mercoledì 4 novembre 2015

#FFF2015. Storia di un amore e di una congiunzione: "Franz e François"

Franz e François
François Weyergans

trad. Stefania Ricciardi
L'Orma editore, 2015


Tale padre tale figlio, tale madre tale figlia. Quante volte me lo sono sentita ripetere da bambina. Peccato che io e mia madre non abbiamo mai avuto nulla in comune, sebbene da piccola la venerassi come una dea. Questo binomio padre (Franz) – figlio (François) è il nucleo centrale di quella che potrebbe essere superficialmente definita l’autobiografia del regista-scrittore belga François Weyergans. A dirla tutta, definire François regista-scrittore potrebbe offendere la sensibilità del defunto padre. Una birichinata, da parte mia, dato che l’attrito tra i due nasce proprio dall'attività letteraria del figlio. Un regista, per Franz. Un regista e scrittore, per François. Questione di congiunzioni.

Sarà bene procedere un passo alla volta. Franz e François non può essere definito semplicisticamente un’autobiografia. François Weyergans non rispecchia la definizione di Philippe Lejeune secondo cui l’autore dovrebbe concentrarsi sulla “sua vita individuale”. Qui, non ci si sofferma sull’individuo e sulla singola vita dell’autore. Lo stesso titolo lo suggerisce: la congiunzione “e” unisce due individui. A meno che – e la libera interpretazione letteraria non lo vieta, anzi –, quella congiunzione non venga interpretata come un’unione tra il primo e il secondo individuo.


Personalmente, non voglio etichettare questo testo. Un po’ autobiografia, un po’ diario dei ricordi, un po’ confessione psicoanalitica, il genere in questione ideato da Weyergans è aperto a tutte le interpretazioni. Il testo può essere suddiviso in due parti: la prima, in terza persona, in cui si racconta la fase precedente alla scrittura stessa del testo e la fatica di portare a termine (cinque anni!) un progetto tanto sentito quanto complesso a livello intimo. La seconda parte, in prima persona, può essere suddivisa a sua volta in due parti, anche se non è presente una vera e propria linea di demarcazione: in alcuni passaggi, l'autore rivive i ricordi familiari; in altri passaggi, l’autore intrattiene una conversazione con lo psicoanalista Zscharnack che finisce per trasformarsi in una sorta di monologo con il lettore.

Come già precisato, il titolo identifica il punto focale dell’azione: il rapporto tra Franz (padre) e François (figlio). Lo stesso titolo deriva da un ricordo di François: organizzato uno sketch comico con il padre, all’epoca l’autore desiderò intimamente che si fossero chiamati semplicemente Franz e François piuttosto che con il sarcastico Torci e Collo.  Il testo è un giornale intimo, un racconto d’amore in cui François Weyergans ripercorre tutta la storia del rapporto col padre fino alla rottura  pochi mesi prima della morte di Franz.

François Weyergans
Si tratta di ricordi intimi in cui si alternano sentimenti di nostalgia, rabbia e rimorso. François ama il padre ma non ne condivide a pieno il lavoro in età adulta. Si distacca dal suo ferreo cattolicesimo, abbraccia una vita laica e libertina, percorre la strada letteraria oltre che a quella da regista, sebbene il padre glielo sconsigli. Ciò che a François preme fare, una volta diventato adulto e autonomo dal punto di vista culturale e ideologico, è creare quella congiunzione “e” tra Franz e François. Un distacco definitivo tra le due identità: Franz padre, François figlio. Questa crisi di identità fa capolino tra le sue confessioni: François teme di dover proseguire sulla stessa linea ideologica del padre; Franz teme che il nome del figlio sul primo romanzo scandalo venga scambiato col suo, tanto da proporgli indirettamente di adottare uno pseudonimo. Quel Franz e François, quello che una volta era stata un’unione, un prolungamento del padre verso il figlio, il trasferimento dell’eredità paterna (critico e letterato cattolico) al figlio, diventa improvvisamente un distacco, un allontanamento. Quella semplice congiunzione si tramuta in un fatidico silenzio tra padre e figlio. Sarà difatti la morte a mettere a tacere per sempre i dissensi, a marcare una linea di confine tra i due nomi.

Eppure, la morte rappresenta solo una separazione fisica. Così come aveva già fatto il padre con il figlio, François imprime il ricordo di Franz nero su bianco. Il lettore comprende che sebbene l’autore faccia di tutto per non diventare l’alter ego del padre, in realtà ne diventa il prosecutore. François Weyergans fa suo il bagaglio culturale del padre evolvendolo. Spoglia il lavoro del padre delle vedute strettamente cattoliche, ne assimila gli aspetti positivi e li adatta ad una cultura laica. Così, quello che voleva essere un semplice ricordo e al contempo una critica al padre, diventa un racconto d’amore straziante e commovente. Il pathos culmina quando l’autore regala l’ultima penna a Franz, simbolo di rispetto nei confronti del suo lavoro di critico cinematografico e letterario.

Proprio per questo motivo, sento di dover riassumere il tutto con le parole dell’autore: “L’unica cosa che conta veramente è l’amore, poco importa come si manifesta”. Non avrei saputo trovare parole migliori.


Arianna Di Fratta

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