giovedì 11 aprile 2013

Sandro Bonvissuto, “Dentro”

Dentro
di Sandro Bonvissuto

Einaudi, 2012
pp. 170


Il carcere, la scuola, l’amicizia, l’infanzia. E la paternità. Sopra tutto la scrittura, sintetica, chiara, e il tempo della narrazione risolto con misura. Esordio notevole che spiazza e fa riflettere. Che scava e rimane… Dentro. L’autore è Sandro Bonvissuto.
Il racconto sul carcere è il primo, certamente il più ambizioso. È un tema abusato dal giornalismo d’inchiesta, c’è chi ne ha fatto il cavallo di battaglia nell’ultima campagna elettorale. Ma se uno crede che per affrontare un tema delicato come questo si debba per forza ricorrere al linguaggio della cronaca o della politica, si sbaglia. La narrativa possiede ben altra forza e questo libro sta qui a dimostrarlo.
“Dentro” il quotidiano carcerario come reagisce l’essere umano? Momenti classici, l’alba che uno si sforza comunque di apprezzare, il coro che si allarga dalla condizione di lupo solitario, nella tua cella, a una condivisione forzata, riemerge perfino la categoria della regola, sembra paradossale in un ambiente dove vengono rinchiuse persone che hanno infranto le regole.
“Dentro” il carcere si riesce a capire il muro, la sua essenza: «il più spaventoso strumento di violenza esistente. Non si è mai evoluto, perché è nato già perfetto». Non è una cosa ma «un’idea che fa male». Eppure esistono entrambi: carcere e muro, esiste la gente che vi sta “Dentro” e che capisce quanto il microcosmo sia tremendamente invasivo. Una realtà dove piangono anche i più ostinati, dove ci sono maschi ma pure donne, dove però gli attributi sessuali sfumano perché una natura come quella umana dà sfogo a istinti biologici e cambia preferenze che credevi acquisite. Ogni cosa, specie queste cose, accade e tu non puoi che guardarla attraverso lenti che respingono ogni bagliore etico. Non c’è spazio per considerazioni morali.
“Dentro” stai in attesa e maturi la consapevolezza dei confini etnici. “Dentro” è un rincorrersi di bugie. I familiari nascondono di avere un detenuto a cui fanno visita, i carcerieri mentono alle mogli, certe volte anche i detenuti mentono fra loro. In un accavallarsi di realtà fittizie che alienano più di ogni altra cosa, più di ogni lavoro in fabbrica, più di ogni lettura fantastica.
Da una cella si passa a una classe, ed è il secondo racconto: Bonvissuto narra del sodalizio tra due adolescenti, un sodalizio tenace che resiste ai cambi di banco e alle madri. C’è un’intimità fortissima che emerge in queste pagine, anche perché l’ultimo banco, quello prescelto dai due ragazzi, è un po’ come un solco scavato con il resto della classe. È la trincea nelle retrovie, è la resistenza che produce magnetismo, che sfida una certa banalità delle leggi di convivenza. La bocciatura è un incidente che non vale la pena neanche certificare andando a vedere i quadri, la città è solo un bagliore di luce serale in attesa del mattino successivo. Quando sarà il momento di tornare seduti vicini.
Infine la trasmissione adulto-bambino. Il terzo racconto è di una tenerezza che chiunque vorrebbe tornare a provare. Perché un po’ tutti abbiamo voluto imparare ad andare in bicicletta, abbiamo voluto imparare a cadere di bicicletta. Un rito propiziatorio grazie al quale abbiamo colto la frastornante felicità dell’essere bambini, l’unica età della vita in cui ci siamo sottratti alla dittatura del tempo e dello spazio: «bambini e orologi sono due cose incompatibili» e ancora «l’infanzia non ha case, l’infanzia ha strade». Dura poco, purtroppo, quando sei adulto pare addirittura un semplice momento ma è il momento dove il padre può mostrare un potere inatteso.
Tre rivelazioni che fanno la vita di un uomo. Non so quanto sia importante scoprire se si tratta dello stesso uomo, sviscerato a ritroso. C’è l’urto di una scrittura che convince, emoziona, c’è un rincorrersi d’immagini e pensieri dai quali emerge, forse, quello che tutti cerchiamo: essere felici. Perfino quando il destino ci relega “Dentro”.

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