martedì 4 marzo 2014

"Più corro veloce, più sono piccola" di Kjersti A. Skomsvold

Più corro veloce più sono piccola
di Kjersti A. Skomsvold
Atmosphere libri, 2014

112 pp.
€ 14,00




Raramente capita di imbattersi in un esordio letterario come questo. Sembra che Kjersti Annesdatter Skomsvold, la giovane autrice norvegese, se ne sia stata opportunamente appartata a studiare linguaggi di programmazione e analisi matematica – è laureata in ingegneria informatica – mentre molta letteratura si stava incamminando lungo i sentieri non sempre fruttuosi dello sperimentalismo, durante gli interminabili dibattiti sulla fine della scrittura e sulla fine delle cose da dire, negli anni in cui le teorizzazioni sul postmoderno cadevano tra capo e collo mietendo vittime tra chiunque avesse la tentazione di scrivere qualcosa di non ancora detto.

Dalle macerie rimaste dopo il crollo di ogni concezione forte della letteratura, dove 'forte' sta a indicare la fiducia in un valore sociale, la capacità mimetica rispetto alla realtà e via dicendo, la scrittrice ha tirato fuori una storia fragile di abbagliante e saldissima delicatezza. Una narrazione piccola piccola, in minore nella forma e nel contenuto, che incanta il lettore nello stesso modo in cui potrebbe farlo un esile fiore ritrovato dopo anni tra le pagine di un vecchio libro.
È la prova che raccontare una storia senza l'ostentazione di una non sempre giustificata problematicità – dalle manifestazioni della disgregazione dell'io all'abnorme disseminazione di elementi simbolici – è ancora possibile nell'anno 2009. Non solo è possibile farlo, è anche possibile farlo benissimo. 

La vicenda narrata è tragica, ma è screziata da un'ironia estremamente efficace e colorata con tinte pastello. Mathea Martinsen, l'anziana vedova protagonista, è ossessionata dall'idea della morte e anestetizzata da una vita che volge al termine prima che, di fatto, sia mai davvero iniziata. È, a suo modo, un'eroina caparbia e coerente nel raggiungere una condizione quanto più vicina possibile all'inesistenza, tenera nell'autoconvincersi della ragionevolezza delle paure che la divorano. Preda di una timidezza commovente e patologica, la donna ha sempre evitato ogni situazione che avrebbe comportato la seppur minima dose di emozione imprevista. Ha sempre calcolato ogni gesto, ogni sorriso, in nome di una sorta di fedeltà all'omologazione e all'anonimato:
«Veramente preferisco che ci siano altri clienti oltre me, così non richiamo l'attenzione. In genere compro le stesse cose degli altri, fa bene mangiare merluzzo bollito a casa quando anche la signora che mi sta davanti in fila mangia merluzzo bollito». (pp. 14-15).
La sua vita è così restata inchiodata alla mera esistenza biologica, dove si è solo e soltanto perché il sangue, noi nonostante, scorre. Basta il suo motto, quello che avrebbe voluto trasmettere al figlio mai avuto, per farsi un'idea del personaggio: «Ricordati sempre di ingrandire le labbra soffiando sotto un po' d'aria, quando vieni fotografata». Le specialità in cui eccelle sono l'apertura dei rotoli di carta igienica senza danneggiare alcun foglio e il riordino delle carte da gioco dopo averle mescolate. 

Eppure, in qualche modo, anche chi sopravvive invisibile agli occhi di tutti lascia tracce impercettibili che possono essere raccolte, a testimonianza di un passaggio avvenuto in questo mondo e in questo tempo che ci ingloba con noncurante indifferenza: 
«Perché la natura è interessata solo a conservare e perpetuare la specie, né le importa niente degli individui, e in realtà la natura desidera che gli individui vivano il meno possibile, in modo che le generazioni cambino rapidamente e l'evoluzione sia più rapida, cosa che rappresenta un vantaggio nella lotta per l'esistenza». (p. 12).
Di fronte alla morte non viene gridata la voglia di continuare a vivere. Anzi, Mathea identifica la fine con terrore e al contempo con un razionale senso di fatalità. Non prova slanci ribelli contro l'uomo con la falce (in norvegese la morte è declinata al maschile), piuttosto verifica di essergli sfuggita, qualche volta, nelle infinite e inutili collane di giorni andati, ora che neppure il marito interagendo con lei può dimostrare che è esistita, che c'è e c'è stata. Epsilon, conosciuto a scuola e da allora avuto come compagno, come se neppure ci fossero alternative, come se non potesse che andare così, è un altro personaggio tratteggiato con maestria. Con l'ironia che serve per raccontare di un uomo che quasi non fa che leggere annuari di statistica e parlare di probabilità matematica di cadere o di essere colpiti da un fulmine.

Non resta, insomma, che aggrapparsi a pochi bagliori di vita, ricercarli e metterli in una “capsula temporale” che li contenga. Non resta che fissare qualche obiettivo, tutti formulati in una maniera tragicomica che diverte e prende alla gola, per esporsi alla morte e accettare, questa è la speranza, di dover morire*. 

Le inquietudini della protagonista non sono lenite da alcuna religione o filosofia, e la ricerca di un senso può coincidere con la consapevolezza dell'inesistenza di ogni senso. Vengono citati Cartesio, Schopenhauer, Hamsun ed Einstein è alluso nel titolo. In fin dei conti, dietro uno dei libri più sfumati e impalpabili che abbia letto, c'è un'ossatura concettuale mai esibita ma ben presente che fa riflettere il lettore fino all'inatteso epilogo. 

Salutiamo la nascita di una scrittrice la cui carriera si è ormai consolidata con altri romanzi, una raccolta di poesie e saggi pubblicati nel volgere di pochi anni. Un'autrice che sa veicolare contenuti drammatici ricorrendo a una scrittura di limpida semplicità e a un'ironia che non cerca la risata sguaiata né si piega sempre e comunque a un cinismo posticcio e di sicuro effetto. Durante i mesi in cui ha scritto questo libro, Kjersti Annesdatter ha realmente provato la dolorosa sensazione di essere completamente isolata, nel mondo, dal mondo. In casa dei suoi genitori, definita “basement” (sotterraneo, cantina), pensava alla morte fissando il soffitto. Scriveva sguazzando in un'apatia depressiva, e proprio il breve romanzo che si andava formando rappresentava la ricerca di un'autodefinizione: « […] E ho pensato che se fossi diventata una scrittrice, avrei iniziato a sentirmi di nuovo come un essere umano. Un romanzo deve essere scritto da un umano, ho pensato»**. Non so se questa dolorosa e temporanea consonanza psicofisica tra la protagonista del libro e la sua creatrice sia alla base di quel senso di autenticità che il lettore avverte benissimo. Forse no, e non ha neppure molto senso chiederselo. A ogni modo, gli scribacchini travestiti da scrittori sono moltissimi, tendono a infinito, ma non è mica cosa da poco dimostrarsi davvero scrittore e farlo con un debutto come questo. Prosit!

Marco Giorgerini

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*And maybe all we want in life is a sorrow so big that it forces us to become ourselves before we die. –– Kjersti A. Skomsvold

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