lunedì 29 giugno 2015

"Un frammento del mondo che un tempo esisteva al posto del nostro": attraverso l'editoria letteraria con Jonathan Galassi

La musa
di Jonathan Galassi
Guanda, 2015

pp.  252
€ 18,00 (cartaceo)




Gli scrittori erano persone come le altre, solo che avevano una marcia in più. A volte sembrava che fossero riusciti a sviluppare il talento grazie a una mancanza d'inibizione, un'autorizzazione interiore a sentire e a reagire, che li faceva apparire egocentrici, insensibili all'esistenza degli altri. (p. 54)
Paul Dukach è un giovane promettente, avvinto e completamente coinvolto dal mondo apparentemente fatato e in realtà complesso e controverso dell'editoria. L'editoria di una volta, sì, quella intesa automaticamente come sinonimo di cultura. Lì il giovane Paul, sprovveduto per quanto talentuoso, cerca di imitare il suo capo, lo spregiudicato Homer, pur restando molto affascinato dall'approccio del rivale di sempre, Sterling. Questo editore impersona l'esempio di chi riesce a fare successo nonostante (e si perdoni la concessiva quasi paradossale) la ricerca e la sperimentazione («Anche se non era mai stato il suo scopo principale, alla fine il successo commerciale gli aveva fornito un'eroica conferma della fondamentale validità della sua impresa», p. 96). Paul resta schiacciato dalle due grandi personalità degli editori, da cui il giovane cerca di trarre il massimo insegnamento, perché è conscio di essere davanti a un mondo che terminerà presto:  
Eppure Paul sognava di poter emulare, lavorando con Homer, la finezza e la grinta che avevano permesso a Sterling direalizzare il proprio sogno. Paul credeva nei credenti: non nei religiosi ingenui, ma in coloro che aspiravano a produrre un cambiamento, a portare qualcosa nel mondo. (p. 97)
Tuttavia, Paul non può pacificamente lavorare per Homer e frequentare Sterling e il suo archivio nel tempo libero: la rivalità tra i due grandi editori di cultura nasconde una più profonda motivazione, che non ha quasi nulla a che fare con il mondo librario. I due uomini, diversissimi per personalità ma non in fatto di gusti, hanno frequentato Ida Perkins, una bizzosa e talentuosissima poetessa, in grado di attirare non solo prestigiosi riconoscimenti, ma anche l'adorazione da parte del pubblico. Accanto alla sua produzione pluri-ristampata, la sua biografia l'ha resa molto chiacchierata, nonostante la discrezione: 
Le relazioni di Ida divennero leggendarie come quelle di Edna St. Vincent Millay, ma mentre quest'ultima esibiva la sua vita e il suo lavoro con noncuranza e gusto per la controversia, la giovane Ida era aristocramente riservata: ghiaccio all'esterno, fornace all'interno. (p. 75)
Infatti,  «Ida, quando era pienamente se stessa, viveva così come scriveva: a rotta di collo, senza marce indietro o ripensamenti» (p. 239).
Questa bella figura un po' mitica di poetessa-maledetta piena di segreti affascina a dismisura Paul, che - per quanto giovane - brama di incontrare la sua scrittrice preferita e ne avrà l'occasione, in una Venezia decadente che ben si sposa con la Ida ottantenne. Nel frattempo, diciamolo, Paul ha decisamente imparato dai suoi due maestri, e sa che la conquista di un nuovo manoscritto vale tanto, tantissimo, e anzi può surclassare qualsiasi altro valore: «Paul sapeva cosa contava per lui: quelle persone e il loro smodato desiderio di esprimersi. Dai loro volti traeva concentrazione e incoraggiamento; definivano il suo mondo» (p. 226).


Col passare delle pagine e degli anni, Paul crescerà, cercherà di affermarsi come uomo e come editor: vita e professione non sono mai disgiunte, pare suggerire Galassi. Anzi, i tentennamenti di Paul nella vita sono contrapposti a una sempre maggiore capacità di riconoscere talenti e di lavorare con loro. Insomma, l'editoria è occasione per riscattarsi dalla propria indecisione e vedere realizzare davanti ai propri occhi i frutti di tanta fatica:
«Il mondo dell'editoria sarebbe bellissimo senza tutti quei maledetti autori» aveva detto una volta un collega disilluso di Homer. Paul non la pensava così. Lui galleggiava in un mare di estasi, stordito dall'egocentrismo capriccioso dei suoi scrittori ma ricompensato dalla soddisfazione di aiutare le loro opere a vedere la luce. Sempre assalito dai dubbi - sul suo talento, sulla possibilità che qualcuno lo amasse, sulla sua capacità di essere felice -, Paul non dubitava neanche per un istante del valore di quello che faceva. Era il suo destino, e lo sapeva. Così procedeva a testa bassa, lavorando senza sosta, mentre la vita gli passava accanto. (pp. 60-61)
Inevitabile, dunque, ravvisare in La Musa anche un romanzo di formazione: Paul, che con gli occhi chiusi si è accostato al mito dell'editoria culturale, diventerà un professionista affermato anche grazie alla frizione con la realtà. Così la fiera di Francoforte è teatro di numerose scenette avvincenti, sia per un lettore-professionista sia per un lettore che non ha mai messo piede al Salone del Libro di Torino. Certi escamotage grotteschi per accaparrarsi un manoscritto, tra fumo e alcol, contrattazioni e compromessi, faranno ridere il lettore e riveleranno l'articolatissimo mondo delle relazioni editoriali, sostanzialmente immutato oggi (spesso, invece, l'oggetto di tanto contendere è amaramente diverso...). Oltre a questo, anche gli autori dell'immaginario di Paul cambiano, rivelandosi molto più umani e pragmatici di quanto potremmo immaginare. Ida Perkins, ad esempio, investe nella sua scrittura poetica (di cui Galassi diventa "ghostwriter" inserendo estratti poetici nel corpo del romanzo) una funzione terapeutica, quasi compensatoria, mai però slegata dal contingente:
Ida serrò le mascelle e lo guardo indignata. «Quando, vorrei sapere, gli scrittori potranno semplicemente vivere la loro noiosa vita? Non sa che scrivere non è tutto, Mr. Dukach? Ci sono sempre state altre cose di cui occuparsi. I figli di Arnold. La spesa. La lavanderia... e i medici! Scrivere è una cosa che si fa - che entrambi facevamo, dovrei dire - per allontanarsi, per evadere. E forse anche per comprendere i propri errori, le decisioni sbagliate che sappiamo di aver preso ma che non riusciamo ad accettare in altro modo. La psicoanalisi dei poveri, la chiama Arnold.» (p. 152)
Insomma, l'universo prismatico e contraddittorio dell'editoria di una volta si rivelerà sotto gli occhi del lettore come un covo d'intrighi e di relazioni non solo professionali, ma anche come una grandissima "storia d'amore", come precisa Galassi nella prefazione. Alla base, l'assioma «Non c'era niente di più democratico del talento» (p. 203), e spiace un po' che questo pensiero sia declinato al passato.



GMGhioni



0 commenti: