificazione per la collana deriva dalla mia opinione secondo la quale [...] gli americani e aggiungo con un senso di tristezza, anche molti siciliani, credono che il ritratto stereotipo dei Siciliani tramandato dai media [...] sia rappresentativo della gente che chiama la Sicilia la sua patria". 
Dunque, aprendo il libro di Carbone, quello che il lettore si trova tra le mani è un lavoro distante dalla semplice antologia poetica in dialetto con il testo a fronte inglese, bensì una vera e propria edizione bilingue in cui convivono, affiancate in ogni singola pagina, le due anime del testo - siciliana e inglese (quest'ultima 'insufflata' dalla traduzione di Cipolla) -, mentre in calce si dà spazio alla 'versione' italiana dello stesso autore siciliano. Un'operazione che, come è evidente, oltre ai fisiologici rischi della trans-duzione tra due differenti sponde linguistiche con annesse tutte le spinose questioni relative alla traducibilità (o intraducibilità) interna di una lingua - per dirla con Pasolini -, ha sicuramente il merito di traghettare la 'lingua' siciliana ben oltre i consueti orizzonti geografici, così da proiettarla verso il mare - linguisticamente magnum e aperto - della comunicazione globale. Tuttavia, dalle coloriture espressive della lingua che fu di Giovanni Meli e Ignazio Buttita (per citare i due modelli poetici cari a Carbone) all'idioma forgiato da Chaucer e Shakespeare che oggi 'impera' nelle transazioni finanziarie così come nella rapida circolazione di merci, informazioni, idee, il viaggio, secondo quanto asserisce Carbone nella postfazione, è più breve di quanto si possa immaginare: "diversi i suoni, identica la domanda: suoni particolari per esprimere sentimenti universali". Al di là di quale sia il veicolo idiomatico, "lu pueta canta pi tutti".
Rimanendo su questo scritto conclusivo dal chiaro sapore autobiografico, come suggerito dal titolo, Mio padre parlava in dialetto, Carbone esterna le ragioni della sua scelta espressiva e, quindi, della propria vocazione poetica: 
Perché ho scelto il siciliano? È una domanda a cui non si può fare a meno di rispondere. [...] Per quanto mi riguarda avverto il bisogno spirituale di esprimere i sogni e le malinconie della vita adulta con i suoni della stessa lingua utilizzata nell'infanzia. 
Stando così le cose, la poesia di Carbone nasce allora come una proustiana recherche affidata alla scrittura in - e soprattutto del - dialetto, il quale rappresenta, in ultima istanza, l'unico elemento di congiunzione, e per certi versi di continuità, tra il passato ("infanzia") e "i sogni e le malinconie della vita adulta" (per questo aspetto rimandiamo alla recensione di Serena Alessi, apparsa qui su Critica Lettararia, dove in relazione a un precedente lavoro del poeta viene affrontata specificatamente la questione della "sicilinconìa": http://www.criticaletteraria.org/2011/11/venti-di-sicilinconia.html). 
Ma ciò non significa, ovviamente, cadere in quel cul-de-sac, invero piuttosto comune, che foraggia lo stereotipo del pueta forzatamente elegiaco o folkloristico, emarginato e marginale in tutti i sensi. Quella di Carbone è, all'opposto, una voce poetica che vive nel proprio tempo e che pertanto si alimenta degli ideali e delle laceranti contraddizioni della contemporaneità. Lo stesso intento universale espresso dal titolo - il quale, per inciso, richiama El poeta canta por todos del nobel spagnolo Vicente Alexaindre citato in epigrafe -, ad esempio, non può non confrontarsi (e scontrarsi) con i limiti, se non proprio con l'impossibilità delle ragioni del 'cantare' in un contesto socio-culturale che ormai ha metabolizzato da molto la perdita dell'aureola poetica di baudelairiana memoria: "Aju la forza di li picciliddri, / la vuci di mutàngari e di muti, / lu sintimientu tantu unn'è filici, / ma vaju pi cantari e jettu vuci" (Ho la forza dei bambini, / la voce dei mezzo mutoli e dei muti, / il sentimento pertanto non è felice, / cerco di cantare ma emetto grida). 
Qui la questione non riguarda tanto la scelta del dialetto, che rimane comunque "la gran lingua di li greci" che "vola n cielu, / spunna n terra" (vola in cielo, / sprofonda nella terra), quanto piuttosto l'impotenza connaturata alla costituzione dell'io lirico e del medium poetico
Chiddru chi l'antri ancora 
unn annu scrittu
sunnu muddrichi 
scurdati a lu funnu. 
E allura 
lassatimi diri, 
ccu l'antra lingua,
chiddru chi duoppu vinni
o chiddru chi un si pò diri. 
Quello che gli altri ancora / non hanno scritto / sono molliche / dimenticate nel fondo. // E allora / lasciatami dire, / con un'altra lingua, / quello che è venuto dopo / o quello che non si può dire. 

