giovedì 29 agosto 2013

Uccido dunque sono? "Confessions" di Kanae Minato



Confessions
di Kanae Minato
Giano, 2011


Al suo esordio letterario, Kanae Minato trasforma un racconto da premio letterario (Premio per scrittori esordienti mistery per il primo capitolo di Confessions, La Sacerdotessa) in un vero e proprio thriller agghiacciante.

L’originalità del thriller sta nel costruire un noir psicologico su riprese cinematografiche. L’omicidio della piccola Manami, figlia della professoressa di scienze Moriguchi, viene analizzato e narrato da più punti di vista con una freddezza sconvolgente. Ogni resoconto aggiunge un dettaglio agghiacciante all’omicidio iniziale che scatena una serie di nuovi omicidi a catena. Dichiarazioni dirette, lettere, diari ritrovati, divagazioni di un adolescente ormai folle, telefonate che si riveleranno fatidiche.
La psiche adolescenziale e adulta si rivela un’arma a doppio taglio. Minato dimostra quanto sia labile e sottile lo spiraglio tra normalità e follia, tra giusto e sbagliato, tra giustizia personale e giustizia di massa. Un thriller che non va letto tutto d’un fiato ma assaporato parola per parola per capire fino in fondo il dramma dei personaggi e le cause profonde delle loro azioni. Apparentemente sembra trattarsi di un incidente, eppure l’insegnante stravolge la classe rivelando la cruda verità: sua figlia è stata uccisa e annegata da due alunni. Difficile a credersi, non si tratta di un omicidio così semplice, né di una semplice ripicca adolescenziale. Si è dinanzi ad una vera bomba ad orologeria: una madre single – in un Giappone ancora bigotto al riguardo – alla quale viene strappata via l’adorata figlia. Una vittima innocente che pecca di altruismo per gli animali e ingenuità. Un genio precoce e pieno di sé, abbandonato dalla madre in tenera età per proseguire i suoi sogni, che si fomenta nella creazione di marchingegni pericolosi e fatali pur di attirare l’attenzione della donna. Un adolescente solo e con una mamma all’antica e iperprotettiva che cerca disperatamente di avere un amico e una vita sociale. Tutti elementi di un puzzle dalle tinte insanguinate che mettono a serio rischio la capacità critica e di giudizio del lettore.

Allo stesso tempo però, si è dinanzi al ritratto fedele di una società sempre più tecnologica ma indebolita nei valori, nella psiche – paradossalmente mai conosciuta così bene e a fondo come oggi –, nel sistema scolastico e nelle priorità. Madri che si preoccupano dei pregiudizi e di insegnanti che hanno figlie da non sposate piuttosto che insegnare ai figli a distinguere il bene dal male. Madri che preferiscono gonfiare l’ego dei figli piuttosto che insegnar loro cosa è giusto e cosa è sbagliato. Adolescenti sempre più dipendenti da Internet e che cercano di emulare coetanei criminali che scrivono blog aggiornatissimi, attirati dal fascino del proibito. Un governo che preferisce fare delle statistiche scolastiche distrettuali effimere invece di organizzare dei corsi di educazione civica e sociale più ferrati. Un ritratto tanto agghiacciante perché riflette una realtà tanto vicina e contemporanea. Oltretutto, riflette la realtà di un Paese che almeno apparentemente ha uno dei tassi di criminalità più bassi al mondo. Se si preoccupano i giapponesi, non sarà il caso che anche gli Occidentali comincino a porsi delle domande?

L’obiettivo di Kanae Minato sembra essere proprio quello di instillare il dubbio. Cos'è la giustizia? Si può davvero giudicare qualcuno? E sulla base di quali presupposti? La risposta finale sembra essere parziale e soggettiva, come solo può essere. Perché a ben vedere, la giustizia è un concetto tanto labile e ideale quanto la psiche. E i fatti di cronaca nera provenienti da tutto il mondo – che si tratti di criminalità adolescenziale oppure no – sembrano confermare la tesi della Minato.

 Arianna Di Fratta

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