mercoledì 22 aprile 2015

La pericolosa tentazione del Panopticon sentimentale: “Sotto falsa identità” di Caterina Falconi

Sotto falsa identità
di Caterina Falconi
Galaad Edizioni, 2014

pp. 152
€ 12

Fiore, dottoressa di un poliambulatorio situato a ridosso di un centro commerciale, ha alle spalle una intensa storia d’amore con un medico francese conosciuto in Africa; nonostante quest’uomo sia scomparso nel nulla da dieci anni, o forse proprio per questo, egli ingombra ancora con la sua presenza i pensieri quotidiani della protagonista di questo breve romanzo.
Attraverso le parole di una narratrice esterna (assente nel caso di Fiore, unico personaggio ad avere il privilegio della prima persona) conosciamo anche Marilena, reclusa in casa dalla figlia Elisabetta, che da piccola ha ricevuto poco affetto e che probabilmente per questo ha sviluppato un atteggiamento feroce nei confronti della madre; spinta da quella che sembra proprio essere una malattia paranoica ha rinchiuso l’anziana donna in casa impedendole qualsiasi contatto col mondo esterno, costringendola a condividere quella prigione con l’ex marito ora malato e reso inerme da Alzheimer e farmaci ma un tempo violento picchiatore, tentando così una posticcia ed insana riconciliazione familiare.


Di tutte le donne protagoniste del romanzo, quindi, ci viene raccontato subito un frammento del presente ed un pezzo più consistente del passato, a suggerire che i due livelli temporali siano tutt’altro che separati ed ordinati lungo una linea cronologica rigorosamente consecutiva, ma che anzi convivano e si intreccino in continuazione. Sono le passioni e non il tempo a determinare le vite di questi personaggi. Il passato è una trappola e l’unico modo per fuggire a quel buco nero che minaccia di inghiottirci è chiudere la sua botola oscura, lasciandosela alle spalle. Più facile a dirsi che a farsi.
Fiore ora sta con Marco, un uomo sposato. È amore? Diciamo che per ora scopano. Il verbo volgare non è gratuito: le riflessioni della protagonista sono infatti movimenti ondivaghi tra la malinconia e la carnalità, mai celata, piuttosto avvolta da una prosa lieve che preclude esiti triviali. Una scrittura delicata, quella di Falconi, che accarezza i traumi, i rancori, le piccole delusioni della vita modesta, ma non per questo meno toccante, delle sue protagoniste.
Non potendo esser amica di Marco su facebook a causa dei controlli serrati della moglie di lui, Fiore crea un profilo falso spacciandosi per François (il suo antico amore francese) in modo da non generare sospetti: la loro relazione può così svilupparsi anche telematicamente, sotto falsa identità.
Abbiamo modo di partecipare anche al punto di vista di Luisa, la moglie di Marco, consapevole che l’amore della vita di suo marito non è lei ma la sua ex Rirì; Luisa è una donna agiata, ha avuto e ha degli amanti e si divide tra l’accettazione del rapporto a metà con Marco e l’istinto di non volersi vedere scalzata dalla prima che passa; per questo a volte controlla l’attività del consorte sul social network, entrandoci direttamente con l’account del marito. Sembra che per tutti non sia possibile penetrare sotto l’apparente placido scorrere dell’esistenza mantenendo la propria identità: per raggiungere verità più profonde occorre crearsene una nuova, fittizia; per ottenere rapporti più diretti non si può essere quello che si è, ma bisogna fingersi altri. Ma è davvero auspicabile conoscere tutto? Quando Fiore, attraverso il profilo fake di François, può osservare liberamente ciò che pubblica l’amante, ottiene l’effetto contrario a quello voluto: tutte le foto con la moglie che Marco ha condiviso lo allontanano da lei, forzare il valico di quell’intimità non è servito ad avvicinarli, anzi. L’identità si rivela così come un qualcosa costruito necessariamente sull’omissione: sapere tutto degli altri è una rivelazione devastante, che fa deflagrare l’immagine che ne abbiamo. Senza toni apocalittici, con questa storia Falconi dimostra l’ambigua oscenità dei social network, in cui l’obiettivo di collegarsi agli altri è perseguito con l’ansia di esporre ogni particolare di se stessi: ciò asseconda la tentazione insita in ogni relazione umana di conoscere ogni aspetto, anche il più recondito, dell’altro per assimilarlo totalmente a sé, in una sorta di Panopticon sentimentale, che però si rivela un desiderio fatale e controproducente, prima che impossibile. Di fronte all’opportunità sfacciata di confrontarci con l’alterità per raggiungere gradi ancora inesplorati nei rapporti con gli altri, rimane un dubbio: forse non saremo mai pronti ad accettare completamente il diverso da noi; forse uno scarto tra l’immagine che abbiamo degli altri e ciò che sono non solo è inevitabile, ma addirittura indispensabile per la convivenza.

Tra marito, moglie e amante si sviluppa così un rapporto malato: l’erotismo che si instaura tra Fiore, Marco e Luisa è torbido, perché frutto della solitudine, un succedaneo che riempie il vuoto cosmico che li divora, sublimando l’angoscia in uno sfogo ottuso. Quello che potrebbe essere un gioco a tre in realtà manca completamente della componente gioiosa dell’attività ludica e diventa più simile ad una droga stordente, cosa di cui Fiore è tra l’altro totalmente consapevole.
Il sesso, che brucia di “una rovente sensazione di ineluttabilità”, è qui una delle varianti del fatalismo da cui tutti si lasciando governare: ciò è evidente soprattutto per Luisa, che più o meno consapevolmente si è fatta trascinare nel matrimonio con un uomo che non l’amerà mai pur di sottrarsi, attraverso un futuro grigio ma preconfezionato, alle spaventose possibilità che la libertà ci concede.
La degradazione rischia sempre di finire in un vortice autodistruttivo, ma forse Fiore è ancora in tempo per decidere di salvarsi; non sarà però la sua volontà ad esser decisiva nella conquista del lieto fine più grande che la realtà le possa concedere: non un “vissero felici e contenti” da fiaba (anche se la risoluzione positiva della trama e la repentinità con cui avviene stona col resto del libro ed un po’ delude), ma quasi. Il destino stavolta ha dato una mano agli uomini.

Nicola Campostori

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