Altrove l'io poetante di Carbone, sdoppiandosi, rivolge a se stesso la fatidica domanda: "Un poeta che può fare?". Dove arriva la poesia? Da qui il mancato paragone con la figura antitetica del soldato: mentre quest'ultimo "cambia il mondo" - seppur 'a tanto caro sangue', come avrebbe detto Raboni -, il poeta si limita a sventolare "bandiere di parole" conscio della sua inattualità.
Pueta, 
terri terri, 
sbinnuliasti 
banneri di palori
p'addrizzari 
lu munnu avariatu.
Paroli...
Un poeta chi pò fari?
[...]
Cu pueta nun è ed è surdatu 
cancia lu munnu. Ammazza. 
O è ammazzatu. 
Poeta, / di contrada in contrada, / hai sventolato bandiere di parole / per raddrizzare il mondo sbilenco. / Parole... / Un poeta che può fare? / [...] / Chi poeta non è ed è soldato / cambia il mondo. Ammazza. / O è ammazzato. 

È solo nell'alveo della tradizione - poetica e culturale nonché legata a una dimensione più strettamente privata - che il poeta si sente "nnistatu [...] ntre un arbulu anticu" (Innestato [...] su un albero antico) così da ritrovare una fratellanza di parole ("frati di palora") che trascende barriere storiche e geografiche, come nel caso delle radici culturali e linguistiche che accomunano la Sicilia del poeta e la Spagna del pantheon di autori citati nei vari eserghi: "Chjana di Gela comu Estremadura. / Palermu si pò diri Andalusìa". 
E radici è un lemma-chiave che, insieme a un campo semantico inerente all'universo botanico, esprime e chiarisce il rapporto del soggetto poetante con la propria terra, come si legge nella bellissima Ricordi e spiranzi
Chjantatimi un carrubbu quannu muoru 
allatu di la tomba n petra viva. 

Lu paisi chi nasciri mi fici 

di l'antu lu vulissi taliari, 
li rràdichi spunnari nni la storia,
junciri lu cielu ccu li mani, 
ntrizzari rami ccu ancili e santi, 
ppi frutti sempri ricordi e spiranzi. 
Piantate un carrubo quando muoio / accanto la tomba in pietra viva. / Il paese che mi ha fatto nascere / dall'alto lo vorrei guardare, / le radici sprofondare nella storia, / raggiungere il cielo con le mani, / intrecciare rami con angeli e santi, / per frutti sempre ricordi e speranze.

Sono, questi, i momenti più riusciti del libro di Carbone; quando cioè il lirismo personale si intreccia con un respiro epico che pone al centro le sorti dell'isola natale del poeta; una Sicilia che, nonostante tutto (e qui omettiamo il solito elenco di 'piaghe' facilmente desumibile dalla cronaca giornaliera), fa male come un dente che se cadesse lascerebbe nella bocca un abisso (Nni l'abissi). Una Sicilia che. come ben sappiamo, è metafora e omphalos del mondo, tanto che l'innumerevole schiera di suoi cantori dall'antichità fino ai nostri giorni ha sempre posseduto il crisma di un linguaggio universale che parla (o canta) pi tutti. Anzi, "for all". 


Pietro Russo















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