lunedì 16 settembre 2013

Tradizione calabrese e amori adolescenti al tempo dei telefonini

Il bacio del pane
di Carmine Abate
Mondadori, 2013

pp. 160
cartaceo € 12
e-book € 4,99

Quando si abbassò per rimettere il pane nel sacchetto, una delle fette gli cadde per terra sollevando una nuvoletta di polvere. L'uomo la raccolse subito, con apprensione.
"Buttatela via, è tutta impolverata" gli consigliai, convinto che volesse mangiarla.
Lui mi lanciò uno sguardo di disapprovazione: "Il pane non si butta così, come una pietra senza volte. Il pane è vita, ci vuole troppa fatica per farlo".
Diede un bacio al lato pulito della fetta e andò a posarla sotto il fico, dove banchettavano affamati tre o quattro uccelli. Poi concluse: "Il pane va rispettato". (pp. 52-53)
Un'estate di giovani adolescenti, presi dai primi amori sotto il meriggio che tutti gli adulti tiene in casa: una realtà senza tempo, in cui solo i telefonini e i motorini ci ricordano di essere nel Duemila e non all'epoca dell'Agostino moraviano:

Via, via, non ero disposto a deprimermi ancora, l'estate che aspettavo come un innamorato impaziente mi stava chiamando. E appena misi un piede fuori di casa, mi avvolse in un abbraccio caldissimo. Saltai sulla mia Vespa e partii da solo alla volta del mare. (p. 38)

Un'immagine di Spillace (dal web)
Perché in fatto di sentimenti, quest'ultimo romanzo di Carmine Abate potrebbe essere retrodatato di cinquant'anni e oltre, quando la bontà delle tradizioni risuonava nelle pagine del conterraneo Corrado Alvaro: vi si ritrova l'amore per la terra natale, con la cogente scoperta di quanti segreti si celano nella gente d'Aspromonte; ma anche il fondamentale affetto per la famiglia, e per i valori che porta con sé. Così, i ragazzi rispettano l'uso dei nonni: il pane non si butta via a cuor leggero, e anche se cade, lo si bacia prima di lanciarlo agli uccelli. 

Nel romanzo di Abate, il diciassettenne io narrante, Francesco, vive la sua estate a Spillace, paesino già sfondo della bella Collina del vento, con gli amici "di fuori" che scendono in Calabria per le vacanze. Tra questi, l'affascinante Marta, che sveglia in Francesco l'amore, in un classico saliscendi umorale che porta dall'eccitazione alla frustrazione, secondo l'io vorrei-non vorrei-ma se vuoi che tutti abbiamo provato. La trama, di per sé delicatissima e già degna di lettura (splendido il gioco di lenzuola e aroma del pane che fa da sfondo a un risveglio dei sensi), si complica con l'incontro di uno sconosciuto armato, Lorenzo, nel locus amoenus del Giglietto, cascatella nascosta dove i ragazzi passano le giornate. Sarà davvero pericoloso? La curiosità adolescenziale è forte e ingenua, e non si pone tanto il problema del rischio. Le gite al Giglietto sono quindi una ricerca del brivido, sia d'amore sia di paura, fino alla comprensione di quanti doppinfondi riserva la vita.
Quel giorno aveva imparato che si può essere cacciati di casa per troppo amore. E la partenza, qualsiasi partenza per forza, è una ferita che brucia a lungo e sempre, anche se non si vede. (p. 80)
Non si scappa dai luoghi, disse Lorenzo, si scappa semmai dalle persone subdole e violente, a volte persino da se stessi, dalla propria storia di rimorsi. (p. 100)
Tuttavia, non è la suspense l'elemento costitutivo del romanzo, ma il sentimento: dall'amore all'amicizia, dalla famiglia alla compassione, fino alla solidarietà umana. Il risultato è una storia deliziosa quanto il pane fatto in casa, da inserire nella migliore tradizione letteraria della bella regione calabrese.

Gloria M. Ghioni


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