mercoledì 15 ottobre 2014

#TreQuarti14 - Intervista a Giovanni Montanaro

  
Noemi Cuffia e Giovanni Montanaro alla Libreria CLU (Pavia)
per #TreQuarti14
Foto ©GMGhioni



E dopo la recensione, Noemi Cuffia intervista Giovanni Montanaro per Critica Letteraria. Ecco le sue domande e le generose risposte di Giovanni.

Pietro. Tra i protagonisti di Tommaso sa le stelle, Pietro è dotato di una personalità articolata e complessa, e a lui ci si affeziona all'istante. Fortissimo se chiuso nel suo mondo "a parte", solitario e più vulnerabile nel confronto con la realtà. Hai tratteggiato davvero un personaggio memorabile, come solo gli scrittori autentici sanno fare (mi ha ricordato un po' il protagonista di Una solitudine troppo rumorosa di Hrabal Bohumil). Qual è stato lo spunto iniziale dal quale ha cominciato a formarsi nella tua mente? In una parola: come è nato Pietro?

Io credo che Pietro sia un personaggio molto mio, che avevo dentro da molto tempo, che non veniva fuori per pudore. Un uomo buono, ma un po’ burbero, che non capisce più niente del mondo che ha intorno. Ha sessant’anni, ma potrebbe averne trenta. Ogni tanto io mi sento Pietro, benché io non sia certo memorabile; ma ho la sua voglia di distanza e vorrei avere la sua ironia. Non c’è dubbio che Pietro sia il protagonista del romanzo, anche quando fa spazio a Tommaso. Avevo voglia di scrivere un personaggio così, di scrivere della bontà e del desiderio, della solitudine e del silenzio. Di Nina e di Laura.



La lirica. Tra le diverse peculiarità di Pietro c'è la passione per la lirica. Totale, sincera e pervasiva. Ed è proprio come se le note accompagnassero il personaggio in ogni momento della sua vita e l'Opera ne abitasse ogni angolo disponibile (addirittura il suo cane si chiama Verdi!). Perché questa scelta? Si tratta di una passione che anche tu condividi?

Diciamo che ho sentito subito della musica. È un libro silenzioso, un libro in cui ci sono tanti rumori e fruscii, insetti e onde, foglie e gatti. Però, sotto, sentivo qualcosa di più. Sentivo arie d’opera; la Tosca quando misuravo il deposito, la Norma quando ero vicino ai pioppi. Non so perché, ma ci stavano bene con il Po, con la grandezza, con l’Italia. Non che io sia un esperto di opera – scrivere romanzi è anche un’occasione per studiare – ma ogni tanto la cerco. È quando ho voglia di grandezza, di universale, della profondità di Puccini o della solennità di Verdi. La musica allarga, spalanca. Ed è anche quello che vorrebbe la mia storia; una storia piccola, che sanno in tre persone – Pietro, Tommaso e la postina – a parte i lettori, e basta. Ma una storia che vuole essere una favola, un racconto un po’ più grande.

Tommaso. Di lui all'inizio non sappiamo niente. Ci appare per la prima volta come una misteriosa creatura selvaggia, per poi crescere, nel libro e nell'animo del lettore, come una presenza che si impone e si lascia amare. Ci sono "ragazzini" della storia della letteratura che ti hanno colpito e da cui hai tratto ispirazione?

Ho letto e riletto molto, dal “Piccolo Principe” al “Sentiero dei Nidi di Ragno”, da “La Vita davanti a sé” a “Io non ho paura”. Ma quando si scrive si mettono dentro tante cose che vanno oltre i libri. Pietro l’ho visto subito, e sono stato Pietro. Ci ho messo anni a capire Tommaso, a vederlo crescere, a capire chi era, cosa voleva da me. E alla fine, come Pietro, l’ho amato, nutrito, sentito. E, per amore paterno, ho anche dovuto lasciarlo andare.

Luoghi.
Spesso hai ambientato i tuoi romanzi in altre nazioni, invece Tommaso sa le stelle si svolge principalmente in Italia: perché questo cambiamento?

Questo romanzo rappresenta molto per me per due ragioni; è il primo ambientato tutto in Italia ed è il primo ambientato nel contemporaneo. Non sono scelte, non so se siano periodi della vita, maturità mie. Sono cose che accadono. Certo, questo libro nasce da una suggestione. Cosa succederebbe a un bambino, un ragazzino, se si nascondesse in un posto pieno di oggetti, dove ci sono tantissimi oggetti di persone che non conosce, oggetti che non sono suoi? E cosa accadrebbe se, a un certo momento, in questo luogo così magico arrivassero invece le sue, di cose? Perché potrebbe succedere? Quale persecuzione lo potrebbe portare a fuggire e a perdere / recuperare le proprie cose? E ho pensato quasi subito alle migrazioni, a quanta identità hanno dentro, a quante domande pongono. Certe volte, sentiamo la storia distante da noi, ma non è vero. La storia è qui. Sulle nostre coste. Sul Po, che in fondo è storicamente il nostro secondo confine, dopo il mare e prima delle Alpi.

Festival. Come trovi l'esperienza di partecipare a un festival letterario come Tre Quarti di Weekend? Ritieni che simili momenti di confronto con i lettori siano utili per uno scrittore?

Sono molto curioso del Festival di Pavia. Non solo perché così posso tornare sopra il Ticino o a san Michele, ma soprattutto perché mi hanno promesso domande a raffica e una notte in un collegio insieme a tutti gli altri scrittori in cui – mi hanno garantito – succede sempre di tutto… Per tornare serio, ricordo che la vedova di Tiziano Terzani scriveva tanti anni fa su un Colibrì, il giornale del Festivaletteratura di Mantova, che in un paese in cui ci sono così tanti segni cattivi, il crescere, il dilagare dei Festival letterari è veramente un seme buono. È vero. E poi per chi scrive è un grande dono.