mercoledì 3 aprile 2013

Philip Roth - Nemesi

Nemesi
di Philip Roth
Einaudi, Torino 2011

Prima edizione originale: 2010
Traduzione di N. Gobetti

pp. 186
cartaceo € 19


A volte si è fortunati a volte non lo si è. Ogni biografia è guidata dal caso e, a partire dal concepimento, il caso - la tirannia della contingenza - è tutto. E' al caso che ritengo Mr Cantor si riferisse quando vituperava quel che lui chiamava Dio.
Mentre si consumano le ultime sanguinosissime battute della Seconda Guerra Mondiale, nell'estate del 1944 a Newark, e in particolare nel quartiere di Weequahic, sta avvenendo un'altrettanto terribile battaglia: 
Perché anche quella era una vera guerra, una guerra di annientamento, distruzione, massacro e dannazione, una guerra con tutti i mali della guerra: una guerra contro i bambini di Newark. 

Si tratta dalla polio, che sconvolge tutte le certezze della popolazione, e in particolare dei genitori di Newark. Infatti, la malattia, di cui non si conoscono bene i motivi di contagio, sta falciando sempre più giovani vite: chi si salva, resta perlopiù disabile, a volte costretto a respirare attaccato al cosiddetto "polmone d'acciaio". Sembra impossibile che possa abbattersi dal niente, proprio sui ragazzini vitali che giocano al campo estivo di Mr Cantor, appassionato ventitreenne che li sorveglia e li stimola agli sport. E invece uno dopo l'altro, i ragazzi si ammalano, alcuni muoiono, e lasciano il giovane insegnante in preda alla più assoluta impotenza, dal momento che Bucky Cantor ha sempre portato avanti il suo compito con estrema serietà: 

Qualunque richiesta gli venisse rivolta, lui sentiva di doverla soddisfare, e la richiesta adesso era quella di prendersi cura dei ragazzini in pericolo al campo giochi. 
Essere socialmente utile: uno dei obiettivi che Cantor non ha potuto portare a termine fino in fondo. Infatti, i suoi amici sono lontani, in guerra, e il peso dell'assenza dai campi di battaglia (a causa di scarse diottrie) pesa su di lui, dalla prima all'ultima pagina di questa dolorosa vicenda. E così non resta che assistere al declino della gioventù di Newark, al campo giochi che si svuota progressivamente, mentre la fidanzata Marcia, insegnante al campo di Indian Hill, fa di tutto perché Bucky la raggiunga, allontanandosi così dalla città e dalla crescente ondata di grida all'untore. Sì, perché davanti alla diffusione rapida della malattia e alla scarsa conoscenza medica, a Newark si diffonde la psicosi, e si rasenta la caccia all'untore di manzoniana memoria. Quali le soluzioni? 
Anche andarsene sembra solo una fuga, per chi ha pensieri come questo:
Abbracciarsi, baciarsi e ballare come adolescenti malati d'amore ignari di tutto... serve a qualcosa a qualcuno?
L'attenzione alla malattia, ai sintomi vissuti e raccontati con crudo realismo, ricorda il Roth de L'animale morente, intrecciato forse al cupo senso di colpa di Indignazione. Come in Indignazione, qui la storia non è una ripresa in diretta, ma è riproposta da un narratore d'eccezione, Arnie Mesnikoff, uno dei colpiti e sopravvissuti alla polio. Ormai adulto, Arnie è depositario del racconto di Bucky Cantor; anzi, di Mr Cantor, come lo chiama lui per tutto il romanzo. Ne consegue un doppio filtro narrativo; triplo, se vogliamo: l'emotività di Mr Cantor e la sua parzialità nel racconto; quindi la rilettura da parte di Arnie, che, per quanto non veramente intrusivo, interagisce di tanto in tanto. Dunque, dove sta la verità? Nel senso di colpa annientante e impietoso di Mr Cantor o nella battaglia apologetica del suo studente Arnie? Non sono tanto i piani temporali ad intrecciarsi (la cornice del presente è esile, ridotta a poche decine di pagine), quanto i sistemi valoriali, perennemente messi in discussione dalla morte. 

Senza scampo i ragazzi, senza scampo i lettori: anche se la vicenda pare inizialmente prevedibile e piuttosto impaludata nell'umida estate dei destini di Newark, la narrazione cresce ad appassionare, inviluppa come sempre accade con i romanzi di Roth, e scalda con ultime pagine decisamente struggenti. Il fallimento dell'uomo novecentesco, ancora una volta, come in Pastorale americana, è tratteggiato in tutto il suo ammorbamento.




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