in

Una torbiera, una generazione di famiglie e il realismo magico alla Cent'anni di solitudine: "Un pugno di radici" di Maria Turtschaninoff

- -

 



Un pugno di radici
di Maria Turtschaninoff
Bompiani, gennaio 2026

Traduzione di Laura Cangemi

pp. 386
€ 20 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

Immaginate di camminare su una terra che non è davvero terra, ma neppure acqua. Sotto i vostri piedi non c'è il suolo compatto che conoscete, ma una sorta di tappeto spugnoso che cede e si ricompone a ogni vostro passo. Come se quella terra respirasse insieme a voi. È umida, fredda, ma anche molto viva. Ne sentite l'odore prima ancora di vederla: un profumo di bosco antico, selvaggio, indomabile. Poi arriva l'odore inconfondibile della pioggia, che era rimasta intrappolata lì, in quel mistero di foglie che si sono trasformate in memoria. La torbiera è così: come un lentissimo respiro della natura, una distesa silenziosa che trattiene il tempo. Ma in realtà molto di più.

Con Un pugno di radici Maria Turtschaninoff ci accompagna lentamente nell'atmosfera densa e pregna di simbolismo di una torbiera finlandese, protagonista indiscussa di questo romanzo corale che si sviluppa a partire dal Seicento fino agli anni Duemila. In questi quattro secoli, conosciamo la storia e le vite dei personaggi che hanno abitato Nevabacka. Come ricompensa per i suoi buoni servigi di soldato, Matts Mattsson Rask ottiene una terra nel Golfo di Ostrobotnia, e diventa così Matts Mattsson Nevabacka. Qui Matts crea la sua fattoria e proprio da qui infatti partono le radici delle famiglie che ruoteranno attorno a questi luoghi. Una terra che diventerà l'eredità di tutte le generazioni  a seguire e che nonostante il destino la porti a dura prova, tra guerre, carestie ed epidemie, non smetterà mai di plasmare coloro che la vivono, nel bene, ma anche nel male. 

Si svegliò boccheggiando. Il posto dove dormiva suo figlio era vuoto. Matts balzò in piedi e frugò con lo sguardo la torbiera immobile e silenziosa avvolta nel crepuscolo lieve della notte estiva. Chiamò Henric, ma non ottenne risposta. In preda al terrore, corse tutt'intorno, chiamandolo e gridando invano, senza vederne traccia. Cadde in ginocchio e fece risuonare sulla torbiera e sulla foresta una preghiera per riavere suo figlio: avrebbe fatto qualsiasi cosa gli fosse stata chiesta, promise, se solo gli fosse stata restituita l'unica cosa che avesse mai amato. La torbiera rimase buia e silenziosa. Niente canti di uccelli, niente tamburellare di picchi neri. L'unico rumore era quello delle zanzare assetate di sangue, a migliaia. (p. 25)

Nevabacka diventa così un punto di riferimento, come un seme che ha piantato le sue radici. I destini degli umani non sono meno importanti di quelli della natura che li circonda e il realismo magico che fa da cornice a tutte le vicende ci riporta in qualche modo alla linea narrativa di Gabriel García Márquez in Cent'anni di solitudine. Ma non manca anche l'eco a Ken Follett, con Fu sera e fu mattino, anche se con meno sfortuna per i protagonisti. Se i due menzionati più famosi però hanno dalla loro non soltanto la fama dell'autore ma anche e soprattutto la capacità immediata di immergere il lettore nell'atmosfera narrata, al contrario con la pluripremiata, ma meno nota, Turtschaninoff, l'immersione è più graduale e prudente, ma non meno degna di nota. Anzi, questo libro è un invito al lettore a lasciarsi trasportare in una dimensione lontana, quasi spirituale. Come un viaggio famigliare di cui si conoscono le origini ma non gli sbocchi. 

Carissima, dolcissima amica mia! Ti ricordi quando ti ho mostrato la torbiera, alla fine dell'estate, con tutte quelle more artiche? Era dorata come il più prezioso scialle di seta. L'hai guardata incantata, quella distesa che si apriva sotto di noi, dalla piccola sporgenza rocciosa tra Vittermåsa e Mörktjärn, dove ci eravamo sedute sulla coperta portata con noi. "Questo posto si dovrebbe dipingere" hai detto. "È un paesaggio che vale la pena di immortalare come quelli tumultuosi di Gallen-Kallela a est! Anche questa è la vera Finlandia, la patria tanto cara a tutti noi!" Poi hai tirato fuori il tuo blocco e hai cominciato a fare uno schizzo con tratti veloci e sicuri. Seduta accanto a te, cercavo di vedere quello che vedevi tu. [...] Quella che vedevo era la torbiera in cui fin da piccola ho raccolto more artiche e mirtilli palustri, e lungo la quale ci sono i posti scoperti da me e mia madre [...]. Vedevo il punto in cui mio padre ha abbattuto un alce e quello in cui si dice ci fosse una capanna nascosta usata in passato sia da pastori che da predoni. [...] È tutto questo, dunque, che vedevo spaziando con lo sguardo sulla torbiera e sullo specchio d'acqua: i bei doni di Dio a noi poveri esseri umani. (p. 217)

La presenza della Natura come entità pensante e, a suo modo, vivente, è fondamentale e ha un'attrazione magnetica per chiunque la incontri. Un pugno di radici è un romanzo lirico e profondo che scava sotto la superficie delle nostre insicurezze e fragilità di esseri umani, costringendoci a fermarci dinanzi al potere e alla vastità immensa dell'elemento naturale. Non mancano le riflessioni filosofico-esistenziali: chi siamo veramente? E qual è la nostra missione? Queste sono le domande che tornano ciclicamente nella mente del lettore, e rendono Un pugno di radici una lettura fortemente consigliata a coloro che ogni giorno si sentono grati per ciò che hanno, sia dentro che fuori, ma anche un prezioso conforto per tutti coloro che ripongono le loro speranze in questo mondo, nonostante le sue mille oscillazioni.

Carlotta Lini