martedì 26 febbraio 2013

Non hai bisogno di un meteorologo per sapere da che parte tira il vento

La regola del silenzio
di Neil Gordon

Rizzoli, 2013



Mia carissima Izzy, i bravi genitori non esistono. È la prima cosa che voglio dirti. Tutti i genitori sono indegni. […] Mentiamo, e lo facciamo perché la verità sarebbe peggio.

Jim Grant è un avvocato, divorziato, una vita ordinaria nei sobborghi dell’America degli anni ’90, una bambina di cui prendersi cura: genitore premuroso e attento, adorato dalla figlia e all’apparenza cittadino modello. Finché tutto il mondo di illusioni da lui creato va irreparabilmente in pezzi, e quell’uomo rispettabile e benvoluto da tutti compie qualcosa di imperdonabile: abbandona una bambina di 7 anni nella stanza di un hotel di New York, per diventare un fuggiasco. Jim Grant è un genitore indegno.
Vent’anni di vita ordinaria che improvvisamente si rivelano un’enorme bugia, costruita per nascondere i segreti di un passato con cui è il momento di fare i conti. Si dispiega così al servizio del romanzo di Neil Gordon una delle pagine della storia americana più controverse e oscure del passato recente, in cui la guerra si combatteva non soltanto in Vietnam, ma proprio lì, sul suolo americano, per mano di diversi gruppi appartenenti alla sinistra americana che con le loro dimostrazioni edazioni violente hanno cercato di scuotere il Paese affinché sposasse la loro causa rivoluzionaria. 
Gordon sceglie di raccontare la storia fittizia di un ex membro (ma si smette mai del tutto di essere parte di un gruppo di questo tipo?) dei Weather Underground, il movimento che negli anni ’70 si è distinto con azioni dinamitarde, vere e proprie azioni terroristiche, in luoghi simbolo del Paese con lo scopo di protestare contro la politica estera degli Stati Uniti, il governo corrotto e violento, la segregazione razziale. Il movimento era nato a partire dagli Students for Democratic Society (SDS), un’organizzazione studentesca d'ispirazione pacifista che promuoveva manifestazioni non violente contro la guerra del Vietnam; ma già alla fine del ’69 il gruppo entra in crisi, proprio mentre le violenze in Vietnam e le usurpazioni interne si fanno più intense: tanto per farsi un’idea, sono gli anni in cui il Governo americano fa pedinare e uccidere militanti tra cui il leader delle Black Panthers di Chicago, indaga su comunisti o presunti tali, gli anni appunto in cui J. E. Hoover (il famigerato capo della CIA) mette in atto un programma di spionaggio e punizione contro i nemici del governo. In un clima di crescente violenza e paura, dal movimento studentesco si stacca quindi la componente più radicale, quella convinta che solo mediante l’azione violenta sarebbe stato possibile cambiare lo stato delle cose.
Dalle ceneri dell’SDS nasce il gruppo dei Weathermen (il cui nome si ispira ai versi di Dylan “You don’t need a Weatherman to know wich way the wind blows”) che già nei primi atti dimostra l’intensità della propria protesta (i cosiddetti “giorni della rabbia” di Chicago, quando in centinaia si scontrano con la polizia), incentrata su azioni dinamitarde, quasi sempre preannunciate, a luoghi simbolici. L’anno successivo il gruppo si dà alla clandestinità (anche in seguito alla morte di tre esponenti del movimento mentre stavano costruendo una bomba per un attacco in programma), diventando quindi Weather Underground. Ma le azioni di protesta continuano: esplosioni in luoghi dal forte valore simbolico come il Campidoglio (protesta contro l’invasione del Laos), il Pentagono (bombardamenti ad Hanoi), la centrale della polizia di New York (assassinio di un giovane afroamericano) e il Dipartimento di Stato, tutte iniziative sviluppate intorno all’idea di portare la guerra in casa e rovesciare il governo. Con la fine dei combattimenti in Vietnam e gli ideali post ’68 che via via paiono perdere intensità o ragione d’essere, il movimento si avvia verso il declino.
L’FBI arresta numerosi membri, ma la scoperta del sistema illegale per mezzo del quale erano state raccolte le prove a loro carico porta all’effettiva condanna di pochissima esponenti, mentre la maggio parte degli attivisti negli anni mette da parte gli ideali e la violenza giovanile per integrarsi nella società americana, tanto che alcuni di loro finiranno col ricoprire incarichi politici o nelle principali università del Paese.

