lunedì 13 ottobre 2014

#TreQuarti14: intervista a Violetta Bellocchio

Foto di ©GMGhioni

Dopo la recensione, uscita stamattina su CriticaLetteraria (clicca qui), ecco l'intervista esclusiva di Claudia a Violetta.

Diario intimo e pubblico: com'è stato scrivere un libro che è tanto focalizzato sull'io ed 'estroflesso' allo stesso tempo? Come hai vissuto la sensazione di essere esposta agli sguardi degli altri raccontando una storia così personale, interiore?
Credo di aver usato la definizione di "diario pubblico" per descrivere proprio il grosso del processo di scrittura, più che per il libro finito. In senso materiale, mentre scrivevo, mi sembrava l'unico modo di finire il libro; l'unico modo per maneggiare quel materiale di base. Nella decisione di consumare materiali biografici di questa natura esiste una certa componente di voyeurismo / rallentare passando davanti all'incidente stradale  (almeno, in me esiste); a un certo punto mi sono detta, ok, rivisitiamo pure questa lunga serie di incidenti stradali, ma  facciamolo insieme: un lettore deve salire a bordo con me, starmi seduto accanto durante tutta l'operazione. 
Un discorso simile - credo - vale per l'esporsi allo sguardo degli altri: se mentre mi espongo ti guardo anch'io, diventiamo tutti e due parte di quello che sta succedendo. È diverso. Non è "migliore" o "peggiore"; è solo diverso.

Siamo abituati a vedere la dipendenza come una forza che ti assoggetta, che tutto toglie e nulla ti dà. Tu, invece, hai mostrato anche il lato vitale della dipendenza, come qualcosa che mentre ti annulla, ti restituisce "vita allo stato puro". Ci spieghi meglio cosa significa?

Non so se riesco a spiegarlo meglio di così senza nascondermi dentro le definizioni e le frasi degli altri. Mettiamola così: un'abitudine autodistruttiva deve per forza darti qualcosa in cambio, altrimenti ti annoi e basta. Questo non significa che la nostra vita non possa essere noiosa lo stesso, ma accettare l'abuso di sostanze come la parte più autentica delle proprie giornate significa garantirsi una serie di danni collaterali potenzialmente sempre nuovi. Never a dull moment.  Ho scritto che la dipendenza significa vivere una storia d'amore epica con se stessi. 
Foto di ©GMGhioni
Questo lo penso ancora. Mi manca, in una certa misura. Senza quella frase non avrei finito di scrivere. 

Il corpo è ingombrante, assoluto, la cartina al tornasole per ogni nostra scelta ed esperienza. Qual è la cosa che più di ogni altra il tuo corpo non dimenticherà mai?

Ogni giorno ti potrei rispondere una cosa diversa. Mentre scrivo sto pensando a me che fumo sigarette sottili rubate dalle tasche di mia madre mentre sto seduta quasi ferma perché mi sono slogata una caviglia cadendo dalle scale. Ho quattordici anni, quasi quindici. 

Quando hai realizzato che scrivere Il corpo non dimentica era un atto necessario per te stessa?

Mentre stavo dentro la prima stesura. C'è stato un po' di editing, ma la seconda parte del libro è stata davvero scritta in tempo reale: le date corrispondono ai giorni di lavoro. Sto pensando a un giorno in particolare, ma sono quasi certa che, da fuori, non sia automatico capire quale giorno; ho salvato il lavoro per l'ultima volta, ho alzato gli occhi, mi sono guardata intorno e mi è sembrato tutto più nitido, più pulito. A quel punto sono andata a cena. O forse ho mangiato del cibo a caso con le mani. È più probabile la seconda frase.

Parliamo del rapporto con gli altri: sono nemici, complici, giudici o disturbatori? Continui a incontrare più "turisti", come dici nel libro, o anche persone capaci di spingersi oltre la linea per capire cosa significhi essere dipendenti?

Difficile da dire, sai? Ho l'impressione di incontrare più lettori, questo sì. Sulla motivazione che li spinge a prendere in mano il mio lavoro è bene che io non indaghi troppo. Possono coesistere molte ragioni diverse, alla fine. 



A cura di Claudia Consoli

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