mercoledì 10 dicembre 2014

Ho preso quella diligenza: destinazione inferno

Meridiano di sangue
(Blood meridian on the evening redness in the west)
di Cormac McCarthy
Einaudi, 1996 (1985)
pp. 344


A parte il fatto che la traduzione italiana del titolo è evidentemente monca del rossore serale che richiama, se ce ne fosse bisogno, la tonalità del sangue, affrontare questo libro rappresenta l’equivalente letterario del salire su una diligenza con capolinea inferno, seguendo vicende al di fuori della portata del giudizio degli uomini. E forse di Dio. Il «western che mette la parola fine a tutti i western» per David Foster Wallace.
Per scrivere questa storia McCarthy si è basato su un libro di memorie di Samuel Chamberlain sulla vita di John Joel Glanton, assassino e cacciatore di scalpi, il quale per vendetta intraprese un pellegrinaggio tra West e deserto in cerca di indiani, come un demonio affamato. Siamo fra gli Stati Uniti e il Messico, attorno al 1850. Un ragazzo si arruola, come mercenario, nell’esercito del capitano White, ufficiale di ventura investitosi del compito di soffocare gli ultimi focolai dell’irredentismo messicano. Le milizie, male assortite, sono spazzate via da un attacco indiano. Sopravvissuto per miracolo, il ragazzo si arruola fra gli irregolari del capitano Glanton, proiettandosi verso l’età adulta dopo aver conosciuto una iniziazione terrificante.
C’è poi una presenza losca e indecifrabile, un po’ Faust del nuovo mondo, capitano Achab delle ere geologiche, colonnello Kurtz dei pueblos, comunque un angelo sterminatore: il giudice Holden. Che a un certo punto dice: «tutte le cose del mondo sbocciano, maturano e muoiono, ma in quelle dell’uomo non c’è tramonto e il mezzodì del suo fiorire è già l’inizio della notte. Il suo spirito si esaurisce nel momento stesso in cui raggiunge l’acme. Per lui il meridiano di sangue è insieme crepuscolo e la sera del giorno».
“Meridiano di sangue” è un rotolo biblico dove si incrociano eserciti maledetti, la banda di Glanton contro legioni di Apache, Chiricahua, Yuma, Maricopa, Diegueños che sfilano come tanti cortei usciti da un sogno febbrile, regolarmente sterminati da questa cavalleria barbarica che lascia cadaveri in tutte le pose della morte, tipo i peggiori incubi di Hieronymus Bosch. La sera, quando la notte cala e nessuna stella o luna incoraggia il cammino, puoi ascoltare invece le parole del giudice che da custode assoluto di ogni conoscenza si diverte a frullare i mazzi di carte del bene e del male, confondendo col suo oscuro sapere le piccole anime mortali. Il giudice, imprevedibile e arbitrario come la grazia di Dio, incanta i suoi uomini, come un fachiro con i serpenti.
Poi, subentra l’attesa di una nuova alba recante sempre con sé l’idea che per qualcuno sarà l’ultima e l’inizio di una nuova guerra, che c’è sempre stata, ancora prima che nascesse l’uomo: «il mestiere per eccellenza attendeva il suo protagonista per eccellenza». La prosa di McCarthy tiene sempre alto lo stile perché anche il piano linguistico sostenga la portata metafisica di una visione del genere, secondo cui il cosmo non consiste se non in una successione eterna di nascite e morti. Questa, e solo questa, è l’essenza di un sentimento di tragedia dove agli uomini è concesso entrare e uscire senza lasciare un minimo segno del loro passaggio. Neanche grazie alla casuale conservazione di un singolo testimone.
Solo l’inorganico, descritto nella propria indifferenza, sembra sottrarsi al ciclo: una natura antichissima, alberi, nuvole, nebbie, fulmini, pietre, immobile come il fondale archeozoico di una recita cruenta.
Infine il ragazzo: va citato ancora dato che tutto ha inizio ed epilogo con lui e che, probabilmente, a causa di un difetto nella stoffa del suo cuore, pur avendo ucciso è l’unico a non essere un assassino e a poter affrontare il giudice. A dire il vero, è esattamente questo che fa al termine di un cammino durante il quale è accaduto l’inimmaginabile e che lo ha reso uomo. Nell’attesa di una ballata in cui non è così scontato individuare, tra i due, l’ultimo dei giusti. Anche se lo smisurato e ridente infante dionisiaco che chiude la scena pare proprio il giudice Holden. Immenso, mi riferisco sia al personaggio che al libro, di un’immensità disarmante e degenerata che appartiene solo a Cormac McCarthy.

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