giovedì 23 febbraio 2012

Il fallimento di una famiglia e di un paese intero. Pastorale americana come romanzo della caduta di una generazione.

Pastorale americana
di Philip Roth
Einaudi, 1997

€ 14,00

Pastorale americana è un' opera completa. Se il genere del romanzo nasce per compiere un’analisi profonda del mondo interiore di un personaggio e della sua interazione con il mondo esterno, questo è esattamente ciò che Philip Roth fa. Ma c’è di più, lo sguardo dello scrittore non si posa solo Seymour Levov e sulla storia della sua famiglia, ma sulla storia dell' America intera. La vicenda del protagonista, da sempre soprannominato lo Svedese, è quella di un giovane ebreo, alunno modello, atleta acclamato, entrato nel corpo dei marines, professionale conduttore dell’azienda paterna, marito e padre ideale. Una storia vincente quella di Levov, così esemplare e irreprensibile da sembrare finta perché priva di macchia alcuna. Un uomo mitizzato, lo Svedese, di quelli che tutti guardano da lontano per paura che, una volta rivoltagli la parola, il mito possa crollare. Dietro questa facciata di trofei e successi si cela il dolore e la sofferenza di una famiglia distrutta da una bomba, la ribellione di una figlia cresciuta nell’agio di un contesto socio-familiare alto-borghese, educata al rispetto e all’amore, logorata da un’insoddisfazione interiore che la porterà a commettere, mossa dall’odio, dei gesti sanguinosi. Dietro la storia di Merry si nasconde l’irrequietezza di tutta la generazione di giovani che travolse con i suoi atti terroristici l’America, alla fine degli anni ’60, negli anni della guerra del Vietnam. La disperata ricerca delle motivazioni che mossero questi ragazzi diventa occasione per compiere una riflessione più generale sulle metamorfosi che un paese attraversa nel giro di cinquant’anni, e anche più. Ma non si creda che Pastorale americana sia un mero romanzo politico-sociale che sfrutta i personaggi come strumenti per la definizione minuziosa di un contesto storico e dei suoi principali avvenimenti. Il romanzo di Philip Roth è incentrato essenzialmente su un sistema di personaggi la cui psicologia viene indagata profondamente, con uno scandaglio così preciso da risultare, a tratti, insopportabile. Forse perché dietro le loro paure e dietro i più tristi fallimenti ogni lettore può scorgere l’ombra dei propri. Difficile decidere se in Pastorale americana sia più il contesto storico-sociale a indurre a un approfondimento psichico dei personaggi, o le fisionomie di questi ultimi a delineare un ritratto completo dell’America. Tale è il livello di perfezione dell’osservazione di Philip Roth, che diventa impossibile scindere i due poli del romanzo senza considerarli, infondo, le due facce di una stessa medaglia. Nessuno dei personaggi, anche quello apparentemente più marginale, è delineato in maniera superficiale. Con poche battute l’autore riesce a fare cogliere tutti gli aspetti della loro personalità e ricostruisce dinamiche complesse quali i rapporti familiari, le lotte generazionali, gli odi razziali, l’ansia di una rivoluzione politica, sempre e solo attraverso le parole e i gesti dei personaggi. Nulla è astratto nel romanzo, tutto è terribilmente concreto,
come la bomba piazzata da una ragazzina nell’emporio di una cittadina di provincia, come la morte stessa. Tutto il testo è percorso da un costante senso di disfacimento, sia esso fisico, morale, dei costumi, della politica. Pastorale americana è il romanzo che racconta della fine dell’America dello Svedese, quell’America sana, che credeva nel valore dello sport, del lavoro, nella competizione che portava al progresso. Il paese dei Padri (inteso in senso allegorico e letterale) ha lasciato spazio a quello indeciso e instabile delle rivolte mancate e degli atti violenti che, nella realtà, non sanno cambiare nulla. Philip Roth ti fa immergere nella storia dell’America e nelle sue stanche ritualità che hanno ne hanno provocato il crollo. E lo fa attraverso una trama vorticosa, che ti afferra e ti lascia per brevi istanti, per poi ghermirti nuovamente, fino all’epilogo straziante. La tripartizione del testo suggerisce l’idea di una caduta sempre più profonda, verso un' inevitabile catastrofe che niente, nemmeno la rettitudine morale del protagonista, può scongiurare. Ed egli rimane lì, in conclusione, tramortito dal disastro circostante, incapace di reagire e di parlare. Anche il lettore si sente un po’ così, alla fine di Pastorale americana, perché è un libro che richiede costante ardore, forza di spirito, attanaglia nei dubbi e nelle strade cieche a cui conduce e che, dunque, alla fine, ti sfianca. Ma è un libro completo, un romanzo traboccante che sa narrare lo spirito dei tempi attraverso personaggi senza tempo. Un po’ epico, il testo di Roth, parla anche della eterna lotta tra un principio del Bene e uno del Male, non religiosamente intesi, ma eticamente. E riesce a essere sempre attuale, come l’epica, perché parla dell’esistenza stessa. E lo fa attraverso una scrittura intensa, graffiante, ma mai eccessiva (anzi, a tratti terribilmente analitica e fredda), americana nel senso più profondo del termine. Una scrittura piena di dettagli, che non si risparmia, anzi che, come si legge in un celebre risvolto, “è essa stessa diventata dettaglio”.
Se un messaggio ultimo volessimo ravvisare in “Pastorale americana”, ammesso che si possa parlare di messaggio (forse sarebbe più opportuno parlare di una pluralità di sensi sovrapposti), è che tutto è assurdo nell’esistenza: l’ascesa, la gloria, la successiva caduta, il dolore per il crollo. Ad essere inverosimile è “la nascita, la successione, le generazioni, la storia". È per questo che il narratore Nathan Zuckerman, alter ego dell’autore, ci racconta la storia dei Levov e dell’America intera: perché il fallimento dell’una è specchio di quello dell’altra, e viceversa, in un continuo gioco di specchi in cui solo pochi si risparmiano la sconfitta:
Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando.
Forse la cosa migliore sarebbe dimenticarsi di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite...Beh, siete fortunati
".
È lo stesso Roth, in questa che credo sia la frase più significativa dell’intero romanzo, a smascherare questa impossibilità di condurre la propria vita senza cadute.

Claudia Consoli

Claudia Consoli

2 commenti:

Alessio Piras

Un capolavoro assoluto, testo impeccabile e bella recensione!

Claudia Consoli

Grazie Alessio!! :)