giovedì 30 maggio 2013

La primavera di bellezza quando arriva? "Mandami tanta vita" di Paolo Di Paolo

Mandami tanta vita
di Paolo di Paolo

Feltrinelli, 2013


Sul rapporto tra storia e letteratura si potrebbero versare fiumi d'inchiostro, ma non se ne verrebbe comunque a capo. Come lettori - dall'Iliade ai Promessi sposi, dalla Chanson de Roland all'ultimo Ken Follett - percorriamo distanze inimmaginabili di pagine e millenni, ma la domanda resta sempre la stessa: è possibile fare storia senza fare letteratura, ed è possibile fare letteratura senza fare, in qualche modo, storia? La domanda è un tarlo che attraversa tutti i generi narrativi: siamo davvero sicuri che il mondo del Nome della rosa sia verisimile e non piuttosto una proiezione dell'immaginario intellettuale di Umberto Eco? E che tutti i romanzi sulla resistenza - non da ultimo In territorio nemico - non siano, più che un quadro fedele, una risposta narrativa alla necessità di esercitare la memoria collettiva? Quando la storia da manuale incrocia l'intimità della scrittura, le variabili in gioco non possono più essere soltanto la fedeltà e la verisimiglianza. Una risposta, ancora valida, l'ha data proprio Alessandro Manzoni: la storia è un terreno carsico, pieno di pozzi naturali e grotte nascoste da frane; compito dello scrittore - un compito civile - è esplorare queste cavità per portare alla luce qualcosa di personalissimo e universale. Una traccia di umanità, un'esperienza altrimenti relegata a sterili note biografiche e a documenti sempre meno accessibili.
Mandami tanta vita, l'ultimo romanzo di Paolo Di Paolo (Feltrinelli, 2013) è un esperimento in questa direzione. Il romanzo nasce come tributo a un’importante figura intellettuale del nostro Novecento, Piero Gobetti, ma l'occasione storico-documentaria è già in nuce trasfigurata in qualcos'altro. Protagonista di Mandami tanta vita non è infatti l'esperienza biografica di Piero, di cui è nota la folgorante precocità intellettuale concentrata in soli ventiquattro anni (per approfondire, rimando alla voce di Corrado Malandrini sul Dizionario biografico degli italiani), quanto piuttosto l'ansia, intima e universale al contempo, di dare significato alla giovinezza.

Ecco, la chiave di lettura di Mandami tanta vita è proprio questa: il romanzo non va letto come una semplice cronaca biografica, ma come un inno d'amore alla voracità delle anime giovani. Le diverse giovinezze del romanzo (Piero, Ada, Moraldo) sono come fiamme accese a cui fattori esterni minacciano di togliere ossigeno. Piero è certamente la fiamma più divampante, domina sulla giovanissima Ada e su quell'ignoto studente, Moraldo, che lo osserva da lontano. Ma la storia, le difficoltà della censura e le botte dei fascisti hanno trasformato quella fiamma in una tremula brace: come certi eroi del mito greco, Piero è un giovane uomo che ha già superato, in qualche modo, i limiti e le soglie dell'umanità stessa, e di quell'umanità ha conservato però la fragilità più segreta. Essa emerge nel rapporto - che è il nucleo sotteso del romanzo: il titolo Mandami tanta vita ne è la traccia più lampante - tra Piero e Ada:
Un giorno a lui era scappata di bocca una frase: Se non ci fossi tu, mi ammazzerei. Le era sembrata esorbitante, sconfinata come doveva essere la res extensa nella mente di Cartesio, se aveva capito bene. Lui non l'aveva più ripetuta, ma per lei ciascuna di quelle parole, la congiunzione se, l'avverbio non, l'avverbio ci, il predicato fossi, il pronome tu, e tutto il resto erano rimasti a lampeggiare davanti ai suoi occhi come fuochi di un bengala. Erano parole uscite dalle stesse labbra sottili che dicevano Oggi posso perdere del tempo per te, e appena lei se ne adombrava, ridendo lui spiegava che era stato un po' aspro in omaggio al senso anagogico. Va bene, lei diceva, l'avevo immaginato, ma poi una volta rientrata in camera sua avrebbe dovuto ricordarsi di cercare anagogico sul dizionario.
Nelle pagine di Mandami tanta vita, il gelido razionalismo dell'intellettuale Gobetti acquista un nuovo calore, quello dell'uomo (del ragazzo) Piero:
Tienimi stretto come se fossi anch’io il tuo bambino. Lo dice piano ma d’un fiato, perché è una frase enorme, spudorata. Lei gli chiude la testa con il braccio libero e sente figlio questo padre di suo figlio. Lo sente arreso – a lei, alla notte che finisce e glielo strappa dal seno.
L'esercizio della finzione narrativa è, nelle sue prime battute, un delicatissimo lavoro di estrazione dalle pieghe dei carteggi tra Ada e Piero. L'oro da estrarre, materiale grezzo per trasmutare la storia in letteratura, è l'impronta di una verità parallela a quella, più esatta e geometrica, delle idee: la verità degli affetti, delle paure e dei furori disattesi, quella della solitudine nell'esilio, della febbricitante fuga dalla fine. Un esercizio, dicevo, nato dalle lettere, e sul mondo delle lettere continuamente pensato e modellato. In apertura a uno dei primissimi capitoli del libro, infatti, c'è una digressione che ha un valore quasi programmatico:
Era il tempo delle lettere. Planavano come stormi sopra le città di mattina presto. Le buste si bagnavano di pioggia e poi si gonfiavano, fino a diventare scrigni. [...] La vita era anche questo - scrivere lettere, aspettarle.
Il tempo delle lettere è il tempo dell'attesa, come in fondo quello della giovinezza.  L’amore tra Piero e Ada si svolge sempre sul filo della corrispondenza epistolare, prima e dopo l’esilio, tanto che a un certo punto Piero pensa che la loro storia d’amore sia "un lunghissimo corridoio fatto di carta".

