mercoledì 13 novembre 2013

La musica segreta dei ricordi: tra Cile, Finlandia e Svezia una storia di sofferenza e speranza

La musica segreta dei ricordi
di Alyson Richman
Piemme, 2013

€ 17.50
pp. 406

I ricordi. La gioia, la scoperta dell’amore, il profumo di casa e i sapori dell’infanzia, l’affetto per la famiglia, le note del tango che invadono la stanza; il dolore, fisico e psicologico, acutissimo e impossibile da dimenticare, la perdita, l’incertezza, l’abbandono, solitudine e distanza. Ma sempre i ricordi, anche quando sono così dolorosi da lasciare un segno indelebile nel cuore e nelle vite delle persone che da quei ricordi cercano invano di sfuggire, all’altro capo del mondo, in una vita nuova o nella propria solitudine, per dimenticare e trovare finalmente un rifugio sicuro. Questa storia è fatta innanzitutto di ricordi, immagini di una vita passata nella quale improvvisamente gli equilibri vengono stravolti, la quotidianità spezzata. Un prima e un dopo in cui la Storia fa da spartiacque e segna il destino a venire. Quattro personaggi e altrettanti destini che si snodano tra il Cile del golpe di Pinochet – di cui lo scorso 11 settembre sono ricorsi i 40 anni-, la Finlandia sotto le bombe della Seconda Guerra Mondiale e la Svezia tra anni ’70 e ’90 dove cercare la pace. 

