venerdì 22 novembre 2013

Tra fiaba e realtà, un incontro equilibrato

La piramide del caffè
di Nicola Lecca
Mondadori, 2013

pp. 233


È falso dire che la narrativa italiana non proponga alcunché. Giulia Pretta mi ha fatto scoprire con un’intervista uscita su CriticaLetteraria e con una recensione questo libro che sa di coraggio e di arcigna dolcezza. Di coraggio perché Nicola Lecca si accosta alla fiaba, contemporanea quanto si vuole, ma sempre fiaba. Un genere dunque da maneggiare con cautela, dove tradizionalmente il reale sembra partire sconfitto in partenza e il verosimile diventa fantasia allo stato puro.

L’arrivo a Londra di Imi, un ragazzo ungherese che fino a 18 anni è vissuto in orfanotrofio, è coerente. Il giovane è meravigliato, di una meraviglia che potevano provare le principesse e i cavalieri dinanzi ai castelli incantati, Artù con le pozioni di Merlino o Alice nel paese creato dalla penna di Lewis Carroll. Se ne vede il volto, la sua nuova vita pare indirizzata verso un meritatissimo riscatto. Imi, infatti, è stato scaricato all’orfanotrofio da una macchina, non sa quando è nato e chi siano i genitori. Tuttavia, anche in un ambiente triste non ha ceduto, conservando una visione limpida del mondo. Con questo sentimento, il giorno del suo diciottesimo compleanno, ha preso uno sgangherato treno, passato il confine con l’Austria e continuato verso nord finché non è arrivato, appunto, a Londra. La fiaba marcia sui binari giusti.
Il futuro pare aprirsi verso orizzonti ancora più radiosi perché Imi viene assunto da una grande catena di caffetterie. A lui appare la cosa più bella dell’universo, è la casa di cioccolato di Hansel e Gretel che fornisce peraltro ai suoi dipendenti un vademecum in cui vengono fornite le istruzioni per lavorare al meglio e poter risalire, eccola qua, la piramide lavorativa. Per Imi è il Manuale delle Giovani Marmotte.

Ma come la casa di Hansel e Gretel era solo una trappola realizzata dal maleficio di una strega per catturare creaturine appetitose, anche la catena nasconde l’insidia più subdola. Imi a un certo punto impara a miscelare un cappuccino strepitoso, più buono di quello fatto da chiunque, ma ciò che per il protagonista è un vanto e una prospettiva di carriera assicurata, in realtà è giudicato dai suoi tutor come qualcosa di estraneo agli standard di conformità aziendali. Insomma, il cappuccino deve essere sciapo in ogni locale con il marchio della ditta.
È qui che scatta la svolta del romanzo e la “realtà verosimile” comincia a prendersi la sua rivincita, anche attraverso cinici colleghi, padrone di casa, capi aziendali ossessionati. La progressione di schiaffi che Imi subisce incrina la sua innocenza, che vacilla minata nelle fondamenta. La fiaba è conclusa. Almeno per ora. E Nicola Lecca ne ha decretato l’apparente sconfitta attraverso il filtro costituito da una multinazionale e delle problematiche sociali che induce. O, forse, sarebbe giusto parlare di ingiustizie perché Imi perde il lavoro ed è costretto ad abbandonare l’animo fanciullesco che lo aveva portato dal paese natale alla capitale britannica. Improvvisamente «stretta lungo un fiume sporco che la taglia in due come una ferita». Un luogo senza amore. Ed è bastato un attimo.

Ma, attenzione, Nicola Lecca ha un guizzo e trova altri due personaggi che riportano, con estrema cautela, in un’atmosfera più prossima alla fiaba iniziale senza tuttavia trascurare, rinnegare, l’incursione “realistica” che si è consumata. La simbiosi fra entrambe le dimensioni è perfetta e si alimenta degli occhi levantini di un libraio iraniano e di una scrittrice premio Nobel che ha deciso però di vivere reclusa. Nicola Lecca suscita un’interessante riflessione sul ruolo che un letterato, o una persona di cultura in genere, deve ricoprire. Torre d’avorio o impegno? Se la socialità di uno scrittore deve esaurirsi nella fama di protagonismo, ben vengano gli splendidi isolamenti ma dinanzi alla caparbia dolcezza con la quale Margaret, è così che si chiama la scrittrice, fa la ramanzina al proprietario della multinazionale per il licenziamento di Imi, l’auspicio è che l’intimità si trasformi, quando serve, in pensiero e denuncia pubblici.

Al di là di questa considerazione, mi interessa rimarcare come nella costruzione della trama e in quella dei personaggi, Lecca sia un artigiano della parola. Un creatore? Sì. Di fiabe? Di resoconti sociali? Io direi: di storie. Perfino l’ultima pagina dimostra che tra fiaba e realtà questo artigiano-creatore, giunto a un’importante produzione letteraria nonostante la giovane età, ha forgiato l’alchimia giusta: c’è un tocco di lieto fine ma anche la sensazione di una nebbia fuligginosa che non è quella di Londra ma uno stato d’animo costretto a fare i conti con la consapevolezza.

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