mercoledì 2 aprile 2014

#LectorInFabula: Intervista a Bianca Pitzorno

La scorsa settimana, a Bologna Children's BookFair, Carla Casazza ha avuto l'occasione di incontrare Bianca Pitzorno, autrice famosissima di letteratura per l'infanzia e l'adolescenza, ma anche per adulti. Potevamo farci scappare una simile occasione? Ecco l'intervista esclusiva per la nostra rubrica #LectorInFabula! 


Per più di trent'anni ha scritto soprattutto libri per ragazzi: ha notato un'evoluzione nei gusti dei suoi lettori?
Non ho mai rapportato quello che scrivevo a quello che erano i gusti dei lettori. Lo scrittore è un solitario che scaglia una freccia nel buio e chi prende prende, e non ho mai avuto altra risposta oltre ai dati delle vendite. Posso dire che nonostante siano passati tanti anni, ancora oggi i miei libri continuano a vendere quasi con lo stesso ritmo. Tanti si lamentano che i ragazzi leggono di meno, però - faccio un esempio - “Clorofilla dal cielo blu” che è uscito per la prima volta nel '73, vende ancora lo stesso numero di copie di allora. Delle richieste dei lettori, devo dire la verità, non me ne sono mai interessata, non me ne importa e se anche le conoscessi non me ne importerebbe in generale. A parte nel caso de “L'incredibile storia di Lavinia”: avevo una bambina in carne ed ossa accanto a me e ho iniziato stupidamente - perché era la vigilia di Natale - a raccontarle la piccola fiammiferaia. Lei si è messa a piangere e mi ha detto che la storia triste non la voleva e io dentro di me ho pensato: "beh che carogna che sono che la vigilia di Natale invece di rallegrarla la faccio piangere", e dribblando all'interno della stessa storia nel momento in cui la poverina stava morendo io faccio arrivare la fata con l'anello magico. In quel caso io ho risposto alla richiesta di un bambino, non a una indagine di mercato o a una scolaresca. Mi interessa quello che voglio scrivere io e la mia fortuna è stata che quello che volevo io è sempre stato quello che volevano i bambini. Credo che sia stato del tutto accidentale.


Probabilmente perché lei è in sintonia con le storie di cui hanno bisogno.
Probabilmente sì!

Da un po' di anni non scrive più cose per bambini...
Anche in passato ho scritto dei racconti e narrativa per adulti però meno intensamente che quella per ragazzi, poi negli ultimi anni ho scritto il saggio sulle ragazzine cubane (Le bambine dell'Avana non hanno paura di niente, n.d.r.), ho ripreso in mano "Vita di Eleonora D'Arborea".

Ma come mai questo cambiamento? È stata una evoluzione naturale?
È stata naturale, dovuta all'età, nel senso che diventando io più vecchia non ho più frequentato bambini; io non sono il personaggio che va a fare iniziative nelle scuole, quindi per forza di cose andando avanti con gli anni i bambini che avevo intorno sono cresciuti, adesso loro hanno dei figli e le mie prime bambine lettrici hanno figli. Ma io adesso sono anziana e i temi che mi appassionano sono altri.

Quindi anche la scelta di raccontare prevalentemente figure femminili è nata in modo spontaneo...
Sono convinta che ci siano degli scrittori che raccontano le cose che succedono fuori e altri - come me - che si interessano di più all'interiorità dei personaggi. A me interessa quello che fa un personaggio ma soprattutto quello che pensa mentre fa. Per questo bisogna conoscere dall'interno il personaggio o chi più gli somiglia. Difficilmente riuscirei a mettermi nell'interiorità di un maschio, potrei raccontare le avventure di un pirata che va per mare ma non potrei raccontare le avventure di un pirata alle prese con una crisi di coscienza, con un amore infelice ecc, perché non conosco dal profondo quello che vivono interiormente i maschi.

Cosa ama di più del mestiere di scrittore?
L'immenso potere di creare dei mondi paralleli: nel momento in cui io impianto un romanzo, un dove, un interno o un esterno, dei personaggi, dopo un po' ci vivo dentro anche io, molto spesso i personaggi mi prendono la mano e mi fanno fare cose che non farei, non posso dire che escono da me ma comunque io vivo con loro e questo in qualche modo ha un qualcosa di onnipotente nel momento in cui uno lo sta facendo. Poi c'è la vita da fuori che disturba, ma finché uno è lì che scrive con le sue mappe e i suoi elenchi quel mondo esiste. E se il libro esce e viene letto quel mondo esiste anche per altri. Forse è una soddisfazione un po' presuntuosa ma secondo me la cosa più bella è proprio poter creare dei mondi paralleli.

C'è un libro in particolare a cui è più affezionata?
Onestamente una volta che sono stati sfornati e che vanno in giro per il mondo sono come dovrebbero essere i figli per le buone madri: fanno le loro esperienze, ognuno ha le sue doti e i suoi difetti, ma un preferito non c'è.

Quando era bambina quali erano gli autori che più amava?
Avevo un libro cult. Tanto lo amavamo io e la mia amica del cuore, che quando lo abbiamo trovato nella libreria di una bambina che non ritenevamo degna, glielo abbiamo rubato. Visto che ne avevamo una sola copia ci si aspetta che lo tenesse una delle due, invece lo abbiamo bruciato perché lei non lo avrebbe dovuto leggere. Questo libro era “Marigold” di Lucy Maud Montgomery, la stessa autrice di "Anna dai capelli rossi". “Marigold” era una storia in cui non succedeva quasi niente con una bambina molto pensosa, se lo rileggo adesso lo trovo molto appassionante. Poi c'era la serie di Bibi, sei volumi dell'autrice danese femminista Karin Michaëlis: una donna innovativa e controcorrente, tanto che durante il nazismo i tedeschi bruciarono i suoi libri. Sosteneva la libertà sessuale ma anche la libertà delle donne di una certa età di avere degli amanti più giovani, infatti divorziò e sposò un bel giovanotto quando era già matura. In Italia avevano tradotto “L'età pericolosa”, un romanzo per adulti che fece molto scalpore, e la serie per bambini di "Bibi", una ragazzina indipendente e coraggiosa. Per noi bambine del dopoguerra bigotto e democristiano era veramente rivoluzionaria.

Sta lavorando a qualcosa? Qualche progetto?
Non si può dire perché sono molto superstiziosa quindi credo che finché un lavoro non è finito non se ne possa parlare.

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intervista a cura di Carla Casazza

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