Questa lunga premessa introduce il contesto storico-sociale in cui s'inserisce la storia inventata da Gordon, un substrato fondamentale per comprendere almeno in parte le implicazioni e i numerosi spunti di riflessione che si intrecciano agli eventi. Quando una ex militante viene arrestata dopo un ventennio di clandestinità e un giovane giornalista investigativo inizia a scavare nella storia, si scatena una serie di eventi che presto diventano incontrollabili: false identità vengono smascherate, famiglie sono costrette a separarsi, rancori e bugie tornano a galla per cercare vendetta e il passato torna prepotente ad insinuarsi in quelle vite ordinate. L’autore sceglie di raccontare la storia sotto forma di messaggi email scambiati tra i membri del Comitato (Grant, alcuni ex membri del movimento, B. Shulberg il giornalista che ha scoperchiato il vaso di pandora, un agente dell’FBI, vecchie e attuali amanti...), e la figlia di Grant, Isabel, chiamata a testimoniare il difesa di uno di loro. Attraverso queste email possiamo non solo addentrarci nella storia ma cercare di comprendere il complesso sistema di relazioni indissolubili che si creano tra appartenenti al movimento, rapporti che si basano semplicemente sulla totale fiducia e protezione gli uni nei confronti degli altri, ma anche dei legami del tutto inattesi che interessano i protagonisti di questa storia, inevitabilmente coinvolti personalmente.

Inoltrandosi nel racconto ci si interroga su fondamentali questioni etico-politiche: il ruolo della stampa americana, ancora una volta capace di anticipare l’FBI nell’arrivare alla verità, ma fino a che punto è lecito spingersi se le scoperte possono rovinare vite innocenti? Un errore, gravissimo e irreparabile, ti marchia per il resto della tua vita? Le ferite inferte ai figli, vittime innocenti delle colpe dei genitori, lasciano un segno che non potrà mai essere guarito del tutto? Il bene della causa, dell’ideale giustificano ogni tipo di azione? Quando si è dato tanto per un ideale è possibile passare oltre, dimenticare, convivere con il senso di colpa e il fallimento? E come si può vivere in clandestinità, tagliando ogni contatto con parenti ed amici, creare una nuova identità che tuttavia non potrà mai cancellare il passato ma obbligando ad una vita in fuga carcere stesso senza sbarre?

Robert Redford nel film tratto dal romanzo, The Company You Keep (2012)

Domande che difficilmente possono trovare risposte univoche e che tanto meno è intenzione dell’autore fornire, ma che si celano sotto la superficie della Storia ed è impossibile ignorare. Così come è difficile rimanere indifferenti di fronte a una parte della storia americana di cui ancora non è semplice parlare, protagonisti quei giovani bianchi di buona famiglia che all’improvviso sono diventati il “nemico numero uno” per il governo. Il romanzo di Gordon ha quindi tra gli altri il merito di riportare all’attualità una pagina difficile e controversa dell’America, cercando parallelamente di indagare il rapporto padre-figlia e le piccole grandi bugie che raccontiamo ogni giorno per sopravvivere.

Dal romanzo di Neil Gordon è stato tratto lo scorso anno il film The Company You Keep di cui Robert Redford è regista e protagonista, accanto a comprimari del calibro di Shia LaBeouf, Susan Sarandon, Julie Christie e Nick Nolte.

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