sabato 17 maggio 2014

CriticaLibera: Romana Petri a colloquio con Dino Buzzati.



Lunedì 12 maggio 2014 Dino Buzzati le luci della Macroarea di Lettere e Filosofia hanno illuminato nuovamente Dino Buzzati e la sua poliedrica arte. Protagonista indiscusso è stato Il Deserto dei Tartari, con tutta la portata, con tutte le istanze, con tutti i rischi, con tutte le provocazioni che esso comporta. E stavolta Dino Buzzati è stato letto da una delle nostre più grandi narratrici, che ha vestito i panni di critica militante del passato. 
Ma nella letteratura, soprattutto quella italiana, esiste una “militanza”? Esiste un passato? O si è in un complesso e semplice, in un profondo e superficiale, gioco di vasi comunicanti? 
Romana Petri ha dimostrato come nella nostra letteratura il passato, il presente e il futuro possono fondersi in un’amalgama perfetto, perché si nutrono delle medesime istanze, perché sono state piantate nel medesimo terreno, perché parlano la stessa lingua, perché sognano le stesse storie, perché incontrano gli stessi personaggi del mito. 
E il mito nei nostri narratori si lascia incontrare attraverso il potere della scrittura da un lato, e della lettura dall’altro: perché il portato della letteratura italiana non è nell’assolo solitario, ma nell’osmosi e nell’intertestualità, velata in molti casi, negata, ma mai rinnegata. Perché per quante colpe possa avere un padre, un figlio, pur rinnegandolo, non riesce a dimenticarlo. Il passato è eternamente presente nel suo essere memoria viva e fonte feconda. 
Romana Petri ha conversato con Dino Buzzati: gli ha chiesto il permesso di trasporre Il Deserto dei Tartari da romanzo a opera teatrale. E nel suo silenzio, lo scrittore di Belluno ha asserito. 
La finalista del Premio Strega del 2013 ha raccontato come è nata l’idea di trarre una piéce teatrale dal famoso romanzo già diventato film per la magistrale regia di Valerio Zurlini. 
La Petri ha incontrato gli studenti del corso di Letteratura italiana della Professoressa Cristiana Lardo. Ma a chi scrive piace immaginare che tra il pubblico fosse seduto Dino Buzzati, magari con una copia del «Corriere della Sera» tra le mani. 
E che non sia stata Romana a parlare a ruota libera (come è stato nella realtà), ma che sia stato Dino a interrogarla, a metterla a nudo e a farla narrare.

Dino Buzzati: «Romana, come è nata l’idea di ricavare una piéce teatrale dal mio cavallo di battaglia, Il Deserto dei Tartari? Io ci ho pensato, sai? Ma vista la mia esperienza con il teatro, ho lasciato stare.»

Romana Petri: «La trasposizione del Deserto è nata, ed è stata creata insieme a Michele Mari. Mi sono lasciata guidare e ispirare dall’approccio dell’appassionato lettore. Mi spiego: nel momento in cui si legge, se si è appassionati, si traspone. Il lettore è colui che porta a termine ogni finale, è colui che interpreta nel corso dell’opera. Io ho una visione dell’interpretazione del testo molto umanistica: ho il diritto all’interpretazione personale, che non coincide per forza con quella intrinseca. Il lettore colto e appassionato legge e procede per strade alternative. Leggendo il Deserto, più volte, ho ragionato su una cosa. Ovvero che è una prova generale della morte, ma non  solo: lo è anche del tempo.»

Dino Buzzati: «E la mia pittura? Anche alcuni miei dipinti sono una prova generale della morte, e del tempo, e dello spazio, e dell’uomo: solo che nei quadri le prove generali prendono forma e colore.»

Romana Petri: «Io ho avuto un privilegio. Alla mia prima suocera, tua grande amica, hai regalato un quadro, un quadro a quattro riquadri. Nel primo di essi è rappresentata una strada di paese, nel secondo due persone che vi camminano, nel terzo una sola persona, nell’ultimo di nuovo nessuno.»


Dino Buzzati: «E cosa ha provocato in te la visione di quel dipinto?»

Romana Petri: «Mi ha provocato una duplice domanda. Cosa significa questa fortezza? Chi è Drogo? Ho provato a darmi delle risposte, ma sono tutte parziali, e soprattutto ogni (presunta) risposta provoca una catena di altre domande. 
Drogo potrebbe essere l’eterno ritornato, colui che forse è solo entrato. Non riesco a vedere Drogo come un solo personaggio, ma come due: il vecchio e il giovane che sono compresenti l’uno all’altro. 

Dino Buzzati: «E quando c’è l’uno? E quando c’è l’altro?»

Romana Petri: «Quando il romanzo inizia c’è il Drogo giovane, e il vecchio è come un fantasma, non intuito, non sentito, non visto (né da Drogo né da altri). Quando Drogo invecchia davvero, c’è la mutazione: il giovane diventa il fantasma, che alla fine, però, è intuito dal vecchio. Quando sei giovane senti poco presente il tuo futuro passato; quando è passato un po’ il te stesso si riconosce nell’altro personaggio.»

Cristiana Lardo: «Si pensi a un racconto di Paura alla Scala dove avviene l’incontro di un personaggio vecchio con il suo se stesso in soffitta.»

Romana Petri: «Io credo che questo romanzo si avvicini molto ad Aspettando Godot, con la differenza che in Buzzati i Tartari arrivano sempre, in Beckett Godot non arriva mai. Drogo però non può usufruire del senso della vita che ricerca.
Buzzati ci presenta la coabitazione di un unico essere: il tempo non si sfalda, i personaggi, nel momento in cui cambiano, sono costretti sempre a rientrarvi.
Si intuisce il desiderio di gloria del giovane, ma con la stessa scellerata e angosciata certezza che il momento sarà comunque negato. 
Ed è il nemico a dare senso all’attesa, alla lunga permanenza dove tutti dicono che si può andare via.»

Dino Buzzati: «E il mantello…?»

Romana Petri: «Il mantello che Drogo chiede è fatto di una stoffa che non dura molto, è un po’ la bara che ognuno si porta dietro. Il mantello è una “imbozzolatura”: una bara leggera non pesante, entro cui ci avvolgiamo.»

Dino Buzzati: «E i Tartari chi sono?» 

Romana Petri: «I Tartari sono un Godot che arriva, che ti affascina, ti avvicina, che ha cavalli che non nitriscono e sciabole che non devono brillare. Ho pensato all’anti Achille, quindi a Ulisse. Usano la menzogna, il camuffamento, un’impalcatura. Non essere visti, ecco la loro tattica: ed è così eccitante il contrappunto con tutti coloro che, dall’interno della fortezza, credono di vedere qualcosa.»

Dino Buzzati: «E gli animali? Che mi dice?» 

Romana Petri: «Il cavallo Fiocco determinerà la morte sacrificale del suo padrone (il quale pur riconosciuto non ricorda la parola d’ordine e per questo viene ucciso): è una morte che sottolinea l’ottusità militare, ma è anche il simbolo della goccia di sangue che fa scaturire il sangue, l’attesa della battaglia. Comunque deve essere versato del sangue che ne farà versare altro. 

Dino Buzzati: «E quindi… cosa è questo romanzo? Cosa ha letto in questo romanzo?»

Romana Petri: «L’eterna illusione di quello che torna, pur non essendoci mai stato. 
Drogo da giovane non immagina. 
Nella III scena, all’interno della fortezza, io ho immaginato manichini. Il gruppo di soldati è costituito da manichini.»

Dino Buzzati: «Chi è Angustina?»

Romana Petri: «É colui che non chiede mai. Angustina è un’anima pura, che conserva qualcosa di assolato. Prova un desiderio di sfida verso chi lo considera un damerino di poco conto, e, alla fine, dimostra la virilità dell’anima. Muore con eleganza: decide di essere scelto per una missione impossibile, e come ci va? Vestito come un dandy, con scarpe inadatte. Se dovessi trovare un aggettivo per definire Angustina lo immagino “slontanato", qualcosa che si scioglie andando lontano. Uno sguardo atlantico. 
Anche la neve, nel nascondere qualcosa, è deserto. 
Angustina vuole morire a suo modo, in una sorta di immolamento, uno stancarsi, uno sfinimento.»

