venerdì 23 ottobre 2015

"All'aria aperta", l'ottimismo nonostante tutto

All'aria aperta
di Hape Kerkeling

Corbaccio, 2015
trad. italiana di Alessandra Petrelli

pp. 240, € 16.90 

Grazie a questo libro ho aumentato positivamente la distanza dagli avvenimenti della mia infanzia. […] Senza volerlo ho raccontato la storia di un’infanzia perduta. Forse era giunto il momento di dire tutto.
Il nome di Hape Kerkeling in Italia è legato soprattutto al libro Vado a fare due passi, pubblicato nel 2008 da Corbaccio, racconto del pellegrinaggio lungo la via di Santiago di Compostela compiuto pochi anni prima dall’autore stesso. Non è così in Germania e nel Nord Europa, dove Kerkeling è un nome e soprattutto un volto noto del mondo dello spettacolo: attore, presentatore, comico, sceneggiatore, amatissimo dal pubblico e più volte premiato dalla critica. Un personaggio pubblico che negli anni ha spesso utilizzato la propria fama per partecipare a progetti umanitari importanti, in patria e all’estero. Una carriera brillante alle spalle quindi, quel sogno che fermamente coltivava fin da bambino, riconoscimenti, successi, incontri importanti.


Per alcuni potrebbe già essere materia sufficiente per scrivere un’autobiografia, raccontando gli anni della gavetta, i sogni e le speranze di un ragazzo come tanti che è arrivato al successo. Ciò che fa invece Kerkeling in questo libro è in parte qualcosa di diverso, più intimo e toccante: non un’autobiografia in senso stretto – che, diciamoci la verità, ai lettori italiani in fondo quanto poteva risultare interessante? – ma un mezzo per fare pace e prendere le distanze da quella parte della propria vita che lo ha segnato così profondamente, quell’infanzia perduta tanti anni fa nel dolore per le sofferenze della famiglia e soprattutto per la perdita della madre.

Foto di Debora Lambruschini

Analizzando il dolore, i legami famigliari, l’adulto di oggi ricorda quel bambino paffutello, circondato da una grande famiglia unita e strampalata, e dai traumi dell’infanzia cerca in qualche modo di prendere la giusta distanza.

A quest’uomo possiamo solo augurare di aver imparato a convivere con il proprio passato, superando il dolore per la perdita. Da lettori critici tuttavia, la storia non manca di suscitare qualche perplessità: viene da chiedersi per quale ragione pubblicare il memoir di un personaggio non così noto nel nostro Paese, il cui contributo artistico non si vuole certo mettere in discussione, così come i tanti meriti umani, che tuttavia lascia un po’ perplessi per la scelta editoriale. Ma superata questa iniziale perplessità il racconto non manca di suscitare un certo interesse, complice la descrizione di una realtà – storica e geografica - piuttosto differente dal nostro quotidiano (aspetto che avrei apprezzato fosse ancor più approfondito) e la presenza di personaggi che sembrano usciti da un romanzo, eccentrici e speciali, che formano il puzzle della vita di Kerkeling in queste pagine impegnato a dare un senso e superare una parte tanto sofferta della propria esistenza, ma anche a raccontare infanzia e sogni di un bambino degli anni Settanta in una famiglia un po’ strampalata. 
Nonostante la sofferenza e i ricordi dolorosi su cui a tratti Kerkeling non può fare a meno di indugiare, “All’aria aperta” è anche storia di un bambino, di un uomo che ha scelto di essere profondamente ottimista, di fare il comico – di successo - per mestiere, credere nel bene e nelle persone. Anche quando la vita ti mette alla prova, anche quando le persone deludono.

Sono soprattutto le figure femminili che Kerkeling mette al centro della scena, quelle donne che, a partire dalle nonne, sono state fondamentali nella sua vita:

Nonna Bertha con la sua modestia, il suo riserbo, la sua serietà e la sua voglia di vivere riuscirà sempre a toccarmi nel profondo e a indirizzarmi nella mia vita futura. Nonna Anne, nonna Bertha e zia Lisbeth sono, così mi piace descriverle agli altri, come le «attrici e grandi donne della storia» della mia vita. […] Non voglio dire, con tutto questo, che gli uomini della mia famiglia fossero tutti noiosi, non è affatto così, anche loro naturalmente hanno esercitato un influsso su di me. Ma il fascino maggiore era emanato da queste tre figure femminili.

Le due donne, diversissime eppure entrambe fondamentali nella vita di Hape, sono ricordate con commovente affetto: Anne, la nonna materna, eccentrica al limite della follia, forte, dominante e saggia, non ha mai superato la morte dell’unico figlio maschio; Bertha, materna, dolce, pronta a sacrificarsi per il bene degli altri, legatissima alla nuora. Ognuna di loro a suo modo ha avuto un’influenza profondissima su Hape, che ne ha subito il fascino, imparato gli insegnamenti, custodito attentamente l’affetto.
E senza dubbio è alla madre Margret che questo libro – ben oltre le esplicite parole di offerta– è dedicato ed è per comprendere e provare a superare le perdita che sembra essere stato scritto.
Ma in fondo la mia vita non è stata anche lei un cantiere disordinato e caotico? Non c’era anche lì una ferita aperta che non voleva guarire?
Margret, donna fragile e tormentata, malata di una forma sempre più grave di depressione: un male oscuro che nella Germania degli anni Settanta era ancora un tabù e che ha trasformato la madre amorevole e attenta in una donna capace di scatti d’ira terribili, alternati a momenti di tristezza ed apatia da cui sembra incapace di uscire. Quando il male di vivere diventa intollerabile, Margret sceglie di non opporsi più: si toglie la vita, mentre il bambino incapace di comprendere assiste alla lunga agonia. Sono pagine strazianti, in cui Kerkeling rievoca il dolore per la ferita mai del tutto guarita, il senso di colpa per non essere stato in grado di salvarla, la paura che c’è stata prima e il dolore profondissimo derivato dalla perdita.

Fin dalle prime pagine conosciamo il destino di quella donna fragile, che amava la vita ritirata in campagna nella casa dei suoceri; possiamo quasi sentirne la risata spontanea e incontenibile di fronte a quel bambino buffo mentre annuncia serissimo che un giorno andrà in televisione. Ma non c’è risata abbastanza fragorosa per salvarla dalla sofferenza che lentamente si impossessa di lei, incapace di superare il dolore per la perdita della madre, per la piega che la vita ha preso, per le piccole grandi difficoltà quotidiane. Inutile interrogarsi su quale sia stato il momento preciso in cui quella madre affettuosa si è trasformata in una donna capace di scatti tanto violenti, di disperata tristezza e dolore profondo, ciò che resta è per Kerkeling la necessità di raccontare e per mezzo delle parole rielaborare gli anni più bui cercando di mettere la giusta distanza tra il bambino che ha perso la madre e l’adulto di oggi.

E, in quella che forse è la prova più difficile, cercare di ricordarla nei momenti più teneri e sereni: 
Banali episodi di una bellezza scontata tra madre e figlio. È così che voglio ricordare la mamma, e non come era all’obitorio. Non voglio nemmeno pensare all’epoca più buia, anche se faccio fatica a cancellare completamente quelle immagini agghiaccianti. Negli ultimi quarantadue anni non è passato giorno senza che io abbia pensato in qualche modo a mia madre.
Perché sono proprio quei «banali episodi» legati a sua madre, a nonna Anne, nonna Bertha e il resto di una strampalata, complicata famiglia, a rendere questa storia speciale.

di Debora Lambruschini

0 commenti: