lunedì 9 novembre 2015

Il Salotto - Intervista a Theodore Zeldin

Theodore Zeldin e Gloria Ghioni a Milano (Foto ©CriticaLetteraria)


Sellerio, Palermo 2015, pp. 472, 16 €


In occasione di Bookcity, con grande emozione ho incontrato a Milano il filosofo Theodore Zeldin, di cui ho letto in anteprima "Ventotto domande per affrontare il futuro", titolo ambizioso per un libro che ha il passo avvincente del romanzo e la precisione del saggio nell'affrontare alcuni degli interrogativi ancestrali dell'uomo.
Le aspettative erano tante, e non solo perché Zeldin è ritenuto dall’«Independent on Sunday» una delle quaranta personalità di oggi le cui idee potranno influenzare il nuovo millennio. Le aspettative più grandi sono nate dalle sue stesse pagine, dalla curiosità che l'ex professore di Oxford riesce a suscitare con un linguaggio per nulla criptico, rovesciando la vulgata comune, non per un'aprioristica volontà di polemica; anzi, per appianare le polemiche; semplicemente, per guardare oltre. 


Basta dare una scorsa alla sua carriera e ai titoli delle sue opere per capire che lei incarna un’insolita accoppiata di precisione della ricerca accademica e apertura di vedute da filosofo. Anche nel suo ultimo libro fa pensare a percorsi molto aperti, a domande che schiudono nuove possibilità e non a risposte chiuse e definitorie. Come è stato recepito dai colleghi questo suo approccio alla ricerca?

Sono sempre stato considerato un ribelle! In accademia siamo tutti super specialisti in ambiti ristretti e abbiamo paura di aprire bocca su tutto ciò di cui non siamo certi: quindi, se studi un enzima o un particolare fenomeno linguistico, è difficile che tu ti permetta di commentare qualcosa del mondo. In effetti, gli “accademici” sono tali perché sono esperti di una cosa specifica, non perché sappiano cosa sia la vita. Ma i giovani vogliono sapere questo, cos’è la vita e purtroppo il presente non dà loro la possibilità di scegliere in tal senso. In tutti i miei libri, fin da quando ero giovane, ho cercato di indagare quali e quanti tipi di vite siano possibili; allora ho incontrato persone, mi sono fatto raccontare da loro perché ridevano, di cosa o di chi ridevano, perché avevano scelto di sposarsi, perché sono diventati nemici… Ascoltarli era fondamentale, un tentativo per evitare gli errori del passato. In fondo, oggigiorno continuiamo a fare le guerre pur sapendo quanto siano stupide, e l’unica soluzione che ci viene in mente? Buttare bombe sulle teste dei nostri nemici… Forse se imparassimo a confrontarci…

Proprio a tal proposito, vorrei sapere cosa ne pensa del fenomeno della migrazione, vertiginosamente in aumento nell’ultimo anno. Pensando alla struttura dei suoi capitoli e parafrasando uno dei suoi titoli: cosa potrebbe dire un migrante a un italiano? E viceversa?

Un migrante non è diverso da un compatriota, perché noi non conosciamo né l’uno né l’altro. Ognuno è un mistero per l’altro. Pensando alle proteste recenti in Ungheria, durante le rivolte i migranti dicevano e scrivevano nei loro striscioni: “Io sono un essere umano, proprio come te”. Bene, a noi spetta allora rispondere: “Allora raccontami: chi sei? Cosa pensi? Qual è la tua esperienza? Ami tua moglie, lei ama te, e perché? Quali sono le ambizioni? Cosa vogliono i tuoi figli?”. C’è così tanto da scoprire di queste persone; basta introdurre nuove domande, che facciano scoprire chi siamo e dire: “Tu sei un migrante che arriva dalla Siria, ma sei una persona unica, completamente diversa da tutte le altre”.
Lo stesso vale al contrario: anche un migrante dovrebbe chiedere: “Cosa significa essere italiano?”. Ci sono così tanti modi di essere italiani! Proprio nel libro ho scritto un capitolo legato al concetto di nazionalità e religione: tutti vogliamo viaggiare per capire meglio non solo gli altri Paesi, ma anche noi stessi e le religioni, che possono avere tante ricadute sul mondo. C’è chi vuole imporre il proprio modo di vedere, ovvero la propria religione, semplicemente perché ha paura e non ama le incertezze, credendo che il mondo sia troppo complicato per essere lasciato libero. Altri pensano che il mondo sia un posto fantastico da scoprire e amano che venga detto loro cosa fare. Altri non sopportano questo modo di essere guidati e abbandonano qualsiasi religione sovraimposta. Insomma, non c’è mai una soluzione univoca…
"To Gloria. Thanks for your interesting questions and congratulations in the courage of your blog"

A proposito della religione, ultimamente in Italia tantissimi adolescenti proclamano con grande sicurezza di non avere un credo. Secondo lei andiamo verso una laicizzazione progressiva o troveremo altre forme per esprimere il nostro bisogno di spiritualità?