Alyson Richman costruisce un romanzo ricchissimo di personaggi, luoghi, eventi, in un continuo viaggio da un capo all’altro del mondo, da una vita all’altra, tra passato e presente, restituendo al lettore una storia intensa e assolutamente coinvolgente, ricca di pathos, crudeltà e speranza. Un racconto per niente facile, in cui la brutalità degli uomini è rappresentata in tutta la sua crudezza in pagine che sono insieme emotivamente coinvolgenti e allo stesso tempo difficili da sopportare, ma in qualche modo necessarie per cercare di comprendere la sofferenza fisica e mentale che un essere umano è capace di infliggere ad un altro, allo stesso modo in cui in guerra ci si divide tra compagni e nemici e giovani vite vengono spezzate, famiglie separate, il corpo e lo spirito piegati dai patimenti della fame. L’autrice, americana già nota a pubblico e critica per i precedenti romanzi diventati best sellers, non risparmia nulla al lettore in queste quattrocento pagine pienissime e commoventi, in cui al dramma della Storia si accompagnano i dolori quotidiani di figli che devono fare i conti con i sensi di colpa dei propri genitori, madri anaffettive, legami spezzati, segreti e traumi. Al centro del racconto le vite di due coppie, che inaspettatamente finiscono per intrecciarsi, a partire dalla vicenda di Salomè –protagonista assoluta della storia per intensità e carattere- giunta in Svezia insieme alla famiglia per sfuggire al regime di Pinochet e di Samuel e la moglie Kaija anche loro in modo diverso esuli che hanno trovato in quella fredda terra un luogo dove mettere radici e fare i conti con il passato che li tormenta. Tutto parte in quel Cile caldo, profumato, pieno di sole e poesia dell’adolescenza della bellissima Salomè Herrera, amata e protetta dalla famiglia benestante, che in segreto concede il suo cuore al giovane Octavio Ribera, studente squattrinato ma dall’animo gentile di poeta, che ogni sera la corteggia con parole d’amore nel cortile del collegio in cui la giovane studia. Follemente innamorati, i due giovani si sposano e creano una famiglia, vivendo per alcuni felicissimi anni nell’illusione di un mondo perfetto e pacifico. Abbandonati i sogni letterari, Octavio inaspettatamente si ritrova stella del cinema cileno, amatissimo dal pubblico e con uno stipendio più che adeguato a mantenere nel benessere la propria famiglia, frattanto allargata. Mai del tutto soddisfatto del mestiere che lo ha scelto, si getta comunque intensamente nel lavoro, senza trarne piacere intellettuale ma dimostrando tuttavia un notevole talento e una crescente popolarità. Proprio questa popolarità lo mette in contatto un pomeriggio con uno dei personaggi più ammirati dalla famiglia Herrera-Ribera, molto tempo prima complice a sua insaputa del corteggiamento della futura moglie quando Octavio giovane poeta citava le sue parole d’amore al chiaro di luna: Pablo Neruda, il leggendario poeta venerato dai cileni, venuto a bussare proprio alla porta dei Ribera. Se già l’apparizione dello stimato letterato ha dell’incredibile, ancor più lo è il motivo della sua visita: chiede infatti l’aiuto del famoso attore per insegnare alcuni trucchi da usare davanti alla telecamera niente meno che al candidato presidente Salvador Allende, celebre per la sua oratoria nelle piazze ma assai impacciato e nervoso in video. Sorpreso e onorato, Octavio accetta prontamente, trovando un nuovo scopo nella superficiale vita lavorativa nella quale è intrappolato da troppo tempo e scoprendo nell’amicizia con Allende ideali politici mai avvertiti prima. Ma la Storia prepotentemente irrompe nella vita di Octavio, della sua famiglia e del Cile tutto, distruggendo ogni cosa. È l’11 settembre 1973, il golpe di Pinochet porta alla morte di Allende e all’inizio di un periodo buio, dove violenza e sospetto diventano la quotidianità e le persone sembrano “scomparire” senza lasciare traccia; ciò che un tempo si affermava pubblicamente senza timore diventa ora un’ingenuità da pagare a caro prezzo.
La stanza era avvolta nel silenzio, e solo in quell’istante Octavio comprese a quale destino era andato incontro il suo allievo; solo allora, cessato il brusio di moglie e figli, si rese conto che era tutto finito, che al suo amato paese era successo qualcosa di atroce. E benché non avesse la minima idea delle terribili conseguenze che stavano per colpire la sua famiglia, provò un senso di nausea. […] Octavio scoppiò a piangere perché mai se l’era immaginata così, la fine di quel grande uomo. Fosse stato un copione, ne avrebbe preteso la riscrittura: avrebbe fatto in modo che Allende uscisse dal palazzo, magari ferito, si, ma ancora in possesso della vita, dell’orgoglio e del suo ideale politico. Non aveva ancora capito, purtroppo, che la vita detesta il lieto fine.
Salomè, per la negligenza del marito, la sua innocente ingenuità ma soprattutto le colpe di un regime brutale e sospetto, viene improvvisamente portata via dalla sua casa e tenuta prigioniera in quella Villa Grimaldi un tempo dimora lussuosa dove si riunivano intellettuali ed artisti e dove ora si consumano invece nel segreto le violenze più disumane, le stesse che anche la bella Herrera è costretta a subire e il cui peso la tormenterà anche dopo la misteriosa liberazione, negli anni a venire, lontana nel tempo e nello spazio da quel luogo oscuro, dove la ragazza che Octavio corteggiava con la poesia ha smesso di esistere. Ed insieme a quella ragazza, sembra aver smesso di esistere anche il sentimento, l’intimità che per tutta la vita l’ha legata al marito e che ora appare impossibile, quell’uomo che non ha saputo, non ha voluto, proteggerla dalla violenza e che in fondo al cuore incolpa per quello che ha subito. Salomè in Svezia affronta il ricordo di quel terribile segreto cercando di superare il trauma del passato a partire dalla sua insofferenza per la musica, troppo dolorosa da ascoltare perché le note si confondono al ricordo della stanza delle torture dove brani di classica servivano –inutilmente- a coprire le urla dei prigionieri.
Si portava addosso la sofferenza nel silenzio e nel mistero. Era come se le settimane tremende a Villa Grimaldi l’avessero resa un’artista dell’inganno, una maestra di dissimulazioni, sebbene quest’abilità non fosse radicata in una vera frode, bensì nella necessità di sopravvivere. Infatti, proprio come aveva finto di essere una signora ricca e potente per accattivarsi il secondino, adesso fingeva con i famigliari che stava bene, che si era lasciata le tragedie del passato alle spalle, e che la sua vita con i figli e con Octavio sarebbe tornata esattamente com’era prima del golpe.
Salomè trova un confidente nel giovane psichiatra Samuel Rudin che sulla “sindrome del superstite” ha costruito una carriera cercando di portare conforto agli esuli come quella donna bellissima e tormentata. E la storia degli Herrera-Ribera si intreccia a quella di Samuel e della sua famiglia d’origine: ebrei francesi, hanno lasciato il paese alla volta del Perù per sfuggire alle persecuzioni e cercare di ricostruirsi una vita al di là dell’oceano, lasciandosi però alle spalle parte della famiglia, cieca di fronte al pericolo che di lì a poco li ha distrutti. Esuli in una terra così diversa dal paese d’origine e oppressi dalla mancanza e dal senso di colpa per non aver potuto salvare il resto della famiglia, i Rudin trovano la libertà ma non riescono a superare il trauma, che lentamente finisce per annientare i genitori di Samuel. Ancora una volta esule, il giovane trova in Svezia una nuova patria dove mettersi al servizio degli immigrati latinoamericani che devono fare i conti con le sofferenze patite per colpa di un regime oppressivo, in un’ansia costante di salvare quegli sconosciuti come non ha potuto fare con la propria madre.
Pian piano, anche il suo dolore per la fuga dalla Francia e l’impossibilitò di evitare il declino di sua madre si fece meno intenso, e adesso traeva una soddisfazione immensa dall’aiutare i propri assistiti a far pace con il proprio passato, e sperava che la loro integrazione nel tessuto sociale svedese fosse almeno un po’ facilitata dalla terapia svolta insieme a lui.
In quella terra freddissima e candida, Samuel incontra Kaija, anche lei con una storia di dolore e abbandono alle spalle, segnata dalla mancanza della madre biologica che ancora bambina dalla Finlandia l’aveva mandata in Svezia per salvarla dalla guerra e soprattutto dalla fame patita in una famiglia troppo povera e già numerosa. È una delle tante storie di bambini finlandesi che durante la Seconda Guerra mondiale hanno trovato nella vicina Svezia una casa più sicura e accogliente, che spesso si è trasformata in una famiglia a tutti gli effetti, come nel caso di Kaija che si è lasciata alle spalle i boschi e i laghi della prima infanzia insieme al ricordo sbiadito della famiglia d’origine. Ma il dolore per l’abbandono materno la tormenta ancora, profondo e inconcepibile soprattutto adesso che con Samuel ha costruito una famiglia. È un romanzo pienissimo di storie, sentimenti, segreti e dolori, capace di avvincere il lettore con il suo carico di emozioni ma indubbiamente a tratti davvero traboccante: se il filo conduttore può essere rintracciato nel peso di un passato doloroso con cui per tornare a vivere è necessario fare pace, nell’insieme il racconto si fa troppo colmo di storie, ognuna delle quali avrebbe meritato uno spazio da protagonista anche solo per la complessità dei temi trattati e lo spessore dei suoi protagonisti che in questo modo finiscono invece per non esprimere appieno il proprio potenziale. Anche la scelta di intrecciare le vite dei Ribera-Rudin non è in fondo del tutto necessaria ai fini dello sviluppo dei personaggi e dell’elaborazione dei loro traumi, che potevano forse trovare soluzione anche senza il legame un po’ forzato scelto dall’autrice. È proprio questa sovrabbondanza ad essere uno dei principali punti deboli di un romanzo che in generale è comunque capace di coinvolgere emotivamente il lettore – e in questo gioca un ruolo centrale la scelta di raccontare il dolore in modo crudo e diretto- e riflettere su sentimenti complessi quali il peso del passato, il trauma e l’impossibilità di superarlo, fratture nei rapporti, l’espiazione delle sofferenze dei propri genitori (non solo Samuel, ma anche Rafael il figlio di Salomè e Octavio), la colpa, il senso di estraneità e la solitudine. 
Ma se osservate separatamente, le storie di queste due coppie, ma soprattutto il personaggio straordinario di Salomè, si svelano in tutto il loro potenziale narrativo per raccontare una grande storia di sentimenti e segreti, necessari per sopravvivere ma allo stesso tempo troppo ingombranti per essere ignorati per sempre. Sono i sentimenti dell’uomo che si scontra con la Storia e ne rimane ferito, le cui conseguenze si ripercuotono anche su quei figli che attoniti osservano il mondo famigliare fino a quel momento “perfetto” andare in frantumi. Accanto a donne oppresse ci sono uomini spesso incapaci di capire fino in fondo la sofferenza delle compagne e salvare quelle mogli o quelle madri ferite: uomini come Octavio incapace di assumersi la responsabilità per quanto capitato alla propria famiglia, di confrontarsi con il dolore convinto che come nei film di cui è stato protagonista la vita abbia sempre un lieto fine perfetto, di venire a patti con la propria coscienza se serve a proteggere chi si ama; ma anche uomini come Samuel che riscattano nel lavoro e nella compagna che si è scelto il senso di colpa per non aver saputo salvare la propria famiglia, la propria madre; padri biologici che sono come estranei e padri elettivi che amano incondizionatamente e in nome di quell’amore sono disposti a tutto; e le nuove generazioni, innocenti che hanno subito la Storia, le colpe dei padri, segreti e silenzi della famiglia e non dimenticano, ma si fanno forti anche per quelle madri spezzate. Straripante di storie e protagonisti e a tratti eccessivamente ricco di pathos, ma allo stesso tempo toccante, crudele e necessario, il romanzo della Richman servendosi di alcune delle pagine più tragiche della Storia del secolo scorso permette di riflettere su temi universali, cercando di indagare senza pregiudizi l’animo umano toccato dalla sofferenza e dal senso di colpa, ma mai del tutto sopraffatto dal dolore e pronto ad accogliere infine la speranza.

Debora Lambruschini

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