mercoledì 11 febbraio 2015

#CriticaNera. James Ellroy, "American Tabloid"

American Tabloid
di James Ellroy
Mondadori, 1995

Traduzione italiana di Stefano Bortolussi

pagine 598

disponibile anche in formato elettronico









L'America non è mai stata innocente. Abbiamo perso la verginità sulla nave durante il viaggio di andata e ci siamo guardati indietro senza alcun rimpianto. Non si può ascrivere la nostra caduta dalla grazia ad alcun singolo evento o insieme di circostanze. Non è possibile perdere ciò che non si ha fin dall'inizio.

Caratteristica principale dei romanzi di James Ellroy è la loro completa immersione nel contesto storico cui si riferiscono, tanto da mettere sullo stesso piano fatti e personaggi reali e inventati.
Non fa eccezione American Tabloid, lungo le cui quasi seicento pagine Ellroy dipinge un'America fatta di mafiosi, politici corrotti, piccoli criminali, agenti doppio-triplogiochisti, affaristi miliardari, tutti impegnati nella loro personalissima pursuit of happiness, tutti legati fra loro a filo doppio in una serie di trame criminali mirate al raggiungimento di posizioni di potere sempre più strategiche, fino a raggiungere i vertici governativi e ad accedere alle leve di comando di un'intera nazione.


Il romanzo percorre la storia degli Stati Uniti nel periodo dal 1959 al 22 novembre 1963, attraverso le ingloriose gesta di personaggi fittizi e reali. Un periodo ricco di avvenimenti, dalla Rivoluzione Cubana all'ascesa della famiglia Kennedy, che sono lo scenario in cui la storia si sviluppa e prende forma (e di cui nulla sarà svelato in questa recensione) sino a raggiungere il finale nella Dealey Plaza di Dallas. Pete Bondurant, Kemper Boyd, Ward Littell e gli altri personaggi di fantasia sono null'altro che burattini nelle mani di chi davvero manovrava la Storia: i grandi capimafia (Sam Giancana, Santo Trafficante, Carlos Marcello), l'onnipresente J. Edgar Hoover, potentissimo direttore dell'FBI per quasi cinquant'anni, la famiglia Kennedy con il suo discutibile patriarca, convinto che tutto si possa comprare, compresa la presidenza USA per il figlio John. Tuttavia è frequente che i burattini acquisiscano vita propria e si trasformino in mostri pronti a sbranare chi li ha incautamente creati. Da qui, poi, alla guerra di tutti contro tutti il passo è breve.

Ciò che rende American Tabloid un romanzo avvincente e interessante è proprio la commistione fra reale e fittizio, lo svolgersi delle storie nell'ambito della Storia. Ellroy propone la propria lettura di vicende mai chiarite fino in fondo, come la fallita invasione di Cuba alla Baia dei Porci, le pericolose amicizie della famiglia Kennedy, la guerra tra Robert Kennedy e il delinquenziale sindacato di Jimmy Hoffa, il ruolo di mafia, estremisti di destra, esuli cubani anticastristi e parte della CIA nella cospirazione per uccidere JFK. La grande capacità di Ellroy sta proprio nel dare un ordine agli eventi in modo da trovarne il senso. Beninteso, si tratta di finzione letteraria, supportata però da ricerche documentali approfondite e meticolose e da un rispetto rigorosissimo della cronologia e del contesto storico. 

La scrittura di Ellroy è asciutta, violenta, angosciante, il realismo è spinto all'estremo ma senza mai scadere nel morboso: la violenza è ubiqua e pervasiva in tutto il romanzo ma non ci sono facili concessioni al voyeurismo da macelleria. Ellroy è abilissimo nel provocare il disagio nel lettore narrando l'orrore senza mai mostrarlo direttamente.

Ellroy ci ha abituati a non cercare la distinzione fra buoni e cattivi nei suoi romanzi: tutti sono - in diversa misura, ovvio - disonesti, corrotti e avidi, tutti sono causa ed effetto di un mondo difettoso il cui motore è alimentato da soldi, sesso, armi e droga. In un colloquio con François Busnel, lo scrittore afferma che l'America, contrariamente al mito confezionato e diffuso dall'establishment dell'informazione, ha perso l'innocenza ben prima dell'assassinio di Kennedy. Lo stesso JFK viene qui smitizzato e decostruito, mostrato sotto una luce impietosa che rende visibili i suoi rapporti con il crimine organizzato, la sua ricattabilità a causa delle avventure sessuali, l'odio provato nei suoi confronti dalla destra razzista, da Hoover e dai cubani anticastristi che pretendevano da lui un'azione militare per rovesciare il governo rivoluzionario dell'Avana.

Primo capitolo della Trilogia Americana, il romanzo sarà seguito da Sei pezzi da mille (2001) e da Il sangue è randagio (2010) con cui Ellroy (ri)scrive la storia degli Stati Uniti - e non solo - nel periodo dal 1958 al 1972.
Nel 2014, con Perfidia, Ellroy ha iniziato a scrivere la Seconda Trilogia, una sorta di prequel che riprende alcuni personaggi della prima e della Tetralogia di Los Angeles (La Dalia Nera, Il grande nulla, L.A. Confidential, Jazz bianco) e li porta nella Los Angeles del dicembre 1941, nei giorni immediatamente successivi all'attacco a Pearl Harbor da parte dell'aviazione giapponese.

Affrontare un romanzo di James Ellroy richiede un notevole impegno, la lettura non può essere troppo diluita nel tempo a causa della complessità degli intrecci e del numero rilevante di personaggi, ed è indispensabile una certa conoscenza storica, politica e culturale dell'America di quegli anni, in modo da cogliere gli innumerevoli riferimenti disseminati nelle tante pagine dell'opera.

Ma, believe me, ne vale davvero la pena.

Stefano Crivelli

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