Io penso che affermando “Non ho religione”, i giovani in realtà abbiano una religione, la religione della felicità. Vogliono essere felici, non in un altro mondo, come promette la religione, ma qui e ora. Allora occorre chiedersi: è questa ricerca una nuova forma di spiritualità o è ormai la visione corrotta della felicità? Avere soldi, un buon lavoro, una buona storia d’amore: cos’è la felicità? Personalmente, io non voglio essere felice perché ci sono così tante cose terribili nel mondo che non mi basta essere soddisfatto di me stesso, mentre tutto sta peggiorando, e i giovani vengono respinti continuamente dal mondo, con questa violenza che li priva di un lavoro degno… Davanti a ciò, come posso accontentarmi di essere felice? Allora forse la spiritualità significa trovare nuovi modi per fare meglio le cose. La gente non è chi mostra di essere; ne abbiamo appena parlato per i migranti: sono stranieri, e allora? Cosa sono oltre a questo? La spiritualità per me è andare a cercare cosa è celato, voler vedere tutto ciò che è davvero nascosto in una persona. Non è facile e, in effetti, nel mio libro non offro le formule perfette: ci abbiamo già provato nel passato e sempre invano; preferisco proporre domande che invitino a riflettere. I giovani devono poter esprimere, senza che noi adulti diamo loro risposte preconfezionate (che peraltro non hanno portato a grandi progressi).

Il suo percorso e l’ultimo libro fanno pensare che alla base della conoscenza, al di là delle nozioni e delle curiosità, per lei ci sia l’ascolto empatico dell’altro. Questo è fondamentale anche nell’insegnamento? 

Molto difficile sapere cosa ne penso io sull’insegnamento! [n.d.a., sorride] Ho avuto molti studenti che sicuramente non ricordano niente di ciò che ho insegnato, ma credo sia inevitabile… La cosa più importante per me, come insegnante, è sempre stato scoprire cosa pensano i ragazzi. L’ascolto è fondamentale, ma sarei cauto a parlare di “empatia”: è rischioso illudersi di poter capire le persone. Sono sposato da molto tempo: ancora ci sono molte cose di mia moglie che mi sfuggono, e passerò il resto della mia vita a cercare di capirle. Siamo molto diversi e per me questo è un grandissimo vantaggio, perché ottengo sempre un diverso punto di vista sulle cose. Quindi il mio obiettivo nella vita non è trovare amici che la pensino come me e mi diano ragione; al contrario, voglio incontrare tante persone che non conosco, con idee diverse: è grazie a loro se amplio le mie vedute. Più che essere empatico, voglio essere stimolato da qualcosa che non so ancora, sia nell’insegnamento sia nella mia vita privata. Anche adesso: la cosa che rimpiango di più nelle interviste è il fatto di non avere il tempo per intervistare a mia volta l’intervistatore. In fondo, nella mia vita non ho fatto altro che intervistare e ascoltare le persone; da questo ho tratto uno dei più grandi piaceri.

Certo, e anche la letteratura, se vogliamo, implica un mettersi in ascolto dell’altro, dei suoi bisogni e della sua mentalità. A suo parere, la letteratura contemporanea deve porre domande o aiutare a trovare risposte?

Dobbiamo distinguere diversi tipi di letteratura: ci sono alcuni libri che addormentano, ovvero tolgono la testa dai problemi quotidiani; altri che racchiudono tutto il loro autore, con la sua esperienza, con il suo modo di ragionare, i suoi dubbi e problemi. Sono chiaramente tipi di libri molto diversi: forse oggi tanti lettori sono così spaventati e disgustati dalla vita, che hanno bisogno di evadere e di chiudere fuori la realtà. Però ci sono storie che continuano a parlarci: pensiamo anche solo all’epica… La letteratura non muore, resiste nei secoli raccontando una storia mai esausta.

Dopo questa conversazione piacevolissima, abbiamo avuto modo di conoscerci un po’ e la ringrazio per il suo interesse per il progetto di CriticaLetteraria. Ora vorrei chiederle un’ultima curiosità, profondamente personale. Se fossimo all’università, lei sedesse al di là della cattedra e io fossi una sua studentessa, quale tesi mi proporrebbe? 

Ti direi di non fare tesi di laurea, dottorati o master. Quando fai l’università, devi seguire le regole: redigere una bibliografia, fare riferimenti, citazioni; insomma, devi stare alle regole ben definite di un gioco. E io ti dico: non farlo. Se vuoi scrivere un libro, scrivilo: prenditi il tempo e le pagine che ti servono, trova tu stessa la materia che vuoi trattare. L’università crea specialisti fondamentali alla ricerca, ma lo studio non basta, abbiamo anche bisogno di esperienza. Mi piacerebbe allora creare un “master in esperienza”: dopo il classico percorso scolastico, frequentare da vicino vari professionisti: trascorrere una settimana o un mese con un architetto, un medico, un ingegnere,… Chiaramente in così poco tempo non impari la loro professione, ma apri la mente, capisci quali sono le loro difficoltà, cosa pensano, e come risolvono i loro problemi… Insomma, aprirei e ti inviterei a frequentare “la scuola dell’esperienza”. Se troviamo un miliardario disposto a investire in questo progetto, lo realizziamo!



Intervista a cura di Gloria M. Ghioni

Si ringrazia Sellerio per l'invito graditissimo e chiaramente Theodore Zeldin per il tempo dedicato, la passione per la nostra causa e il caldo augurio per il futuro.

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