Dino Buzzati: «Passiamo a un altro protagonista: il tempo.»


Romana Petri: «Drogo vecchio parla al Drogo giovane che però non lo sente a proposito della percezione del tempo: due anni sono tanti per il vecchio, per il giovane cosa sono? Drogo vecchio imputa al giovane di aver fermato la vita, di far scorrere invano il tempo.»

Dino Buzzati: «Se le parlassi di “gioco della morte”?»

Romana Petri: «“Gioco della morte”: la morte richiama l’infanzia. Solo così si entra nell’altro mondo. La morte regala un ultimo istante di vita spensierata.»

Dino Buzzati: «Il mio romanzo è diventato un film…» 

Romana Petri: «Il film di Valerio Zurlini segue fedelmente il romanzo. É uno dei pochi casi in cui da un grande romanzo è stato fatto un grande film. Buzzati si presta molto: è uno scrittore asciutto, dove il barocco è l’accumulo della stratificazione dell’umano. L’essere umano è costretto a distendersi su se stesso.»

Dino Buzzati: «Che mi dice di Gadda?»

Romana Petri: «Cosa ci permette di amare sia Marquez sia Borges? La visionarietà. Le loro idee si possono ricongiungere. Allo stesso modo Gadda e Buzzati.»

Dino Buzzati: «Quando Drogo vecchio subentra a Drogo giovane? Non ho letto la trasposizione, mi perdonerà.» 
Romana Petri: «Drogo vecchio diventa personaggio reale quando il giovane non riesce a salire le scale: il giovane a quel punto non può essere né visto né sentito. 
La giovinezza finisce su un gradino.»

Dino Buzzati: «Cos’è l’abitudine? Savinio dice che è una delle due cose che resterà quando saremo morti. Residuo di vita.» 

Romana Petri: «L’essere umano si abitua a tutto, anche a quello che sembra peggiore, e dimentica quello che era il meglio.»

Dino Buzzati: «E che cos’è il tempo? Si può parlare di tempo o di tempi?» 

Romana Petri: «Il tempo è fatto di tanti tempi e dalle loro durate. Il tempo del dolore, dell’attesa è lungo. La gioia momentanea ha un tempo fugace. Ma se esiste un tempo di un’attesa prolungata, un tempo eterno. Questo determina la riproducibilità del personaggio. Siamo animali che si abituano.

Dino Buzzati: «Secondo lei sono uno scrittore claustrofobico?»

Romana Petri: «La stanza di Drogo è claustrofobica. Benché la fortezza sia in un luogo sterminato, è tanto claustrofobica da inghiottire. Il luogo claustrofobico viene attaccato, affinché chi è dentro possa lottare per uscire. La claustrofobia è dissolta solo da chi dall’esterno accerchia.»

Dino Buzzati: «Grazie.»

Chi scrive ha molta fantasia, ma non è una narratrice incardinata. 
Eppure questo piccolo spaccato di storytelling serve a veicolare un messaggio: la letteratura non serve a semplificare il mondo, semmai a complicarlo. E questo miracolo accade nel momento in cui un lettore si approccia a un testo come se avesse di fronte l’autore. Con la stessa reverenza, con la stessa purezza, con la stessa semplicità. Ogni lettura è valida, così come lo è ogni domanda. Non sono valide le risposte appiccicate, messe lì a fare etichetta.  
Ogni opera è un dialogo sempre vivo, sempre presente, sempre contingente con l’autore. Con una parte o con il tutto di esso. Si è di fronte tanto alla statura quanto all’umanità di un autore. 
Un dialogo ininterrotto, una voce viva e vibrante, una verità mai uguale a se stessa, una metafora che si ricrea subito dopo essere stata sciolta. 


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