Tra tutte le lettere che popolano Mandami tanta vita, però, ce ne sono due che non ricevono risposta. E vengo qui a parlare del mio personaggio preferito di questo romanzo, Moraldo. La storia di Piero, infatti, si svolge in parallelo (un parallelo negativo) a quella di uno studente universitario torinese, che da lontano invidia Piero, lo segue di soppiatto, vorrebbe diventare suo sodale e collaboratore.

A differenza di Piero, personaggio storico, Moraldo è un personaggio tutto letterario. Dirò di più: è iperletterario. Per il lettore, sarà praticamente impossibile non riconoscere in lui inconfondibili somiglianze coi protagonisti di tanta letteratura primo-novecentesca. Prima di tutto, è affetto da una malattia vittoriniana, gli "astratti furori": Moraldo vive sospeso tra il disincanto e certi slanci titanici che, però, restano solo velleità; sogna di poter afferrare il reale - e le donne - con la vittoriosa baldanza del suo amico, il fascista Amedeo (come non ricordare il rapporto tra Alessio Mainardi e Tarquinio nel Garofano rosso?); il suo disgusto per sé stesso e la sua incapacità di realizzare alcunché è intervallato da parentesi di annichilita indifferenza (attraverso cui si potrebbe scorgere il fantasma del Michele degli Indifferenti moraviani). Moraldo vorrebbe scrivere di filosofia politica ma il suo vero talento, à la Fellini, è il disegno caricaturale; credo che peraltro la caricatura sia indizio di un approccio espressionistico, l'unico modo in cui Moraldo riesce a interagire con la realtà e ad appropriarsene. Solo l'oggetto del desiderio - la donna - sfugge alla regola del grottesco, e infatti la donna-desiderio sarà una fotografa, di strada per di più: una che per mestiere cattura il reale nelle sue forme più autentiche e naturali. "Un po' Mazzini, un po' Charlot", un po' vitellone un po' ragazzo del XXI secolo, Moraldo si sente una caricatura di se stesso: è vecchio anzitempo. 
Che cosa si guadagna, crescendo? Dove non avresti immaginato conflitti, è là proprio che esplodono, con una violenza che può lasciarti stordito. Non c'è quasi più niente che somigli a un dono. Tutto ha l'aria di una promessa non mantenuta. Che faccia avrebbe fatto Moraldo se, nelle nuvole dei loro fumetti, i personaggi del "Corriere dei Piccoli" [...] avessero cominciato a dargli notizie precise sul futuro che lo attendeva? Se gli avessero svelato che crescere avrebbe portato a questo. A questo pugno di mosche. Ma la primavera di bellezza quando arriva? è già passata?
Chiudo questa breve recensione, che in verità è un invito alla lettura, con una considerazione. Mandami tanta vita è candidato allo Strega di quest'anno; mi auguro che gli venga riconosciuta non soltanto la bellezza di una scrittura dai colori tenui, che ricrea perfettamente ambienti e sensibilità  del passato, ma soprattutto un risultato che mi pare di non poco conto: l'aver restituito a una creazione letteraria (molto più "letteraria" di quanto si potrebbe credere) un respiro intimo e civile al tempo stesso. In un panorama come quello della narrativa italiana di questi ultimi anni, tanto esposto alla tentazione della morte, è come respirare una boccata d'aria fresca.

Laura Ingallinella

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