lunedì 26 ottobre 2015

#FFF2015. Camminare con un tesoro cucito sotto la pelle: "La sorella cattiva" di Véronique Ovaldé

La sorella cattiva 
di Véronique Ovaldé


Traduzione italiana di Lorenza Pieri

Minimum Fax, 2015

265 pp., 15 €
e-book € 6,99



Come si chiama quella sensazione di privazione che si prova una volta sfogliata l’ultima pagina di un Libro (l’iniziale maiuscola non è un refuso)? Non si tratta semplicemente di rimanere orfani di una famiglia di personaggi che ci hanno accompagnato più o meno a lungo nel tempo. Significa provare ad arginare un turbinio di emozioni sconosciute ma che, inconsciamente, sappiamo sopite e latenti nella nostra vita. La sorella cattiva ha lasciato questo buco nero al livello della mia pancia, nonostante siano passate più di ventiquattr'ore dalla sua conclusione e nonostante già altre pagine stiano iniziando lasciare il loro segno sulla mia pelle.

L’epidermide di un lettore è fatta un po’ così, attraversata da lunghi solchi di diverse profondità, autostrade e sentieri verso il centro pulsante del nostro io. Il libro della Ovaldé fa dogana al crocevia delle emozioni, conducendo inevitabilmente alla consapevolezza di sé e della propria presenza sul mondo.

Maria Cristina Vääatonen risponde al telefono e le vibrazioni che le giungono le lasciano presagire chi ci sia dall’altra parte del filo: è la madre, con cui non ha contatti da nove anni; un periodo parecchio lungo considerato che la ragazza ha appena trent’anni. Marguerite Vääatonen-Richaumont è una donna severa di sentimenti e avara di manifestazioni che in un piccolo paesino del Canada ha sposato un lappone nomade, Liam Vääatonen che, giunto a Lapérouse per sfuggire a un destino già segnato tra renne e grasso di balene, cade inesorabilmente in un altro destino segnato da oscurantismo e freddezza di cuore mennonita. Maria Cristina lo salva: il padre non maschera la sua preferenza per la figlia maggiore; di certo non disprezza la più piccola Meena, ma non ritrova in lei lo stesso guizzo negli occhi che Maria Cristina riesce a restituirgli. Quel guizzo lo spinge ad accompagnarla quasi clandestinamente alla fuga dalla casa rosaculo: la fuga verso la salvezza ritorna ancora una volta nella famiglia Vääatonen. Impossibile però sfuggire completamente dai luoghi e dalle persone che ci hanno dato la vita. Anni dopo, allora, Maria Cristina compirà un viaggio on the road, andata e ritorno dalla sua nuova vita verso la vecchia, perché:
[…] in qualche modo si ribellava. Voleva tornare nella foresta. Non l’avrebbe ammesso per niente al mondo ma era là che voleva tornare. Era l’unico conforto che avesse mai avuto per sentirsi un po’ meno ansiosa.
Un vortice avvolge il lettore, con una scrittura lieve pur nel suo articolato periodare, quasi a non voler lasciare nemmeno un attimo di respiro, costretti a sfogliare e sfogliare per inseguire la storia e non perdere nemmeno una sillaba di questi pensieri in continuo disvelamento. Singolare, poi, la scelta del punto di vista: non è una narrazione in prima persona ma è una terza persona di cui non si sconosce l’identità ma che sicuramente ha incontrato, se non vissuto accanto, alla protagonista e che con lei ha condiviso i momenti più importati della vita. Che sia l’amica Joanne, Peeta, lo scrittore tronfio d’ego Claramunt o Oz- Garland? Non si sa e non è importante saperlo. La strada è tracciata, il vomere ha scavato innestando semi di riflettuta presa coscienza di chi si è del significato che assume il nostro effimero passaggio. 

Qua e là perle sul significato stesso dell’attività della scrittura, in una meta-narrazione che Carver ammette essere il peccato inevitabile di qualunque scrittore:
[…] E Maria Cristina: Romanzi, voglio scrivere storie, voglio scrivere libri. […] «E che dice Stevenson?» «Dice che l’inizio di tutte le storie è soddisfare il desiderio ardente di chi le legge. Per farlo devi obbedire alle leggi ideali del sogno, alle coincidenze e alla fame di corrispondenze misteriose. […] Scrivere non è un mestiere.
Una storia che dimostra che l’esistenza, che raramente prende la forma delle nostre speranze, si diverte a portarci là dove non avremmo mai immaginato di andare e crea delle ramificazioni sotterranee prendendosi gioco delle nostre certezze.


Federica Privitera

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