sabato 22 novembre 2014

#CriticaNera. Non solo Maigret: "L'uomo che guardava passare i treni" di George Simenon

L'uomo che guardava passare i treni
George Simenon
Milano, Adelphi



George Simenon (1903-1989) è forse uno dei più prolifici scrittori che siano mai vissuti. Il suo celebre commissario Maigret, protagonista di ben settantacinque romanzi, rappresenta la punta di diamante di una produzione letteraria che alla quantità ha saputo affiancare la qualità. Simenon è un'eccezione: ha conosciuto il successo, ha sempre venduto, è commerciale, ma è un maestro, se non il maestro, del poliziesco nel XX secolo. A confermarlo le innumerevoli citazioni che gli scrittori che vennero dopo di lui gli dedicarono, da Vázquez Montalbán a Leonardo Sciascia, da Jean-Claude Izzo a Camilleri, fino a Petros Márkaris: il personaggio da lui creato, Kostas Charitos, è stato anche definito “il fratello greco di Maigret”.

A fare scuola è anche il metodo di Simenon: dettaglio dopo dettaglio, romanzo dopo romanzo, piano piano il personaggio ha assunto una complessità che ben pochi eroi letterari “seriali” possono vantare (Sherlock Holmes, in primis). Nel panorama del noir italiano solo Salvo Montalbano può ambire a tanto, come in quello spagnolo è solo Pepe Carvalho che si può paragonare al grande Maigret. Ma lo stesso non si può certo dire di Fabio Montale (Izzo) o di Bacci Pagano (Morchio): i buoni romanzi di cui sono protagonisti sono spesso ripetitivi nella formula (vincente) e nel contenuto, pur lasciando tra le mani del lettore un quadro disincantato della realtà elevando le città di Marsiglia e Genova a veri e propri personaggi di primo piano.
Ma Simenon non si esaurisce certo con Maigret. Anzi, come nel caso di Andrea Camilleri, la cui abilità narrativa viene esaltata in romanzi storici e profondamente ironici come Il birraio di Preston o Il nipote del Negus, anche in quello dello scrittore belga sono le narrazioni in cui non compare Maigret a dare la sua cifra letteraria. Tra di esse spicca L'uomo che guardava passare i treni, pubblicato da Gallimard nel 1938 (il primo romanzo della serie Maigret è del 1929) e piccolo gioiello della produzione simenoniana. In esso è narrata la storia di un uomo, Kees Popinga, impiegato presso un'azienda di shipping della piccola città olandese di Groninga. La sua vita scorre nella quiete più assoluta, in un lento ciondolare tra l'ufficio e la bella casa in cui l'aspettano ogni sera la moglie e i due figli. Non è un uomo di successo, Kees, è il simbolo della normalità borghese d'inizio Novecento, che non si scuote, o pare non scuotersi, di fronte a nulla: protetta dai privilegi di classe conquistati durante la Rivoluzione Industriale. Le cose per il protagonista iniziano a cambiare quando la ditta per la quale lavora fallisce e lui si ritrova improvvisamente senza un impiego. È come il risveglio da un lungo letargo, un fuoco impazzito che dal nulla scintilla senza controllo colpendo a caso. Kees si trasforma, in ventiquattro ore, da persona qualunque a freddo criminale incallito. Dopo aver represso buona parte della sua frustrazione sessuale uccidendo per sbaglio Pamela, la maitresse del suo ex datore di lavoro Julius de Coster, il protagonista fugge verso la Francia sbarcando a Parigi e lì restandovi per oltre due settimane seminando la polizia locale, giocando con il commissario Lucas un vera e propria partita a scacchi che lo vede lucido calcolatore di ogni singola mossa.
Le tematiche che Simenon affronta ne L'uomo che guardava passare i treni sono diverse, a partire dalla crisi di identità che un evento traumatico come l'imminente perdita dell'impiego innesca. Le conseguenze sono una rottura da parte del protagonista con l'ambiente di origine che lo spinge a frantumare pezzo dopo pezzo, dettaglio su dettaglio, l'immagine che gli altri avevano di lui. Anche da ricercato nella Parigi d'inizio Novecento, Kees Popinga si premura di verificare che le notizie che di lui circolano sulla stampa siano veritiere e provvede a inviare rettifiche e correzioni. Altro tema, diretta conseguenza della crisi di identità, è quello della libertà dalle costrizioni borghesi che la società dell'epoca imponeva a chi doveva mantenere un'apparenza rispettabile e conforme alle norme di convivenza civile. Ed è forse questo il nodo cruciale del romanzo: Kees Popinga si sente finalmente libero da legami e può fare quello che vuole in completa libertà. Ma in realtà presto si renderà conto che deve comunque sottostare a un rigido codice comportamentale se non vuole finire catturato dalla polizia. Per questo motivo inizia a spogliarsi di ogni suo avere o dettaglio che possano in qualche modo identificarlo, a cominciare dal sigaro. La spoliazione giungerà al suo culmine nelle pagine finali, quando il protagonista si troverà a vagare nudo nelle campagne alle porte di Parigi. Quella di Kees Popinga è un libertà illusoria, fittizia, una libertà che non ha alcun fine se non quello di smascherare le ipocrisie della società sua contemporanea. Infine, il tema della verità: chi era realmente Kees Popinga? Il romanzo è costellato da opinioni, interviste e ipotesi di illustri psichiatri sulla natura della follia del protagonista, il quale è divertito e lusingato dal ricevere tanta attenzione. Tuttavia, quando nell'ultimo capitolo l'(anti)eroe ha la possibilità di scrivere la sua verità, questa assume le caratteristiche di un pagina bianca:
Pazienza, era più sicuro così. Infatti al medico venne in mente di chiedergli il quaderno dove lui doveva scrivere le sue memorie e dove ancora si leggeva soltanto: La verità sul caso Kees Popinga. Il medico levò gli occhi attoniti, parve chiedersi come mai il suo paziente non avesse scritto altro. E Popinga, con un sorriso forzato, si sentì in dovere di mormorare: Non c'è una verità, ne conviene?
L'uomo che guardava passare i treni è un noir in piena regola, precursore dei tempi: guarda al delitto e al crimine attraverso gli occhi dell'assassino, che condivide con il lettore ogni movimento e ogni trovata. Il narratore predilige un punto di vista diametralmente opposto rispetto alle normali indagini letterarie, che mostrano segreti e dettagli dell'abile investigatore o del commissario mosso da alti ideali di giustizia. In questo caso, nulla di tutto ciò, anzi, alla fine il lettore simpatizza con Kees Popinga, ribaltando perciò il sistema di valori e di credenze che lo condanna, mettendo in ridicolo le innumerevoli teorie che cercano di spiegare razionalmente cosa sia successo nella mente dell'assassino per indurlo ad abbandonare per sempre una così avvolgente e protettiva tranquillità alto borghese.

0 commenti: