sabato 25 gennaio 2014

CriticaLibera: solo Pessoa ha fatto vacillare la mia juventinità



L’impianto sportivo si chiama ancora Estádio da Luz mentre è oggetto di dibattito il nome del poeta. Cioè: oramai è noto e stranoto, però non esiste personaggio della cultura capace di abbinare due opposti come l’essere reale e l’essere pirandelliano. Poeta-galassia, uno nessuno centomila, Ricardo Reis, Álvaro de Campos, Bernardo Soares, che con il suo “Libro dell’inquietudine” coltivato in rua Dos Douradores ha favorito l’esplosione del caso letterario del Novecento, prima in patria, poi in Europa e infine nel mondo.
Ma andiamo con ordine: avevo visto Lisbona fino a quel giorno solo attraverso due piccoli cerchi di vetro che si aggiravano per strade pavimentate e geometriche o che s’immergevano nella lettura di un quotidiano ai tavoli dei caffè: erano le lenti di Fernando Pessoa. Lenti scoperte per caso nelle foto in bianco e nero di qualche rivista o di libri illustrati. Alcuni giovani offrivano hashish ai turisti stranieri, una donna di origini africane imprecava attirando l’attenzione, un vecchio intento a farsi lustrare le scarpe mandava a quel paese il sottoscritto che provava a fotografare la scena. Ancora pochi passi e si apriva lo scenario di Praça do Comércio, ai lati le colline dell’Alfama e del Bairro, dietro di me il Tago finiva la sua corsa per lasciare spazio all’Atlantico.
Le rotaie erano solcate da tram rumorosi che irrompevano bruscamente in vicoli strettissimi e silenziosi ed era come se ne fossero inghiottiti. Dallo scheletro metallico dell’elevador de Santa Justa un vecchio filmava il panorama dell’Alfama e, allo stesso tempo, pronunciava al microfono della videocamera frasi incomprensibili in un dialogo immaginario. Era ucraino e mi disse, testuale: «Ci sono momenti nella vita di un uomo durante i quali si preferisce star soli. Vede questa città? Guardi le terrazze sotto di noi. Quante persone possono prendervi posto? Una e una soltanto. E queste colline? Stanno lentamente consumandosi, vero?». A me parvero parole pronunciabili di fronte alla morte. Solo che io ero là per vedere una partita europea della Juventus in trasferta, contro il Benfica. Era un 4 marzo, Lucio Dalla avrebbe detto: un 4/3. Ma del 1993.
Ci fu un momento in cui balenò l’eventualità di saltare la sfida per tornare al Bairro Alto e riascoltare il fado. Poi, però, quel briciolo di cultura portoghese coltivata prima di partire mi rammentò che il fado non è come ballare a una festa dell’ultimo dell’anno facendo il trenino. Il fado è il fado. Punto. Così come la saudade è la saudade. Sono termini indefinibili la cui eco lontanissima si può ritrovare in Angola o in una piantagione di caffè appena fuori Porto Alegre. Se ne chiedevate la traduzione ad Amália da Piedade Rebordão, in arte Rodrigues, vi fulminava con un acuto. Azzardo: stati d’animo che diventano note, chiavi di violino dell’esistenza e del carattere di un popolo. Perfino un renano come Wim Wenders ha voluto confrontarsi con essi in “Lisbon Story” lanciando la stella dei Madredeus.



La funicolare lasciava gli ultimi passeggeri della giornata ai piedi del quartiere più popolare di Lisbona. Nei suoi vicoli, persone di varie razze appoggiate alle facciate delle case o ai segnali stradali formavano capannelli più o meno rumorosi. Storie e fumo cominciavano a riempire locali di ogni genere. Donne di tutte le età si affacciavano alle finestre o si sporgevano dai balconi cercando di fissare gli abiti bagnati a fili che sembravano allungarsi senza fine. La taverna esponeva decine di bottiglie di Porto. Ne ordinai una, con un piatto di baccalà e un budino. Cenavo lentamente sorseggiando quel vino liquoroso e intanto muovevo lo sguardo attorno per ascoltare e interpretare le parole che, sempre più numerose, popolavano l’osteria. Una signora, dall’elegante vestito bianco e dai capelli nerissimi, conversava con alcuni uomini che uscirono dopo qualche minuto. Non feci caso al loro rientro, ma un applauso mi ridestava di lì a poco: era rivolto proprio alla donna e a due chitarristi. Il rumore dei presenti cominciava a sfumare nell’attesa dell’esibizione fin quando seguirono un inchino, un saluto, un’accordata agli strumenti e finalmente la canzone. Era dedicata a un poeta passato a miglior vita. Non Pessoa. Un Poeta, chissà chi. Ancora morte, fra chitarre che si rincorrevano e parole che riaffioravano dalle labbra.


A forza di sentir parlare di morte e di leggere d’inquietudine arrivai allo stadio in grande difficoltà emotiva e non a caso la Juve perse 2-1. Vialli era nervosissimo, preannunciò a un difensore portoghese che a Torino gli avrebbe fatto un culo così, almeno in questo modo diciamo dalle nostre parti, ma per fortuna mantenne un minimo di self-control quando si trattò di trasformare il rigore che rendeva il passivo incoraggiante per il ritorno.
La settimana che divideva quest’ultimo dalla partita a cui assistetti provocò un’attesa pessoiana, ovvero impalpabile. Con in mano “Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa” di Antonio Tabucchi, tenero e passionale, mi immaginavo questo grande scrittore del Novecento sul letto di morte, delirante ma senza limiti nel parlare con i suoi eteronimi, un fiume in piena intento a travolgere qualsiasi punto finale. D’altronde come fai a delimitare un autore che recitava: «Sono in gran parte la prosa stessa che scrivo»? Come fai a tratteggiarlo? Mi spiacque quasi un po’ quando a Torino battemmo i lusitani 3-0 e ci lanciammo verso la conquista della Coppa Uefa che avvenne a distanza di due mesi, in finale, contro una squadra tedesca che a differenza di Pessoa e Lisbona non mi suscitò alcun rimorso anche perché renana come Wenders che, lo ammetto, ho potuto sopportare sempre a fatica.


Marco Caneschi



Ringraziamo Sandra Quagliata e Santo Mangiameli per le bellissime foto, che hanno completato le parole di Marco. Per saperne di più, cliccate i loro blog: 
http://sandraq85.blogspot.it/
http://santomangiameli.blogspot.it/

0 commenti: